Mancava quasi tutto, soprattutto frutta e ortaggi. Si trovavano solo questi cetrioli in una salamoia orrenda, solenyye ogurtsy; poi carne di pollo, di maiale, più di rado il vitello; e uno spumante locale ribattezzato molto ottimisticamente sciampaski. Un giorno, per miracolo, ho trovato delle banane, un intero casco di banane allo spaccio per gli occidentali. Erano mesi che non vedevo delle banane, chissà come erano finite a Togliatti. L’ho comprato, tutto intero, e mi sono avviato a piedi verso casa col mio casco di banane in braccio. Solo che era pomeriggio, la strada era piena di bambini che un casco di banane non l’avevano mai visto, anzi credo non avessero mai assaggiato una banana. Così ho cominciato a spiccarle una a una e a distribuirle ai bambini. Morale, sono arrivato a casa senza banane ma sono diventato l’eroe del quartiere, il giorno dopo la gente mi salutava per strada.
(Rodolfo Gaffino, dirigente Fiat inviato all’AutoVAZ di Togliatti nel novembre 1983 per presiedere al rinnovamento degli impianti dell’industria automobilistica sovietica e per collaborare al progetto della Lada Samara, descrivendo le condizioni di vita nell’URSS dei primi anni Ottanta. Tratto da Claudio Giunta, Giovanna Silva, Togliatti. La fabbrica della Fiat, Humboldt Books, Milano, pag.26.)
Esco dall’hotel, svolto a destra lungo l’ampio viale totalmente inondato da una esuberante luminosità solare che scorre impetuosa da oriente fino ad avvolgere le guglie della città vecchia, da qui già visibili.
Diciotto gradi Celsius, dice il display qui sopra la mia testa. Traffico sostenuto ma non esagerato. Lo scampanellio dei tram che fermano nell’isola in centro alla strada – alcuni convogli di design attuale, altri che credo abbiano trasportato i burocrati sovietici.
Gli indigeni che vanno a lavorare, una ragazza che armata di spugna pulisce i tavoli in alluminio di un ristorante sulla via canticchiando una melodia che non mi è nuova, ma forse mi sbaglio.
Caratteristica insolita di questa strada: a destra, nel mio senso di marcia, gli edifici sono tutti moderni, nelle forme architettoniche, nei rivestimenti di vetro e acciaio, nella destinazione d’uso ‒ l’hotel è ai margini di Rotermann, quartiere di ex edifici industriali ristrutturati e riconvertiti ad usi commerciali e culturali, una delle gentrificazioni più evidenti e, devo ammettere, meglio riuscite della città; a sinistra, dall’altra parte della strada, i tipici palazzoni sovietici, austeri, senza fronzoli, di varie tonalità del grigio e pure visibilmente statici, nell’uso contemporaneo. Un discrimine temporale d’asfalto, in pratica, anche se, oltre gli squadrati parallelepipedi che nemmeno qualche grosso cartellone pubblicitario riesce a rendere meno tristi, modernissimi grattacieli disegnano un nuovo e antitetico skyline – sia a quei palazzi grigi e sia al profilo urbano della città vecchia, al quale sembrano contrapposti non solo per disposizione urbanistica ma pure per una sorta di sfida storica e morale. «Eravate voi, campanili e torri della vecchia Tallinn, a spingervi verso il cielo fino a qualche lustro fa. Ora tocca a noi!»
Anche questo è un brano tratto dal mio ultimo libro:
Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.
Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più.
Prima che la Fiat diventasse ciò che oggi è, ovvero una specie di finanziaria italo-american-franco-olandese che solo incidentalmente (così viene da pensare) produce autovetture – marchiate “Fiat”, intendo dire – ovvero quando rappresentava ancora un’autentica eccellenza industriale e tecnologica italiana, fu protagonista di uno degli accordi commerciali più inopinati ed emblematici del dopoguerra: quello con l’URSS per la costruzione della prima vera industria automobilistica sovietica, l’AutoVAZ. Uno dei massimi esempi di capitalismo occidentale andava a braccetto con il paese comunista per eccellenza, insomma: per di più, quale altro inopinato legame tra URSS e Italia, il Soviet aveva stabilito già nel 1964 di costruire il nuovo impianto industriale presso la città di Stavropol sul Volga che poco prima era stata ridenominata Togliatti in onore dell’omonimo leader del maggiore partito comunista occidentale, proprio quello italiano.
Di quell’impresa così particolare, per certi aspetti epica, per alcuni altri quasi fantozziana, raccontano Claudio Giunta e Giovanna Silva in Togliatti. La fabbrica della Fiat (Humboldt Books, Milano, 2020), volume assai curato come nello stile dell’editrice milanese nel quale i due autori raccontano del loro viaggio nella Togliatti odierna, sulle tracce dell’avventura industriale del tempo e seguendo le testimonianze di chi ne fu protagonista, da semplice operaio a dirigente, sia dal lato italiano che da quello sovietico – oggi russo.
