Erna, l’utopia della “città dello sci” ai piedi del Resegone

Sopra la città di Lecco, sostenuta dalle bastionate calcaree dell’omonimo Pizzo e ai piedi delle creste sommitali del Monte Resegone, si trova la bellissima località dei Piani d’Erna, frequentatissima in tutte le stagioni grazie alla facilità di accesso su sentiero e, ancor più, per la presenza di una funivia che la raggiunge partendo dai sobborghi collinari di Lecco. In verità di “piano” i Piani d’Erna non hanno molto, presentandosi come un’ampia conca prativa circondata da boschi i cui pendii in passato, stante proprio la vicinanza alla città, hanno rappresentato i campi sciistici per eccellenza dei lecchesi: bastava un breve viaggio in auto o coi mezzi pubblici, la rapida salita in funivia e in una manciata di minuti dal centro cittadino si era sulla neve, sci ai piedi.

[I Piani d’Erna oggi. Immagine tratta da www.orobie.it.]
[Un’altra immagine dei Piani d’Erna oggi, tratta da www.eccolecco.it.]
Queste caratteristiche particolari hanno fatto sì che tempo fa ai Piani d’Erna non si mirasse solo a creare una “normale” stazione sciistica: negli anni Sessanta del secolo scorso – periodo, inutile rimarcarlo, nel quale il boom economico e industriale faceva pensare che nulla fosse impossibile – qualcuno pensò un progetto tanto grandioso quanto utopico e assurdo ma del tutto emblematico riguardo i meccanismi di pensiero e d’azione che hanno sviluppato il turismo sciistico dalla seconda metà del Novecento in poi. Meccanismi che poi il tempo e la realtà (non solo quella climatica) hanno spesso rivelato come fallimentari e deleteri per la montagna, ma che incredibilmente ancora oggi, e non di rado, in certi luoghi si vorrebbe riproporre e perseguire: come se il mondo fosse ancora quello, come se il tempo si fosse fermato o se non si volesse capire (consapevolmente o no) come stanno realmente le cose, nel presente e ancor più nel prossimo futuro.

[La funivia per i Piani d’Erna in un’immagine di fine anni Sessanta.]
La storia del folle progetto sciistico dei Piani d’Erna l’ho rapidamente riassunta in un capitoletto dedicato sul libro Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone che ho scritto e curato nel 2015 per la Sezione CAI di Calolziocorte. Ve lo propongo di seguito, aggiungendo che nel giugno 2020 i rottami degli skilift che erano stati installati sui pendii dei Piani d’Erna, chiusi fin dal 2005, sono stati smantellati e riportati a valle, donando nuovamente al luogo la bellezza e il fascino originari e così preziosi.

L’apertura della funivia che collega Versasio ai Piani d’Erna, nel 1965, nonché gli skilift che per qualche decennio hanno lassù animato i mesi invernali, sono in verità solo una parte di un progetto ben più grande, e francamente utopico, che formularono intorno al 1960 alcuni imprenditori lecchesi, con in testa Angelo Beretta, proprietario della nota ditta di caldaie, e l’ingegner Riva. In effetti Erna era molto frequentata dai lecchesi già prima della Seconda Guerra Mondiale, poi il conflitto e il difficile periodo susseguente fece scemare parecchio quella frequentazione. Beretta e Riva, insieme ad altri professionisti lecchesi, decisero di rilanciare la località e di farlo alla grande seppur con intendimenti in qualche modo avanzati, di sentore contemporaneo: rifiutarono ad esempio la costruzione di una strada carrozzabile, troppo costosa e, soprattutto, tremendamente impattante per quell’angolo montano così piacevolmente integro. Optarono dunque per la funivia, mezzo di trasporto sicuramente più ecologico; in teoria il progetto prevedeva un ulteriore tratto che giungesse fino alla vetta del Resegone, per la cui mancata realizzazione probabilmente oggi non possiamo che essere felici. Ma c’era molto di più: nelle idee della SPER, la società che venne costituita ad hoc per la gestione dei vari interventi, Erna doveva diventare una vera e propria città satellite di Lecco in quota, al fine di attirare il maggior numero possibile di turisti anche da lontano. L’architetto milanese Gianfranco Gelatti Mach de Palmstein venne incaricato di stendere un piano urbanistico per l’edificazione sui terreni, nel frattempo lottizzati di case, alcuni alberghi, una scuola, attrezzature sportive varie, una chiesa, un eliporto e addirittura un piccolo ospedale. Nel complesso la città satellite di Erna avrebbe dovuto constare di sei piccoli quartieri: Funivia, Bocchetta, Romini, Laghetto, Teggia e Ospitale, collegati da un’arteria principale e da una fitta rete di percorsi pedonali. Era un progetto che sotto certi aspetti ricorda nel principio quello di Consonno, scaturente da una visione del progresso urbano tipica di quegli anni di intenso boom economico nei quali pareva che pure le idee più difficili potessero divenire realtà.
Ma le prime difficoltà di realizzazione sorsero presto; solo alcune case vennero edificate (facilmente riconoscibili dal fatto di essere quelle dal disegno architettonico più moderno, lassù) insieme a qualche semplice struttura sportiva, poi nel 1993 la SPER fallì e ci si misero pure i cambiamenti climatici, che resero la neve a Erna una cosa assai rara. Così, il visionario progetto di Erna, la città dello sci a pochi minuti dal centro di Lecco, tornò nel fumoso regno delle utopie irrealizzate. Giudicate voi se sia stato meglio così, oppure no. Di certo l’amenità dei Piani d’Erna, con quel meraviglioso e imponente sfondo delle punte del Resegone appena al di sopra dei suoi verdi prati, resta comunque grande.

