Cortina e la nuova pista di bob: un’ultima possibilità, prima del disastro

Quando lo scorso 13 agosto l’amico Pietro Lacasella mi ha scritto un messaggio per informarmi del suo viaggio in bicicletta da Cortina d’Ampezzo a Innsbruck insieme a Marco Albino Ferrari – entrambi figure assai conosciute e rinomate del panorama culturale della montagna italiana; della loro pedalata potete vedere la testimonianza video lì sotto – per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo il folle progetto della nuova pista olimpica di bob di Cortina, dal costo assurdo (e vieppiù crescente) di oltre 120 milioni di Euro, e della possibile alternativa dell’utilizzo della pista di Innsbruck che alle casse pubbliche italiane costerebbe un decimo, stavo per partire per le vacanze e dunque risposi a Pietro che, appena rientrato, ne avrei scritto a mia volta.

[La vecchia pista di Cortina, abbandonata da anni. Foto di ©Luigi Galiazzo, dal sito www.cipra.org. Qui sotto, un rendering della nuova pista con evidenziate le imponenti massicciate in cemento necessarie al progetto. Immagine tratta da gognablog.sherpa-gate.com.]

Poi ho invece deciso di attendere un po’, per constatare se arrivassero cenni finalmente più sensati da parte del comitato organizzatore dei giochi di Milano-Cortina 2026 e dei politici coinvolti. Chissà, pensavo, magari è la volta buona che quelli si capacitano della realtà dei fatti e traggono le più logiche e inevitabili conseguenze, che peraltro gioverebbero innanzi tutto al loro pubblico gradimento visto il generale dissenso diffuso nei confronti della costruzione della nuova pista. Invece non solo i responsabili olimpici hanno rigettato qualsiasi possibilità di discussione sulla questione ma hanno reso la loro posizione a favore della nuova pista cortinese ancora più rigida, con un atteggiamento non più solo opinabile ma ormai palesemente scriteriato e francamente vergognoso, visto lo spreco di denaro pubblico che infanga l’immagine olimpica (nonché gli obiettivi di sostenibilità richiesti dal CIO) e danneggia quella di Cortina e delle sue montagne – ma anche dell’intero paese, a ben vedere, il quale ci ricaverebbe una figura pessima.

Fortunatamente la comunità ampezzana, che fin dall’inizio dell’iter organizzativo olimpico si è fatta costantemente sentire contro il progetto della pista di bob, sta continuando a contrastare una tale follia nel tentativo di riaffermare il buon senso che dovrebbe stare alla base di ogni azione politica, materiale e immateriale, attuata in un territorio tanto pregiato quanto delicato come quello ampezzano (e in ogni altro montano), bisognoso di spendere quei soldi pubblici in ben altre più preziose e utili maniere. Così gli ampezzani hanno deciso di mobilitarsi nuovamente per cercare di bloccare l’enorme e rischioso investimento di denaro pubblico, destinato a danneggiare in modo permanente un’importante area nel cuore delle Dolomiti – a loro volta «cuore d’Europa», come recita il titolo di un recente libro che raccoglie gli scritti di Giovanni Cenacchi il quale conosceva la conca ampezzana come pochi altri. L’invito a scendere in piazza per manifestare il proprio dissenso è rivolto alla comunità residente e a tutti coloro che hanno a cuore il futuro di queste montagne: l’appuntamento è fissato a domenica 24 settembre, in piazza Dibona a Cortina, alle ore 10.30. Come giustamente rimarcano gli organizzatori, partecipare è importante perché questa è forse l’ultima possibilità per far valere il buon senso prima che inizi il cantiere. Ovvero prima che si buttino più di 120 milioni di Euro di denaro pubblico – soldi di noi tutti – in un’opera disastrosa e, con tutta probabilità (vedi la storia della pista di bob di Cesana Torinese, costruita per le Olimpiadi di Torino 2006 e già da tempo abbandonata e cadente), vergognosamente epocale.

Per partecipare e rimanere aggiornati sull’evento potete consultare questa pagina Facebook.