Di “impresa” si può certamente parlare anche solo considerando la vastità della fabbrica creata dal nulla nel nulla del Sud Est russo, lungo le rive del Volga a 1000 km da Mosca: cinque milioni di metri quadrati di impianti industriali e ben 140 km di linee produttive con servizi annessi e tutt’intorno una nuova città ove alloggiare i dipendenti della fabbrica […]
[Foto di minsvyaz.ru, CC BY 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.](Leggete la recensione completa di Togliatti. La fabbrica della Fiat cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
25 marzo 1980: a San Francisco va in scena la terza edizione dei Bay Area Music Awards, evento antesignano di tutti i vari awards musicali che verranno negli anni successivi, a partire dagli MTV Music Awards. Il genere new wave sta diventando sempre più ascoltato tra i giovani e dunque “pompato” dal music business, dunque gli organizzatori dell’evento – legati a doppio filo alle grandi major discografiche – decidono di invitare una di queste “nuove” band così acclamate dal pubblico giovane, e chiamano i Dead Kennedys. Peccato che i Dead Kennedys innanzi tutto non sono affatto una band new wave ma un gruppo seminale del punk-hardcore – in ciò dimostrando la concreta grande ignoranza dei dirigenti del music business nei riguardi del panorama musicale alternativo – ma sono pure noti, nella scena underground evidentemente del tutto sconosciuta ai suddetti dirigenti, per essere degli ironici, sagacissimi e graffianti contestatori del sistema politico, economico e mediatico statunitense.
[“Give Me Convenience or Give Me Death”, la raccolta dei Dead Kennedys nella quale si trova “Pull My Strings”.]I Dead Kennedys, capitanati dall’iconico e carismatico cantante Jello Biafra, non sono così stupidi da rispondere “no” a un tale invito: vanno ai Bay Area Music Awards e per tutta la giornata pre-live provano uno dei loro pezzi più noti, California Über Alles, come da accordi con gli organizzatori. La sera salgono sul palco, tutti quanti indossando una camicia bianca con una grande S nera dipinta davanti, partono a suonare il pezzo suddetto ma dopo 15 secondi si fermano e Jello Biafra dice ai suoi compagni ma rivolgendosi al pubblico: «Aspettate, aspettate! Dobbiamo dimostrare che siamo adulti adesso. Non siamo una band punk rock, siamo una band new wave!”. Da sotto la camicia si tolgono una cravatta nera che, posta ora sulla S dipinta davanti, forma il simbolo “$” – quello dei dollari, sì – e attaccano Pull My String, unfenomenale brano ineditoche rappresenta il più sublime, potente e indiscutibile «Fuck Off!» della storia al music business e alla sua “payola”, ovvero la pratica tanto illecita quanto diffusissima – tutt’oggi, sia chiaro – con la quale le case discografiche pagano le emittenti radio-televisive per passare i brani musicali dei propri artisti, facendo credere che invece siano trasmessi così di frequente perché piacciano al pubblico. Il tutto al sarcastico grido di «Is my cock big enough, is my brain small enough, for you to make me a star?» (spero abbiate la sufficiente dimestichezza con l’inglese per tradurre!) cantato in faccia ai dirigenti delle case discografiche seduti in platea, con ovazione finale del pubblico a cui fa seguito la radiazione perenne da qualsiasi evento musicale futuro, comminata alla band da quei dirigenti così sonoramente sbeffeggiati: una “punizione” che in realtà per una punk band come i Dead Kennedys vale quanto l’oro, chiaramente. Insomma: fu un successo totale ed epocale per Jello Biafra e compagni!
Ma Pull My String, anche al di là di quanto sopra, è un grandissimo pezzo (include pure una sublime presa in giro di My Sharona dei The Knack, brano emblematico, per i Dead Kennedys, di certa musica considerata alternativa ma in realtà del tutto mainstream, il cui titolo nel cantato di Jello Biafra diventa “My Payola”) il quale dimostra l’altrettanta grandezza di una band che sul serio ha fatto la storia della musica alternativa americana e non solo, icona di geniale e innovativa sfrontatezza, monumento punk al quale devono moltissimo – a livello musicale e ancor più in quanto ad attitudine – quasi tutti i gruppi venuti dopo, e che ha lasciato ai posteri brani celeberrimi come – oltre a Pull My String – la citata California Über Alles, Too Drunk to Fuck o Holiday in Cambodia, solo per citarne alcuni.
Purtroppo – ve lo state chiedendo, lo so! – non esiste una testimonianza video dell’esecuzione di Pull My Strings ai Bay Area Music Awards di quel 25 marzo 1980. Sarebbe stato qualcosa di eccezionale e alquanto “didattico” per molti “artisti” musicali di oggi, del tutto comandati come burattini dalle proprie case discografiche – ma in ogni caso anche l’audio è assolutamente significativo e divertente. Per questo non posso che dire: «Chapeau!» e standing ovation perenne ai grandissimi Dead Kennedys!
Volete saperne di più su questi affascinanti “tesori” della montagna lombarda? Be’, semplice: dovete leggere la guida “DOL dei Tre Signori”, che per tutto il mese di aprile, e fino a esaurimento delle copie, è disponibile in tutte le edicole di Lecco e provincia in allegato al quotidiano “La Provincia di Lecco”, a Euro 11,50 più il prezzo del quotidiano. Abbinati alla guida ci sono la mappa in scala 1:40000 del territorio della Dorsale Orobica Lecchese e il codice QR per accedere all’app “Orobie Active” con la quale esplorare anche in modo “tecnologico” e con numerosi contenuti aggiuntivi il percorso della DOL.
Per conoscere meglio da subito la guida, cliccate sull’immagine qui sotto: