[Copyright: Switzerland Tourism via swiss-image.ch / Roland Gerth.]Le Alpi sono notoriamente una delle catene montuose più antropizzate al mondo – se non la catena più antropizzata – e lo sono nel bene e nel male: da un lato offrono ancora oggi mirabili esempi (seppur rari, soprattutto rispetto a un tempo) di armonia e equilibrio tra territorio naturale e presenza umana, dall’altro subiscono infrastrutturazioni spesso troppo pesanti e invasive, in primis dove si pretende di adattare il territorio alpino al turismo di massa. Ma ci sono pure, nelle Alpi, delle zone quasi “prodigiose”, se così posso dire, nelle quali il paesaggio alpino si presenta con magnificenza e fascino assoluti nonostante la presenza dell’uomo sia evidente e, ancor più, sebbene città anche grandi e importanti siano in vista, poste a soli pochi km di distanza, mentre di contro il turismo troppo invasivo sembra quasi ignorarle, anche a prescindere che tali territori siano in qualche modo sottoposti a protezione (il che non è un’automatica certezza di salvaguardia dal turismo massificato o da interventi antropici fuori luogo, d’altronde: le Alpi italiane presentano alcuni tristi esempi al riguardo – certe zone del Parco Nazionale dello Stelvio, per dire).
Aerial der Alp Bire mit dem markanten Gantrisch im Hintergrund.
Wanderung Gaeggersteg mit Gantrisch bei Schwarzenburg im Herbst.
Gantrisch, Gurnigelpass in der Winterabendsonne.
Verschiedene Sujets vom Selibüel in Blickrichtung Gantrisch
Switzerland. get natural. Gantrisch Nature Park in Canton Bern. View from Oberflue. Typical landscape of the Laengenberg region. Schweiz. ganz natuerlich. Naturpark Gantrisch im Kanton Bern. Blick von Oberfluee. Typische Landschaft des Laengenberg. Suisse. tout naturellement. Parc naturel Gantrisch dans le canton de Berne. Vue depuis Oberfluee. Paysage typique de la region du Laengenberg. Copyright by: Switzerland Tourism – BAFU By-Line: swiss-image.ch/Lorenz Andreas Fischer
Una di tali zone prodigiose, che ammetto di conoscere poco e che vorrei esplorare meglio, appena possibile, è il Gantrisch, in Svizzera, un territorio montano di carattere prealpino (che prende il nome dalla sua vetta più elevata) designato nel 2012 “Parco Naturale Regionale”, posto tra le città di Friburgo, Thun e Berna la cui periferia meridionale è già posta sul limite del parco. È un luogo veramente sorprendente per come, mantenendo in vista i tetti delle grandi città citate e del loro hinterland urbanizzato, sappia donare una sensazione di naturalità profonda e viva nonché di distacco intenso dal mondo antropizzato, al contempo mostrando chiaramente l’impronta storicizzata della presenza umana sul territorio che tuttavia rivela una relazione con il luogo di rara armonia. E il Gantrisch sorprendente lo è, anche, perché in base ai modelli turistici classici e alquanto opinabili così diffusi sulle Alpi che renderebbero le sue montagne assai sfruttabili in tal senso, lo sono invece quasi per nulla (ci sono solo due piccoli impianti di risalita per sciare d’inverno, per dire), conservando dunque un aspetto che, nel suo equilibrio tra Natura e presenza umana, risulta oltre modo affascinante, quasi poetico oltre che paesaggisticamente (ovvero esteticamente, anche) spettacolare.
Se cliccate sull’immagine in testa al post ne potrete sapere di più, sul “prodigio” del Gantrisch e sul suo Parco Naturale; io poi, ribadisco, prima o poi ci andrò e, nel caso, vi racconterò, ecco.