Sarebbero queste le “Olimpiadi” sostenibili che darebbero pregio al paese? È questo che si vuole imporre alle nostre montagne, piuttosto di dotarle di quanto necessario ad assicurare alle loro comunità un buon futuro? Sapete quante opere e quanti servizi si potrebbero realizzare, quanti bisogni della comunità si potrebbero soddisfare con 120 e rotti milioni di Euro? Come si può non capire tutto ciò?

P.S.: sulla questione della nuova pista olimpica di bob di Cortina, veramente paradigmatica riguardo certa gestione politica delle nostre montagne, ho scritto già diversi articoli che trovate – insieme ad altri su tematiche affini – qui.

Pista di bob a Cortina, l’Olimpiade del grottesco

La vicenda della pista di bob olimpica di Cortina, prevista per i giochi invernali di Milano-Cortina 2026, assume connotati sempre più grotteschi oltre che, per molti versi, vergognosi. Per una mera pretesa regionale appoggiata dal CONI, le cui motivazioni nessuno comprende e tanto meno il CIO, si vogliono spendere 120 milioni di Euro (sempre che il costo non lieviti ancora) per un’infrastruttura che potrà funzionare, se va bene, forse solo per qualche giorno all’anno ma di contro impatterà in maniera pesante sul territorio cortinese, dimostrando perfettamente quanto la politica contemporanea, tanto più se “esaltata” da certi grandi eventi d’immagine, sia distaccata dalla realtà e alienata in una dimensione nella quale nulla conta se non la propria autoreferenzialità. Purtroppo, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 stanno palesando in modi chiari tanto quanto sconcertanti la gravità di quell’alienazione politico-amministrativa – lo racconta bene Luigi Casanova in questo libro.

D’altro canto temo che comunque, anche di fronte a tali evidenze incontrovertibili, a Cortina la pista di bob si farà. Si escogiteranno chissà quali magheggi politici e finanziari, si calpesteranno norme e regolamenti ancor più di quanto fatto finora, si inventeranno tutte le giustificazioni, le emergenze, le criticità, le urgenze possibili pur di spendere tutti quei soldi pubblici e soddisfare l’ego politico dei promotori dell’opera, così da “regalare” alla meravigliosa conca ampezzana una nuova, ennesima, assurda cattedrale nel deserto che deturperà rapidamente il paesaggio e degraderà l’immagine di Cortina e delle sue montagne agli occhi del mondo.

Ma chissà, forse la sto facendo troppo pesante… sto soltanto esagerando con cotanto pessimismo al riguardo (beh… nonostante i precedenti). Ne sarò ben felice, nel caso. Chissà.

P.S.: cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo. Qui invece trovate il comunicato sulla vicenda del Comitato Civico Cortina, dal quale ho tratto anche l’immagine soprastante.

Soldi stanziati per la montagna: meglio “piuttosto” che “niente”?

[Una veduta della media Valtellina, con il Disgrazia sullo sfondo. Foto di Marco Forno su Unsplash.]
Nei giorni scorsi la Regione Piemonte ha stanziato 9,2 milioni di Euro per finanziare «la realizzazione delle “green communities”, ovvero le comunità locali che si coordinano per valorizzare in modo equilibrato le risorse principali di cui dispongono (acqua, boschi e paesaggio) e aprire un nuovo rapporto sussidiario e di scambio con le comunità urbane e metropolitane». Invece la Regione Lombardia ne ha stanziati 5,6 milioni, di Euro, «per l’ottimizzazione della gestione della risorsa idrica nei territori montani, per la realizzazione, il ripristino e la manutenzione straordinaria di piccoli bacini e di sistemi di raccolta e stoccaggio delle acque, nonché dei relativi sistemi di adduzione e distribuzione».

Sono due dei più recenti stanziamenti pubblici rivolti a soggetti pubblici e privati di montagna dei quali si è potuto leggere sugli organi di informazione. Al netto delle tifoserie politiche, si può pensare che siano tanti soldi o che siano pochissimi, oppure si può concludere alla maniera di quel noto motteggio milanese (ma presente anche in altri dialetti), «Piutost che nigot, l’è mej piutost» cioè piuttosto che niente è meglio piuttosto. Bisogna accontentarsi di quel che c’è, insomma.

