Sióre e sióri, ecco a voi la “cabinovia lenta”!

Nella fantastica (in senso letterale) e un po’ forsennata corsa al greenwashing del turismo alpino di massa, dove per far diventare ogni cosa “ecosostenibile” basta dire che è «ecosostenibile» (!), ecco una nuova strabiliante trovata: la cabinovia lenta!

Già, proprio così: si veda lì sopra, nero su bianco (fateci clic per ingrandire e leggere meglio).

Ecco, siccome l’impianto in questione raggiungerebbe una riserva naturale protetta dacché ricca di specie vegetali rare e di una fauna peculiare, dunque un territorio di grande bellezza tanto quanto di notevole delicatezza ambientale, io suggerirei di sfruttare l’idea in modo compiuto: apertura giornaliera della cabinovia, ore 08.30; durata del percorso, 4 ore (lenta, appunto, lo dicono gli stessi promotori del progetto e inoltre il sindaco aggiunge che «la velocità non è importante, in questo caso»); chiusura dell’impianto, ore 16.30. In pratica, presa la cabinovia e giunti a Pian di Gembro, sarebbe già ora di scendere e in questo modo si risolverebbe efficacemente qualsiasi problema di affollamento eccessivo, con tutto ciò che di deleterio ne conseguirebbe, in un luogo così pregiato e delicato. Geniale, vero?

[Il Pian di Gembro in primavera. Immagine tratta da www.tirano-mediavaltellina.it.]
Be’, ironia a parte (n.d.s.: ma quale ironia?!?) e pur considerando i buoni propositi alla base di tale proposta («togliere le auto dalle strade»), se si vuole realmente promuovere una fruizione lenta della zona di Pian di Gembro, senza dubbio tra le più belle delle Alpi lombarde, perché non si lavora per ottimizzare il più possibile (e più di quanto fatto finora) la frequentazione lenta per antonomasia che abbiamo a disposizione cioè quella a piedi (a Pian di Gembro da Aprica ci si sale in un’ora o poco più), riservando l’accesso stradale a chi proprio non riesca ad arrivare lassù camminando, tramite l’uso di navette elettriche e altri mezzi simili? Con i quasi tre milioni di Euro previsti per la cabinovia quanti interventi in questo senso, ovvero veramente ecosostenibili e a tutto vantaggio della bellezza nonché, ancor più, della consapevole conoscenza culturale di Pian di Gembro si potrebbero realizzare? Perché coi progetti turistici alpini si finisce così spesso con il cadere nel solito gigantismo, arbitrario e irrazionale, il quale altrettanto spesso cela una drammatica carenza di coscienza civica e di reale conoscenza dei territori nei quali si vorrebbe intervenire?

D’altro canto, continuando con la lettura dell’articolo sopra riprodotto, si resta oltre modo sconcertati dall’apprendere che si vorrebbero spendere più di 13 milioni di Euro per nuove infrastrutture al servizio dello sci su pista nonostante la realtà di fatto climatica ed economica che ormai è pure inutile rimarcare di nuovo – considerando poi che l’Aprica ha la gran parte del proprio comprensorio sciistico a quote inferiori ai 2000 m, dove già ora e ancor più in futuro nevicherà sempre meno e farà sempre più caldo, come sentenziano tutti gli studi scientifici al riguardo (qui ce n’è uno).

Tredici milioni di Euro, già. Si resta sconcertati da tali progetti, i quali tuttavia, una volta ancora, la dicono lunga sulla disconnessione dalla realtà nella quale ormai langue la gran parte dello sci su pista e sulla sua vocazione al suicidio economico e ambientale. Peccato che, di questo passo, in quella drammatica e autolesionistica fine verrà trascinata anche tutta la montagna d’intorno e chi ci vive: senza cambi di mentalità, di paradigmi e di visione culturale temo che ciò accadrà rapidamente, altro che con lentezza!

P.S.: grazie al “solito” Michele Comi, prezioso nume tutelare dei monti valtellinesi e non solo, per avermi reso edotto dei progetti di cui l’articolo sopra pubblicato disquisisce.

Una valle parecchio strana

[Cliccateci sopra per ingrandirla e godervela meglio!]