Quello deve essere stato uno degli ultimi orsi della regione. Verso la fine del secolo erano praticamente estinti. Lupi e linci ci avevano lasciato la pelle già prima, adesso era la volta degli orsi. Che smania avevano gli uomini di eliminarli. Avevano paura per i loro animali domestici? Per le pecore e le capre che spesso effettivamente erano vittime del loro appetito? O si trattava piuttosto di un impulso irrazionale: eliminare, cacciare, brama di persecuzione, un po’ come certi popoli che possono provare piacere a eliminare dei compatrioti d’altra etnia?
Compatrioti: è assai interessante che Peer utilizzi questo termine per mettere in relazione, seppur indiretta ma senza dubbio emblematica, uomini e orsi. Gli uni e gli altri abitanti degli stessi monti, razze diverse e separate ma ciascuna delle quali ha costruito nel tempo la propria comunità alpestre resiliente, su quei monti, dunque comunque per molti versi accomunate in un’unica “storia geografica” peculiare. Finché, come riflette Peer, l’uomo ha rotto la propria relazione armonica con il resto del mondo naturale autoeleggendosi razza dominante e soverchiante, così da arrogarsi il diritto – impulsivo e irrazionale anche perché dall’uomo ritenuto addirittura “piacevole” ovvero appagante la propria brama di dominio, appunto – di perseguitare, eliminare, cacciare, sterminare altre creature i cui diritti di presenza e di sussistenza su quei monti erano gli stessi, non certo minori o secondari perché generati da una comunità inferiore (anzi!), fino al punto di annientarle totalmente.
Ora, persino considerando la necessità di proteggere i propri animali e le proprie cose o i bisogni sussistenziali, non è sul serio un comportamento terrificante e totalmente folle, quello che troppo spesso gli uomini hanno manifestato, e purtroppo di frequente manifestano ancora, nei confronti dei “compatrioti” viventi nei loro stessi territori?
Sarebbe bello se lo facessero, ma no, le foreste non pensano. Certamente non lo fanno nell’unico modo che potrebbe toccarci, cioè somigliandoci, attenuando quel senso di solitudine cosmica in cui la metacognizione, che caratterizza la nostra specie, ha imprigionato Homo sapiens in un universo spaventosamente silenzioso. Possiamo allora esplorare il funzionamento del sistema nervoso dei vertebrati e perfino immaginare un bosco come se fosse un grande cervello verde, ma è un abisso pieno di metafore quello che ci separa da loro, dal loro atto di essere, dal loro essere, forse, consapevoli di esistere nel mondo. E non è un guasto dei tempi, o la perdita della magia, o il disincantamento della modernità, perché è sempre stato così, fin da quando in una grotta del Paleolitico superiore un essere umano ha dipinto un animale, sperando che fosse qualcos’altro, cominciando a raccontarlo come se avesse un’anima, come se fosse una persona, come una donna o un uomo o un bambino dentro una pelle di bestia. La nostra specie gioca al gioco dello specchio imperfetto da decine di migliaia di anni, e questo gioco ha prodotto racconti complessi come l’animismo, il totemismo, i mostri e gli dei, perché a stare da soli con quello che c’è già non siamo proprio capaci. Dobbiamo immaginare altro, dobbiamo immaginare l’altro, e allora facciamo pensare le foreste per rivivere la meraviglia, per farci compagnia.
Tratto da Matteo Meschiari, Le foreste non pensano, pubblicato su “Doppiozero” il 29 giugno 2021. È sempre interessante leggere Meschiari, sovente è affascinante, spesso è illuminante e quasi mai è una lettura scontata. Nell’articolo da cui traggo la citazione qui sopra disquisisce di libri di etno-antropologia ma, facendolo, offre un breve ma fenomenale identikit etnologico dell’uomo contemporaneo, quello che si crede padrone del mondo e dominatore su ogni cosa ma che in effetti, come ogni padrone e dominatore assoluto, si scopre terribilmente solo e tremendamente desideroso di poter ascoltare qualcuno che gli parla, ciò che unicamente può giustificare la sua pretesa di essere ascoltato quando vuole parlare. E non riesce, in tale intento, mai o quasi mai. Perché le foreste in verità non è che “non pensano”: certamente non lo fanno come i “Sapiens” e probabilmente non con i “Sapiens”, ecco.
Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo di Meschiari nella sua interezza su “Doppiozero”.
[Foto di M.s Anas da Pixabay.]Il Signore diede ordine di far entrare i due uomini e ne seguì l’avvicinarsi con fare visibilmente contrariato, quasi truce.
«Insomma, che diavolo state combinando, voi due?» sbottò. «L’intero principato è in subbuglio, per le vostre diatribe!»
Il cavaliere si impettì, esibendo l’armatura scalfita da evidenti colpi e ammaccature: «Nessuna diatriba, mio Principe, la verità ha già la sua voce!»
«Una voce folle!» gli ribatté l’astronomo di corte, «la verità è nella scienza, e la scienza non ammette l’esistenza di draghi sputafuoco!»
«E queste, dunque?! Bugie anche queste?» ringhiò il cavaliere, battendosi il pugno sul ferro della propria corazza ammaccata.
«Che fiducia può ricevere colui che insegue immaginari draghi sguainando spade qui e là?» di nuovo confutò sferzante lo scienziato.
«Basta ora!» intimò seccamente il principe. «Se uno di voi due possiede la verità come dice, saprà pur darmene una prova! E dunque così sia, se non volete che sbatta entrambi nei sotterranei!»
Così, nei giorni a venire, il cavaliere lanciò più volte i suoi vigorosi assalti nel profondo e scuro vallone chiuso tra altissime rupi entro il quale asseriva vivesse lo spaventoso drago, tornando poi al castello per narrare delle sue gesta pugnaci nella forra infernale ove anche lo scienziato si recò varie volte, riportandovi tutt’altra verità: nessun drago, tutto quel gran vapore bollente che stazionava laggiù non veniva dalle fauci d’un mostro ma effondeva dalla terra, dunque doveva essere qualcosa di naturale, ancorché sconosciuto. Già, ma come provarlo razionalmente al Principe? E come, in modo ben più impellente, dal giorno in cui il cavaliere tornò da un ennesima “battaglia” nella forra con parte del corpo ustionata, che fieramente mostrò al proprio signore quale prova finale, e indubitabile?
«Fra i due, chi più mi agevola la persuasione sei tu, cavaliere» sentenziò il Principe, «Dunque, ti darò fiducia: andremo laggiù con i nostri migliori soldati, e verrò anch’io. Se troveremo il drago, sarà la sua ultima ora. E tu, scienziato: se tal nobile guerriero mi dimostrerà ragione una volta per tutte, finirai i tuoi giorni nelle segrete del castello!»
Non tornò più nessuno da quella spedizione. Ustionati, asfissiati dai gas velenosi o caduti in chissà quale profondissimo pertugio – ipotizzò lo scienziato, ma il popolo preferì farsi suggestionare dal drago sterminatore e dalla “risposta” all’enigma generata da tale potente suggestione. Tuttavia quel castello, grazie all’ingegno e al susseguente lavoro dello scienziato e dei suoi rari discepoli, divenne il primo della storia confortevolmente riscaldato e con acqua calda corrente per tutti, che poi venne resa disponibile all’intero villaggio ai suoi piedi.
Di lì a breve lo scienziato ne divenne il nuovo signore per acclamazione popolare e anche gli avvistamenti di draghi andarono via via diradandosi, col tempo.
(P.S.: anche questo è un racconto al momento ancoraineditocome la raccolta di cui è parte, composta di testi molto molto molto particolari – ho detto “molto”, sì. Ne trovate altri, insieme a scritti d’altro genere, qui. Forse quella raccolta sarà pubblicata, prima o poi. Voi seguite il blog oppure il sito e può essere che tra un po’ ne saprete di più al riguardo. Sì, può essere. Chissà.)