Zombies sugli sci

[Photo by Yann Allegre on Unsplash.]
Nel mentre che tanti (come me, per quel poco che posso) si arrabattano tra infinite difficoltà e quasi nulli denari per proporre e realizzare progetti di fruizione turistico-culturale, sociale ed economica delle zone montane finalmente diversi, magari innovativi, certamente contestuali ai luoghi ed ecosostenibili, per l’ennesima volta “l’eccellente” Lombardia “stanzia” (trad.: butta) altri 2,8 milioni di Euro nel comparto degli impianti e delle piste da sci, un mondo per la gran parte ormai popolato da zombies (350 milioni di debiti per le sole stazioni sciistiche lombarde, come denota “Il Sole-24 Ore”) che possono camminare ancora solo grazie ai soldi pubblici, senza al contempo fare nulla di concreto per costruire un nuovo futuro per le montagne, che sovverta paradigmi ormai falliti da tempo e risulti ben più consono alla realtà climatica che ci aspetta. Soldi che la Lombardia stanzia (butta) pure per «l’approvvigionamento idrico per la realizzazione dell’innevamento programmato», cioè per uno dei veleni che sta uccidendo – anzi, che ha già ucciso, visti i debiti prima citati – l’industria dello sci su pista, oltre che sfruttando e deteriorando in maniera inaccettabile gli ecosistemi montani rovinandone il paesaggio, cioè il loro tesoro vero e fondamentale.

È come se un armatore, al fine di “salvare” (a suo dire) una nave piena di buchi nello scafo che per questo sta inesorabilmente affondando, spenda un sacco di soldi per fornire i suoi marinai di trapani. Una cosa totalmente insensata. Insensata.

Nel frattempo, ribadisco, a livello istituzionale non si muove un dito – concretamente, ovvero salvo le tante belle e inutili parole – per cambiare le cose ovvero il futuro di molti territori di montagna, come ad esempio avevo scritto qui, qualche tempo fa. D’altro canto, mi viene da supporre, molti di quei soldi buttati servono anche per salvaguardare interessi e tornaconti più o meno personali in quelle località, anche per questo condannate da un tale stato di fatto politico alla rovina certa.

Non penso proprio che le montagne lombarde e, in generale, le Alpi italiane, meritino di subire lo stesso immondo sfacelo presente nelle istituzioni politiche che si arrogano il diritto di imporre ai monti le loro scriteriate e dannose decisioni. La bellezza del paesaggio alpino è elemento quanto mai antitetico alla bruttezza di tale politica. Ne va del suo futuro, dei suoi territori, delle genti che li abitano, della loro cultura, della loro economia. E di quella bellezza che è patrimonio di tutti, da salvare perché, una volta ancora, è di quelle che può salvare il mondo.
Nonostante le Olimpiadi del 2026, già.

Cinque punti per non fare dello sci su pista un “virus” per la montagna (forse)

Impianti dismessi ed ecomostri dell’Alpe Bianca, Tornetti di Viù (Torino). Immagine tratta da qui.