Tuttavia, al riguardo, è sempre bene contestualizzare le cose, dando loro un peso più obiettivo: ad esempio, considerando che, a costi aggiornati all’anno corrente, la costruzione di una seggiovia 6 posti ad ammorsamento automatico richiede intorno ai 10 milioni di Euro – e non è ovviamente l’impianto di risalita più costoso. Ovvero, l’intero stanziamento piemontese o lombardo destinato a tutti i soggetti potenziali del rispettivo territorio regionale, per le importanti finalità indicate, non basta a coprire il costo della realizzazione di un solo impianti di risalita per scopi sciistici e turistici.

Capirete bene che, a prescindere dall’essere favorevoli o meno alla costruzione di impianti del genere e considerando gli stanziamenti al riguardo di cui si legge spesso sulla stampa, siamo di fronte a una sproporzione evidente nella ripartizione delle risorse destinate alla montagna, sia dal punto di vista meramente finanziario e sia nell’ottica delle finalità di spesa e dei conseguenti benefici generati a favore delle comunità residenti.

A questo punto tocca porsi un’ennesima “domanda spontanea”: siamo proprio sicuri che il “piuttosto” sia veramente meglio del “niente”? O forse c’è il rischio che, a furia di accontentarsi più o meno forzatamente del “piuttosto”, la montagna col tempo sia stata condannata ad un costante stato di precarietà che alla fine di concreto non porta niente (o quasi) ma risulta funzionale a certi soggetti ai quali non conviene che tale situazione possa cambiare?

Qualcuno potrebbe obiettare che, d’altro canto, le risorse a disposizione sono quelle che sono, in un paese finanziariamente debole come l’Italia. Ma se così fosse: embè? Non sarebbe questa una motivazione ulteriore per riequilibrare la proporzione dei finanziamenti nell’ottica di un ben maggiore e migliore spettro di benefici concreti e condivisi a favore dei territori montani? Vi pare logico che per ottimizzare la gestione dell’acqua, tema quanto mai attuale e vitale in prospettiva presente e futura, si possa spendere la metà dei soldi necessari per costruire una sovente meno utile e proficua seggiovia?

Per me no, ecco.

La nostra acqua

Il torrentello che scorre nella valle sopra casa, dove spesso io e Loki andiamo a passeggiare la sera, è sempre stato tra quelli che pure negli anni meno piovosi aveva acqua che ne rallegrava il corso. Nell’ultimo anno e mezzo, invece, la siccità lo ha svigorito del tutto, lasciando lungo il suo corso solo alcune pozze d’acqua torbida che parevano lividi liquidi su un corpo tremendamente deperito. Una visione dolorosa e inquietante, la percezione drammaticamente vivida dello svanimento d’una vitalità fondamentale che rendeva sofferente ogni cosa nell’intorno. Una situazione che preoccupava molti, almeno a parole. Poi, per fortuna, un maggio particolarmente piovoso ha ridato vita e acqua abbondante al torrente, colore e vigore alla Natura d’intorno, sollievo e gioia all’animo di quelli come me e Loki che lo visitiamo spesso. L’acqua è tornata quasi come nei momenti di maggior abbondanza, il suono fremente del suo scorrere ha colmato di nuovo la valle riverberando tra i massi e gli alberi nel modo più armoniosamente entropico: io e Loki eravamo la puntina che correva lungo i solchi di un vinile alpestre inciso in presa diretta dalla melodia più fluente e piacevole da ascoltare, diffusa da un grammofono a forma di montagna.