[Foto di Pascal Debrunner da Unsplash.]Credo che chiunque riveli in sé almeno un poco di sensibilità – cosa che peraltro, a mio modo di vedere, fa parte del “minimo necessario” per potersi considerare esseri umani – non possa non percepire nel paesaggio la manifestazione di una sacralità assoluta. Ma niente di teologico o religioso, sia chiaro – anzi: ciò è quanto maggiormente può svilire quella manifestazione – come nemmeno di meramente estetico, solo legato alla percezione (pur possente ed emozionante) della bellezza naturale del paesaggio e neanche di “sovrannaturale” – definizione in fondo utile a noi uomini quando qualcosa in Natura sfugga alla nostra comprensione o all’immaginazione (e quanto poco ancora la conosciamo, la Natura!)
No, è invece qualcosa di ben presente nel paesaggio stesso, in forma tangibile e non immateriale (semmai siamo ancora noi che nell’individuare – anche inconsciamente – tale sacralità, tentiamo di definirla attraverso forme cognitive inesorabilmente immateriali), che ne determina la forma, l’armonia geomorfologica, il senso, il valore filosofico e di conseguenza la percettibilità da parte nostra – che potrà essere più fisica ovvero maggiormente spirituale e mistica, appunto, ma è una faccenda nostra, questa, non del paesaggio che la genera.
Nel riflettere su ciò, mi torna in mente la visione panteista di Giovanni Segantini, quando il grande artista affermava che “Non cercai mai un Dio fuori di me perché ero persuaso che Dio fosse in noi e che ciascuno di noi è parte di Dio come ciascun atomo è parte dell’Universo”, ove tuttavia l’uso del vocabolo “Dio” voleva esprimere un concetto di “entità divina” del tutto antitetico a quello teologico-religioso cristiano e semmai più affine alla concezione buddista, se non ad una vera e propria visione – di matrice pagana – di Natura quale espressione “divina” dacché essa stessa sede del “divino”.
Giovanni Segantini, “Trittico della Natura o delle Alpi: la Natura”, 1898-1899.
Ma anche se, ribadisco, la metafora divina di Segantini può risultare fuorviante, di sicuro egli comprese perfettamente la cognizione (lo dimostra in quelle parole sopra citate, portate sovente ad esempio del suo panteismo “misticamente laico”) che la sacralità assoluta del paesaggio è in fondo presente anche in noi, se sappiamo coglierla e manifestarla – e Segantini certamente lo fece da par suo, attraverso la propria meravigliosa arte. Il che comporta che riuscire a fare questo è in fondo, a sua volta, una grande manifestazione dell’umana sensibilità di cui dicevo in principio nonché, ad un livello più pratico ovvero antropologico, del legame che dobbiamo palesare nei confronti del territorio e dell’ambiente da noi abitato – della Terra, insomma. È il divenire parte dell’Universo come ciascun atomo, per citare ancora Segantini, dunque è il rivelarsi creature “divine” – noi sì, antiteticamente a qualsiasi pretesa e presunta entità teologica, comunque troppo “umana” per risultare credibile e dunque troppo “meschina”, in senso concettuale, nei confronti del paesaggio (ecco perché affermavo che una visione dottrinale religiosa del paesaggio finisce per svilire la sua naturale sacralità).
Di contro, non riuscire in tutto ciò, oltre a quanto affermavo all’inizio di questa dissertazione, temo rappresenti la nostra personale parte di responsabilità in una sostanziale “negazione” del paesaggio e della sua sacralità, ovvero in un possibile, catastrofico sfacelo finale. Che peraltro facilmente non cancellerà il paesaggio, la sua sacralità e la grande bellezza che manifesta, ma cancellerà chi doveva e poteva godere – o ne avrebbe dovuto consapevolmente godere: noi esseri umani.