Il consueto modus operandi che minaccia il Vallone delle Cime Bianche (e non solo)

Gli evidenti parallelismi che si colgono nelle vicende legate ai progetti di nuove infrastrutture sciistiche palesemente impattanti sui territori montani ai quali vengono imposte, denotano un modus operandi comune: il tirare avanti, il rifiuto di qualsiasi discussione e interlocuzione, il menefreghismo e la boria di chi ha deciso di avere comunque ragione.

Scrivevo di recente del folle progetto sciistico sul Monte San Primo, chiaramente scriteriato e criticato da chiunque ma che i soggetti politici locali vogliono portare avanti in ogni modo. Ecco, lo stesso atteggiamento è tenuto in Valle d’Aosta da chi vuole imporre il disastroso progetto funiviario nell’incontaminato Vallone delle Cime Bianche, peraltro area variamente protetta: si tira avanti, ormai

La scelta politica è stata fatta.

Così hanno detto*. Come fosse un dogma indiscutibile, quando invece rappresenta una sconcertante, deleteria paranoia.

In entrambi i casi, come in altri simili in giro per le montagne italiane, allo stesso atteggiamento nella forma corrisponde un’identica sostanza di base: il nulla. Perché non ci sono reali motivazioni logiche, sensate, razionali e vantaggiose che giustifichino quei progetti, dunque ai loro proponenti non resta che imporli con la paranoica prepotenza di pensiero e d’azione, la fuga da qualsiasi interlocuzione con la società civile e con il menefreghismo nei confronti dei territori ai quali vengono imposti.

Un comportamento politico del genere renderebbe opinabile persino l’opera più virtuosa, figuriamoci un enorme impianto funiviario turisticamente inutile in un vallone di alta montagna di rara bellezza e ancora intatto!

Dunque, di nuovo e ancora più di prima: lunga vita al Vallone delle Cime Bianche, territorio iconico delle nostre Alpi e patrimonio naturale di valore inestimabile che tutti noi abbiamo il dovere di difendere per conservare il diritto di godere pienamente della sua incontaminata bellezza!

Per contribuire concretamente alla difesa del Vallone, potete:

*: se il link al video (di Facebook) non funziona, cliccate qui.

Sent, Engadina

[Foto di Aconcagua (talk), opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Sent, frazione del comune di Scuol, è uno dei villaggi di cultura romancia più caratteristici della bassa Engadina, noto in particolar modo per le sue case affrescate e dai peculiari frontoni ricurvi. Sono il segno del benessere derivante dall’emigrazione dei suoi abitanti, alcuni dei quali dal secolo XVII fecero fortuna come mercenari, commercianti e pasticcieri – questi ultimi soprattutto in Italia – e, tornati nel loro villaggio natìo, vi costruirono case signorili in stile classico per ostentare la ricchezza accumulata. È così che sono nati anche i cosiddetti Senter-Giebel (“Frontoni di Sent”), elementi architettonici ricurvi che dall’Ottocento (ovvero dopo un furioso incendio che distrusse buona parte del villaggio) ornano con eleganza molti edifici del nucleo storico del paese, caratterizzato da una stretta rete di viuzze e vicoli maggiori e da diverse piazze.

Tuttavia l’edificio forse più ammirato di Sent, anche perché il più visibile, è il campanile neogotico della chiesa di San Lurench (San Lorenzo), il quale in verità è relativamente recente, essendo stato aggiunto solo nel 1900 alla chiesa che invece vanta una storia più lunga: fu ampliata in stile gotico da Andreas Bühler nel 1496 ma l’impianto originario potrebbe risalire al X secolo.

Per saperne di più su Sent, potete leggere la relativa voce del Dizionario Storico della Svizzera (DSS) o la pagina dedicata al villaggio su myswitzerland.com.

L’Engadina, le sue bellezze, i paradossi (e un piccolo giallo storico)

[Foto di Jacques Bopp su Unsplash.]
L’immagine che vedete qui sopra – ingranditela cliccandoci sopra per goderla appieno – rivela (per chi non la conosca) o riafferma (per chi invece la conosca già) la mirabile bellezza montana dell’alta Engadina, lì ripresa dal Piz Corvatsch nel suo tratto “primigenio” tra il Passo del Maloja e Suvretta, sobborgo di St. Moritz.

L’Engadina è per molti aspetti una delle zone più significative e emblematiche delle Alpi. Innanzi tutto perché il suo lungo solco vallivo si incunea tra le vette delle Alpi centrali andando a lambire quelle occidentali (che cominciano oltre il Passo dello Spluga e la linea formata dai fiumi Reno-Liro e Adda) ma è già parte del bacino idrografico del Danubio, dunque dell’Europa orientale, in quanto l’Inn, che percorre la valle, ne è uno dei principali affluenti alpini. Proprio sopra il Passo del Maloja, sul confine tra l’Engadina e la Val Bregaglia che scende verso Chiavenna e l’Italia, si trova il Piz Lunghin, vetta assolutamente secondaria in questa regione alpina (è alta solo 2780 m) che tuttavia è considerata dal punto di vista idrografico il centro dell’Europa, dato che dai suoi tre versanti le acque confluiscono verso est e il Mar Nero (con l’Inn, appunto), a ovest verso il Mar Mediterraneo (con la Maira/Mera, che sfocia nel Lago di Como) e a nord verso il Mare del Nord, dunque l’Oceano Atlantico (con uno dei rami del Reno).

Inoltre non si può non considerare la realtà moderna e contemporanea dell’Engadina, che ne ha fatto una delle mete più ambite dal jet set internazionale e St. Moritz la “Montecarlo delle Alpi”. Realtà invero paradossale per come la zona presenti, a poche centinaia di metri di distanza, angoli di naturalità alpestre tra i più belli e intatti della catena alpina e spazi iperantropizzati tipici di una qualsiasi metropoli. Al punto che sono gli stessi engadinesi, quando dissertano del capoluogo vallivo St. Moritz, a non considerarlo parte dell’Engadina ma una sorta di zona franca culturale e paesaggistica nella quale per molti versi faticano a riconoscersi. Di ciò ne scrisse emblematicamente anche il grande scrittore engadinese Oscar Peer, in un brano che trovate qui.

D’altro canto non si può dimenticare che, prima di diventare una delle capitali del lusso internazionale, St. Moritz ha sostanzialmente “inventato” il turismo montano invernale: nel 1864 l’albergo Engadiner Kulm, gestito dalla famiglia Badrutt, fu il primo a rimanere aperto anche in inverno, dando il via allo sviluppo della attività turistica invernale e, negli anni successivi, agli sport della neve.

[Un grande classico fotografico: la veduta dell’alta Engadina e del Bernina da Muottas Muragl, sopra Pontresina. Immagine di Matthias Taugwalder, tratta da wegwandern.ch.]
Tornando agli aspetti geografici della valle, il nome dell’Engadina nasce grazie al proprio fiume, l’Inn, forma tedesca del romancio En nel quale si ritrova l’antico nome latino Aenus; ma in esso sussiste anche un piccolo “mistero” o giallo storico. Infatti il termine Engadina, in romancio Engiadina, in tedesco Engadin, viene dal latino vallis Eniatina che significa letteralmente “valle degli Eniati”, ovvero gli abitanti della valle dell’Aenus (da cui Eniatinus). Tuttavia, e qui sorge il piccolo “mistero”, non si è mai appurato chi fossero realmente questi “Eniati”: se, molto semplicemente, gli abitanti della valle, se una tribù di origine celtica come le altre stanziate nelle Alpi centrali in epoca romana, oppure se un popolo specifico e autoctono ma del quale non si hanno informazioni certe.

Un po’ paradossale è anche l’altro significato sovente attribuito al termine Engadina, cioè “giardino dell’Inn”: definizione che lessicalmente non ha alcun fondamento se non come suggestiva trovata turistica ma che, di contro, descrive bene la grande bellezza alpestre del territorio engadinese il quale effettivamente in molti suoi angoli sembra un meraviglioso giardino, assai ben curato, che offre vedute tra le più spettacolari delle Alpi ed è caratterizzato da una grande biodiversità montana.

Insomma, l’Engadina è un luogo che ammalia chiunque e del quale è facile innamorarsi anche grazie alle sue peculiarità così speciali e a volte contrapposte, che la rendono comunque una realtà più unica che rara nelle Alpi. Come scrisse Nietzsche, uno dei più celebri residenti della valle,

L’Alta Engadina, il mio paesaggio, così lontano dalla vita, così metafisico…

Le conseguenze internazionali della fusione dei ghiacciai delle Alpi

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La Svizzera si dimostra sempre più attenta e sensibile a ciò che sta accadendo alle proprie montagne dal punto di vista climatico – di sicuro molto più di quanto al riguardo si dimostra l’Italia.

Un bell’articolo pubblicato su “Swissinfo.ch”, ad esempio, analizza le conseguenze internazionali della fusione dei ghiacciai delle Alpi svizzere, che sono molteplici, di varia gravità e, appunto, interessano un territorio che va ben oltre i confini elvetici. Per inciso, in base all’andamento climatico attuale, la gran parte dei ghiacciai svizzeri potrebbe sparire entro la fine di questo secolo.

Sono conseguenze che vanno da quelle, ovvie, sul turismo e sull’immaginario alpino sul quale si dovrà basare nel prossimo futuro l’industria turistica (quasi mezzo miliardo di presenze all’anno!), alla trasformazione calamitosa del paesaggio (frane, alluvioni, fenomeni estremi, eccetera), alla diminuzione della portata dei grandi fiumi europei e dunque della disponibilità di acqua in molti paesi, con effetti diretti sulla navigazione, l’agricoltura, gli ecosistemi, le risorse di acqua potabile e la produzione di energia (persino sul raffreddamento delle centrali nucleari), all’aumento del livello dei mari.

Per giunta sulle Alpi il “picco idrico”, cioè il momento in cui il deflusso dell’acqua di fusione raggiunge il suo livello massimo, è già stato raggiunto o lo sarà nei prossimi anni: ciò significa che i molti casi i ghiacciai si sono fusi a tal punto che già ora rilasciano meno acqua o lo faranno presto:

[Le quantità di acque di fusione rilasciate dai ghiacciai svizzeri in relazione ai possibili auimenti della temperatura media nella regione alpina. Fonte: www.swissinfo.ch.]
Al netto di qualsiasi considerazione al riguardo, è senza alcun dubbio una situazione oggettiva della quale chiunque dovrebbe avere piena consapevolezza e saper formulare un’adeguata capacità di riflessione.

Per fare ciò, come detto, l’articolo di “Swissinfo.ch” è certamente molto utile e dunque vi invito a leggerlo, cliccando qui o sull’immagine in testa al post.

(Nelle immagini in testa al post vedete il Ghiacciaio del Rodano, nel Canton Vallese, in una fotografia del 1900 e in una del 2008.)