Tanti hanno comprensibilmente esultato nel vedere concluso il prolungato, inquietante periodo di siccità; qualcuno ha pensato, nel rivedere tutta quell’acqua, che si fosse risolto completamente. Purtroppo, dopo solo un paio di settimane o poco più dalle ultime piogge importanti il torrente è tornato a smagrirsi parecchio: segno che l’abbondanza d’acqua dei giorni scorsi non era dovuta alla ricarica delle principali falde locali, come si poteva sperare, ma sostanzialmente al mero dilavamento superficiale. Tutta la pioggia di maggio è rimasta in superficie, non è penetrata nel terreno se non in maniera esigua; il deficit idrico accumulatosi nei passati mesi di siccità permane ancora e se non dovesse piovere per un po’ potrebbe tornare ad aumentare. Leggevo di recente che in forza dei cambiamenti climatici in corso gli episodi di siccità saranno sempre più frequenti negli anni a venire, anche in zone da sempre ricche di acqua come le Alpi – le quali peraltro stanno perdendo i loro ghiacciai, la nostra riserva idrica fondamentale. Mi chiedo se sapremo elaborare una preoccupazione autentica e una conseguente sensibilità riguardo i nostri corsi d’acqua o se nuovamente la sostanziale apatia che riserviamo alle questioni climatiche e alla salvaguardia dell’ambiente naturale resterà dominante, finché apriremo i rubinetti di casa e da lì di acqua ne scenderà sollevandoci dalla responsabilità di un maggiore impegno mentale e poi civico al riguardo. Ci abitueremo anche alle montagne senza ghiacciai, ai torrenti e ai fiumi senz’acqua, ai laghi con le barche in secca lungo le rive inaridite? Chissà. Per fortuna, salendo verso monte, Loki trova una pozza d’acqua ancora degna di tal nome e vi si immerge rincuorato; altre pozze un tempo amene, con i prolungati periodi di secca alternati alle piene improvvise, si sono quasi totalmente colmate di pietrisco. Le dovrà depennare dalla sua lista di lidi balneabili, temo.

Torniamo a casa, si sta facendo tardi. È un peccato uscire dalla frescura della valletta e dall’ombra accogliente degli alberi – castagni e faggi, soprattutto – che la imboscano, in questo modo allontanandoci dal suono così armonico e vitale dell’acqua che la anima. Domani danno pioggia, verso sera. L’affidabilità ordinaria dei bollettini meteo mi rende scettico al riguardo, d’altronde la speranza è per fortuna qualcosa che vive di previsioni e aspettative più concrete di quelle di certi meteorologi. Magari pioverà per bene dopodomani, chissà.

La «visione istituzionale» delle montagne: due casi interessanti

[I Piani di Bobbio in inverno; al centro della foto, parzialmente in ombra, il Vallone dei Mughi.]

Si dice che la visione che le persone hanno della natura determini tutte le loro istituzioni.

[Ralph Waldo Emerson, English Traits, 1857.]

Nei giorni scorsi sugli organi di informazione locali si è potuta leggere la notizia (io la prendo direttamente dal notiziario della Regione Lombardia per non far torto a nessun media, si veda lì sotto) dell’approvazione, da parte della Giunta regionale lombarda, dell’atto integrativo all’accordo di programma che prevede la realizzazione del “progetto strategico di ammodernamento, potenziamento e valorizzazione dei comprensori sciistici in Valbrembana, in provincia di Bergamo, e in Valsassina”, in questa finanziando la nuova seggiovia dei Megoffi ai Piani di Bobbio e l’impianto di innevamento artificiale ai Piani di Artavaggio. Ecco, a (ri)leggere notizie come questa, riferite a località per me “casalinghe” delle quali mi sono occupato più volte qui sul blog e altrove (si veda qui e qui), mi è venuta in mente l’affermazione di Emerson che ho citato, letta di recente nel testo citato. Poche parole che sanno dire tanto (d’altro canto il filosofo americano è un pilastro del pensiero moderno e contemporaneo), le quali citano termini chiave per lo sviluppo delle montagne come «visione» e «istituzioni» e che, elaborandone il senso espresso da Emerson, fanno inevitabilmente riflettere alla qualità politica (nell’etimologia originaria del termine) delle istituzioni che formulano e manifestano certe visioni della Natura – nonché poi la amministrano politicamente, appunto. Sia nel bene che nel male, ovviamente, ma con inevitabile maggior risalto nel secondo caso.