Le località sciistiche al tempo del coronavirus, che ne ha imposto la chiusura e, in pratica, la fine anticipata della stagione turistica: se già molte di esse sono da anni in gravissimo deficit economico e sopravviventi solo grazie a contributi pubblici e bilanci “creativi”, tale chiusura obbligata rappresenterà per non poche di loro una tremenda mazzata, forse letale, che ne allungherà di molto l’elenco già esteso. Tuttavia, anche senza di questa, è evidente come sempre di più la presenza dell’industria dello sci sulle montagne sia diventata vieppiù antitetica con lo stato di fatto in quota, in primis per i cambiamenti climatici in atto, che riducono gli apporti nevosi e ne aumentano sempre più la quota, ma pure perché il comparto dello sci su pista si basa ancora grandemente su modelli e strategie turistiche ormai superate e non più valide, perpetrate soltanto per difendere piccoli interessi di parte e tornaconti ormai ingiustificati. Spiace dirlo – a loro – ma molte stazioni sciistiche sulle nostre montagne non hanno più senso, e vederle in attività con tutta la pressione antropica, ambientale, economica cagionata a territori montani in evidente difficoltà ecologica è veramente qualcosa di biasimevole.

Or dunque, voglio chiedere: se anche per tale ambito l’emergenza coronavirus rappresentasse l’occasione per un autentico cambio di paradigma, invocato già da anni da più parti attraverso appelli pressoché inascoltati, al fine di smetterla con quei modelli divenuti fallimentari e divoratori di soldi pubblici che potrebbero essere spesi molto meglio sui monti, a beneficio delle genti che li abitano e li mantengono ancora vivi – non solo economicamente ma anche socialmente e culturalmente – nonché a vantaggio indispensabile dell’ambiente e del paesaggio montani, che i cambiamenti climatici rendono ancor più delicati e fragili di quanto già non siano per propria natura?

D’altro canto, ribadisco, il turismo dello sci su pista ha già superato da qualche tempo il bivio tra sopravvivenza e fine certa, una bipartizione determinata soprattutto dal riscaldamento globale per la quale tutte le stazioni sciistiche aventi comprensori posti sotto i 2000 metri di quota hanno imboccato la strada della chiusura inevitabile senza alcuna possibilità di retromarcia – come quella che molti credono rappresentata dalla neve artificiale, in realtà il modo migliore per tirare grandi zappate sui piedi di stazioni sciistiche già zoppe e barcollanti.
Quindi, se cambiamento dev’essere – e non può che esserlo, vista la situazione – che sia realmente paradigmatico e basato su principi rigorosi ovvero rigorosamente innovativi o, se preferite, rivoluzionari. Per restare in attività garantendo buona salute a se stesse e ai territori in cui operano (in senso generale: economico, sociale, culturale, ambientale, eccetera) le stazioni sciistiche – mi permetto di proporre – dovrebbero:

  1. Essere a bilancio energetico ed ecologico zero o positivo, con apposita certificazione la quale attesti che i comprensori non arrechino alcun danno ai territori interessati e alle loro risorse, anzi, che possibilmente ne apportino vantaggi in tal senso. La riconversione energetica, ove necessaria, sarà da sostenere con appositi supporti finanziari – qui sì giustificabili – e non dovrà in alcun modo ricadere sulle popolazioni locali così come, se non minimamente, sugli sciatori.
  2. Non costruire più nessun nuovo impianto di risalita e nessuna nuova pista di discesa al di fuori dei comprensori già attivi, semmai efficientando il più possibile – posto il punto 1 – l’esistente a livello di infrastrutture e di gestione ambientale.
  3. Eliminare totalmente l’innevamento artificiale, ottusamente ritenuto un’ancora di salvezza per molte stazioni che invece, coi suoi costi esorbitanti, rappresenta una zavorra per affondare definitivamente i loro bilanci già deficitari, oltre che una forma di depredamento di risorse naturali – l’acqua, innanzi tutto – che invece nel futuro dovranno essere sempre più salvaguardate, vista la drastica riduzione delle superfici glaciali le quali, è bene ricordarlo, sono i principali serbatoi di acqua potabile a disposizione sulle Alpi. E poi: scommettiamo che guadagna di più una stazione sciistica che lavora 2 o 3 mesi solamente con neve naturale rispetto a una che lavora 4 o 5 mesi con largo uso di neve artificiale?
  4. Essere obbligate, in qualche modo adeguatamente certificabile, di offrire servizi turistici non legati allo sci su pista in maniera equiparabile a quelli offerti agli sciatori e in maniera ben più ampia e strutturata di quanto non si faccia ora: percorsi per camminatori, ciaspolatori, sci alpinisti, attività sportive non sciistico-alpine come sci nordico, slittino, pattinaggio, eccetera (ovviamente ad esclusione di quelle a forte impatto ambientale, come motoslitte, eliski e cose affini, sostanzialmente da vietare). Il tutto, appunto, senza che queste siano considerate “di serie B”, come oggi quasi sempre accade in tante stazioni sciistiche ove tutti i servizi o quasi (con i relativi investimenti) vengono dedicati agli sciatori su pista e pochissimo agli altri fruitori, nonché con il coinvolgimento istituzionale dei soggetti professionistici che operano in tali attività “alternative” – guide alpine, accompagnatori di escursionismo, operatori ambientali e culturali, rifugisti, eccetera.
  5. Essere obbligate a mettere in atto soluzioni di mobilità sostenibile all’interno dei territori delle stazioni sciistiche: degli impianti di risalita ecosostenibili ma con alle loro partenze megaparcheggi traboccanti di auto rappresenterebbero una contraddizione inaccettabile. Tutto il territorio sul quale insiste un comprensorio turistico dovrebbe essere a bilancio energetico e ambientale zero o positivo, e in ciò concorrere alla certificazione in tal senso della stazione: per tale motivo la parte pubblica (le amministrazioni locali) e quella privata (le società di gestione degli impianti) devono lavorare in sinergia e in joint venture strategica, e non operare come due entità distinte e spesso conflittuali se non per spartirsi tornaconti indebiti, come sovente accade.