In effetti è geograficamente parecchio “strana”, la Val San Martino. Mi torna in mente la descrizione che ne fece il briviese Ignazio Cantù, fratello del più noto Cesare, nel 1859: «Margrado il nome, la valle di San Martino ad occidente e a mezzodì termina in una costiera a fondo calcarea, affatto aperta, ed è lambita dall’Adda»; oppure quella di poco più tarda del carennese Gabriele Rosa: «La Valle S.Martino all’estremo occidentale della provincia di Bergamo, non è valle propriamente ma costriera degradante dalle cime di Serada, Ocù, Campiabona, Linsù, Albensa, elevate novecento metri sul livello del mare, sino all’Adda che ne scorre tutta la lunghezza maggiore, di dieci chilometri da Vercurago a Villa d’Adda». Insomma, se una “valle” può definirsi tale quando presenta una «forma concava del suolo costituita da due opposti pendii (fianchi o pareti) che si incontrano in basso lungo una linea (filone di valle) o una striscia pianeggiante (fondo di valle, e più com. fondovalle), con pendenza generalmente in un verso, percorsa di solito da un corso d’acqua», come sancisce un buon vocabolario, la Val San Martino lo è in maniera assai parziale e poco riconoscibile. Per singolare paradosso, ove il nostro territorio riacquisisce seppur localmente – ma da secoli – il toponimo e le fattezze morfologiche di “valle” cioè a Pontida (nel medioevo Vallis Pontidæ), di una “valle” propriamente detta non si tratta ma di un “corridoio orografico”, per usare la corretta definizione geografica.
Tuttavia la singolarità valliva locale non finisce qui: nemmeno in senso geopolitico la Val San Martino acquisirebbe una fisionomia unitaria determinata. Storicamente divisa dal confine storico posto lungo il corso del fiume Adda prima tra Venezia e Milano, poi tra le provincie di Bergamo e Como e quindi, in tempi recenti, tra quelle di Bergamo e Lecco che ne ha ulteriormente e inopinatamente spezzato l’unitarietà geosociale, anche da questo punto di vista la valle ha sempre faticato a farsi identificare in modo omogeneo dall’immaginario comune. È un curioso paradosso, quello che offre la Val San Martino: uno spazio antropizzato morfologicamente eterogeneo e politicamente diviso, per di più territorio di confini storici più o meno rigidi, eppure da millenni zona di transiti di persone, genti e merci, eserciti e pellegrini, commercianti e viaggiatori, eccetera. Un territorio a suo modo cosmopolita, si potrebbe dire oggi, in ciò riflettendo – se così posso dire – l’”apertura morfologica” che la sua particolare geografia presenta.
E dunque, posto tutto ciò, viene da chiedermi: ma alla fine che razza di “valle” è, la Val San Martino? Ha un suo senso, una connotazione identitaria di qualche genere? Ha un proprio Genius Loci, come ce l’ha ogni luogo propriamente e compiutamente tale? O si tratta solamente di una specie di “equivoco” storico e geopolitico se non, peggio, di un non luogo, per usare la celebre definizione di Marc Augé?

Questo è un brano tratto da Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle, il mio saggio presente nel volume Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino. Per saperne di più, cliccate sull’immagine qui sopra. La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, autrice di tutte le immagini presenti nel mio testo e di molte altre che impreziosiscono il volume.

Il mondo salverà il mondo #10

(Cliccate qui, per capire meglio.)

#10: Ferdinand Hodler, Das Jungfraumassiv von Mürren, 1911

Il mondo salverà il mondo #9

(Cliccate qui, per capire meglio.)

#9: Ivan Fedorovich Choultsé, Winter morning in Engadine, 1930~

C’erano belle montagne, in Ucraina

[Foto di Robert-Erik, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Quella che potete ammirare nell’immagine era l’Hoverla (in ucrainoГове́рла), alta 2061 m: la montagna più elevata dei Carpazi ucraini e di tutta l’Ucraina.

Scrivo “era“, già, e non per errore: visto quanto sta accadendo, chissà se queste meravigliose montagne “esisteranno ancora”, per noi, o se “spariranno” dietro una nuova, maledetta, scellerata cortina di ferro.