Detto ciò, posto che ormai da tempo seguo le vicende legate allo «sviluppo turistico» delle due località valsassinesi, per quanto mi riguarda la “nuova” seggiovia (invero già presente ai Piani di Bobbio) c’è obiettivamente da rimarcare che non ha apportato nulla di veramente significativo in più al comprensorio della località, già maturo e sostanzialmente privo di possibilità di sviluppo rilevanti (se non attraverso interventi disastrosi sotto ogni punto di vista, come quella prospettato anni fa per collegare Bobbio con Artavaggio ma che ci si augura messi da parte definitivamente). Non si tratta di un “investimento”, non può essere definito in tali termini allo stato delle cose; d’altro canto è un intervento che a me – ribadisco, a me – può non piacere e del quale non posso trascurare la portata materiale (ovvero ecologica) sul terreno ma che capisco, ponendomi nell’ottica commerciale che governa la località e nelle sue esigenze di (r)esistenza turistica che fanno di Bobbio ciò che è, piaccia o meno: oggi se si vuole pensare allo sci su pista in Valsassina si deve parlare dei Piani di Bobbio, non più di altri comprensori ormai definitivamente superati.

Ciò che invece si vuole fare ai Piani di Artavaggio, ribadisco quanto affermato in numerose altre precedenti occasioni, non riesco ad ammetterlo e non lo capirò mai. Innevare artificialmente la località è un atto che va ben oltre la propria mera funzionalità: significa artificializzare la Natura e il paesaggio dei Piani corrompendo il senso del luogo e dimostrando pervicacemente di non comprenderne la realtà, il valore, le valenze, le peculiarità, le potenzialità naturalistiche e non solo (già più volte elencate da me e da altri) per imporvi le proprie “prepotenze” artificiali. Non è una mera questione ambientale, che ovviamente ci può ben essere – scavi, tubi, cavi, impianti vari, eccetera – ma si potrebbe anche risolvere, se poi le cose venissero sistemate a dovere e il terreno rinaturalizzato come dovrebbe essere; semmai è innanzi tutto una questione culturale, di pensiero, di atteggiamento e predisposizione nei confronti della montagna e del paesaggio, di umiltà e razionalità. Di visione, come indicava Emerson. È l’inabilità – o la non volontà – di comprendere quale tesoro si ha a disposizione e, per questo, decidere di dimenticarlo e “metterci sopra” altra roba, ben più dozzinale, banale, monotona, alla lunga noiosa. Perché è questa la parabola inesorabile di opere del genere: un certo successo iniziale dovuto alla “novità” (?), poi l’ordinarietà, la normalizzazione, l’indifferenza, la noia, infine il fastidio. Che si manifesta sia in chi frequenta il luogo sia nel luogo stesso, il cui paesaggio è stato infastidito in così grossolani modi. Infastidendo pure chi in loco ci lavora e magari si sarà illuso (o sarà stato illuso) di essersi assicurato il miglior futuro possibile.

Quelli per la “nuova” seggiovia di Bobbio sono soldi spesi, banalmente ma, nell’ottica turistica commerciale del luogo e tralasciando il suo equilibrio ecologico, comprensibilmente. Quelli su Artavaggio sono soldi buttati, sia perché irrazionali rispetto alla realtà che stiamo vivendo e vivremo sempre più in futuro e sia perché destinati inesorabilmente a impoverire il luogo del suo valore peculiare, della sua attrattiva, della sua bellezza naturale, offuscandone il fascino genuino che così tante persone apprezzano. E constatare, citando nuovamente Emerson, che siano proprio le istituzioni a volere tali opere è quanto mai emblematico della «visione» che vorrebbero imporre alla montagna come parte del paesaggio naturale. Che è sua volta “istituzione” ma in senso culturale autentico e fondamentale nonché patrimonio di tutti, per come sappia istituire un senso importante alla nostra vita e al nostro vivere il mondo in modo armonioso e equilibrato. Se sappiamo percepirlo con la giusta visione delle cose, ovviamente.