Ecco: tutti i comprensori sciistici non in grado di attuare tali riconversioni dovrebbero essere chiusi, e le località dedicate espressamente al turismo non meccanizzato, che peraltro è un comparto in grande espansione che senza dubbio rappresentare il futuro della fruibilità sostenibile sui monti, certamente in grado di soppiantare economicamente lo sci su pista. D’altro canto, i comprensori non in grado di evolvere come detto sono quelli comunque destinati a chiudere a breve: per mancanza di neve, per inadeguatezza ecologica e ambientale degli impianti, per insostenibilità finanziaria, per gestione economica errata e dissociata dalla realtà.

Non è più un questione di “se” e di “ma”: come rimarcato, il tempo delle scelte si è già esaurito da un pezzo. Ora contano soltanto la doverosa cognizione dello stato di fatto, l’onestà intellettuale e professionale, la coerenza e la fine d’ogni arroccamento egoistico, l’azione concreta e virtuosa, la capacità di visione futura. Il buon senso, insomma, di chi ha veramente a cuore la montagna, in ogni suo aspetto.

N.B.: cliccando sull’immagine in testa al post potrete leggere il dossier NeveDiversa 2020, redatto da Legambiente che tratta con grande obiettività de «Il mondo dello sci alpino nell’epoca della transizione ecologica: dismissioni, abbandoni, chiusure, accanimenti terapeutici, mix di tradizione e innovazione, tentativi di riconversione e buone pratiche di turismo soft». Da leggere assolutamente.

Come dire che fa troppo caldo

[Foto di Free-Photos da Pixabay.]
Ieri pomeriggio, 2 febbraio, montagna, 1500 metri di quota.
12° di temperatura dell’aria ma, in pieno Sole, molti di più; niente neve su prati i quali, per giunta, ospitano i rottami di alcuni vecchi skilift di un’epoca nella quale qui si sciava. Sembra roba preistorica, invece accadeva fino a poco più di vent’anni fa.
Sarebbero i cosiddetti «giorni della merla», questi, ma fa caldo come ad aprile. D’altro canto lo «zero termico» dalle mie parti è a circa 2800 m, un dato tipico del periodo primaverile inoltrato, guarda caso.

Già.

O forse queste mie osservazioni sarebbero state più efficaci se le avessi riportate in una forma del tipo «Anche ieri pomeriggio, 2 febbraio, quelli che non credono al cambiamento climatico sono degli emeriti (CENSURA)!»?

Ecco.
E scusatemi per quella “censura” lì sopra, fosse per me non l’avrei certo messa.

P.S.: clic.

Uno scarpone abbastanza grosso

Il Paul fa sì con la testa, il comune ha minacciato di chiudere lo skilift, da quando è presidente quell’altra testa di legno vogliono risparmiare su tutto, sarebbe un peccato per il nostro bel muletto, se pensi a quanti ci hanno imparato a sciare, da qui veniva fuori un campione un anno si e un anno no, come il Seppi Plum, un lampo, peccato solo che è finito nel bosco. Una miniera di talenti è questa, ma poi ti arrivano quelli lì e non trovano uno scarpone abbastanza grosso per il calcio in culo che voglion piazzarti.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.13.)