Sholem Aleykhem, “Un consiglio avveduto”

Un appassionato cultore come me della letteratura umoristica sa benissimo che lo humor è fatto per far ridere ma è cosa assai seria, per certi aspetti di matrice filosofica (e infatti c’è quel bel saggio di John Morreal, intitolato proprio Filosofia dell’umorismo, che lo spiega bene) e per ciò, come tutte le correnti filosofiche, dotato di proprie “scuole di pensiero”. Le due principali, per la risata moderna e contemporanea ovvero alle quali il ridere di oggi fa sostanzialmente riferimento, sono probabilmente quella anglosassone, con pilastri come Wodehouse, Waugh, Adams fino agli inimitabili Monty Python, e quella ebraica, per la quale basti citare i Fratelli Marx, Mel Brooks o Woody Allen. Tra i padri fondamentali dello humor ebraico bisogna senza dubbio annoverare Sholem Aleykhem, scrittore ucraino (nato Solomon Naumovič Rabinovič) emigrato poi negli Stati Uniti e dunque esponente “pieno” della parte di Europa, quella orientale, che ha sostanzialmente dato i natali all’umorismo ebraico in un confronto geografico – ma non antitetico – con l’occidente europeo nel quale, appunto, si è invece sviluppata la scuola umoristica anglosassone. Per di più Aleykhem ha usato come idioma precipuo per le sue opere lo yiddish, espressione linguistica di genesi (e genetica culturale) assolutamente europea nonostante la radice storica mediorientale, dunque mettendo per iscritto, a suo modo ovvero con le sue narrazioni, una parte certamente significativa della presenza e del carattere dell’ebraismo nella storia dell’Europa tra Otto e Novecento.

Le sue narrazioni, appunto: Un consiglio avveduto (Adelphi Edizioni, 2003, traduzione di Franco Bezza, Haim Burstin, Anna Linda Callow, con una nota di Claudia Rosenzweig) raduna tre racconti, tra cui quello che dà il titolo al volume, che rappresentano assai bene lo stile di Aleykhem, innanzi tutto, oltre che l’impalcatura originaria e fondamentale dell’invenzione umoristica di scuola ebraica che non soltanto un elemento concettuale ma pure geografico: lo shtetl, il villaggio-ghetto tipicamente abitato dalla popolazione di religione ebraica nell’Europa orientale dall’Ottocento in poi []

(Leggete la recensione completa di Un consiglio avveduto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Quei vecchi tromboni!

Non li posso vedere quei vecchi tromboni con la loro perenne recriminazione: come è possibile, adesso l’uovo viene a dar lezioni alla gallina? Chi è più vecchio, l’uovo o la gallina?… Asini che non siete altro! Ma proprio perché è più giovane, l’uovo ha la precedenza! È più capace! È più intelligente! Certo che noi, la vecchia generazione, dobbiamo ascoltare attentamente quello che loro, la nuova leva, hanno da dirci, perché sono giovani, sono freschi, studiano, indagano, cercano, scoprono, realizzano. Ebbene? Proprio come voi, dotti ammuffiti, che vi siete arroccati sui sacri testi e sui vecchi libri e non volete smuovervi di un passo!… Io ce l’ho con loro, con i giovani, con la nuova generazione, solo perché ci rinnegano completamente, ci annullano, ci liquidano, non si accontentano di dire che siamo bestie o asini — non siamo più neanche asini, non siamo nulla!

(Sholem Aleykhem, Un consiglio avveduto, Adelphi Edizioni, 2003, pagg.97-98.)

N.B.: a breve ne saprete di più, qui sul blog, di questo libro e sul suo autore, ben più importante di quanto la scarsa conoscenza del nome possa far credere.

Smarrirsi senza perdersi per ritrovarsi (a Lucerna)

Forse oggi, nel nostro mondo contemporaneo del quale ogni pur remoto angolo può essere raggiunto attraverso il web al punto da ritenere ogni impulso all’esplorazione un retaggio d’altri più avventurosi e ingenui tempi, bisognerebbe realmente tornare a pretendere la possibilità di perdersi. Magari non in senso geografico quanto più in senso emozionale, spirituale. Partire dalla conseguita consapevolezza geo-mentale, come l’ho definita poco fa, per lasciarvi in deposito le certezze materiali e vagare verso ignoti ambiti immateriali ove la realtà ordinaria si amplia, si spande in innumerevoli direzioni metafisiche, liberi come se non si avesse nulla da perdere o da rischiare e tutto da guadagnare perché sicuri di ciò che si è già acquisito. Anche in una città come Lucerna, sì, che parrebbe il luogo sul pianeta in cui perdersi è più difficile, per quanti riferimenti orientanti d’ogni sorta offra in ogni parte della propria conurbazione. D’altro canto Lucerna è parimenti così ricca di suggestioni, magnetismi, incanti, miraggi, visioni e quant’altro di conturbante e strabiliante, che realmente in essa può venire facile smarrirsi senza perdersi, volare lontano sulla ali del più istintivo estro rimanendo coi piedi ben saldi per terra oppure lasciando che la città solleciti di continuo e in modo vibrante la curiosità del suo esploratore, spingendolo entro vicoli o passaggi apparentemente insignificanti ma nei quali, invece, spunta d’improvviso qualche dettaglio magari minimo ma a suo modo incredibile.
In fondo l’uomo ha dovuto perdersi infinite volte per trovare la propria strada e per conoscere il mondo nel quale oggi si muove con tanta sicurezza; e l’eccessiva sicurezza spegne inesorabilmente la curiosità, ciò che fin dai tempi remoti spinge l’uomo verso direzioni ignote. Non è vero che nel nostro mondo di oggi in cui tutto è stato scoperto, esplorato e conosciuto, non sia ancora possibile trovare nuove e mai percorse direzioni verso cui andare, anche solo per sapere cosa c’è, laggiù. Forse andandoci ci si smarrirà. Forse, invece, troveremo la miglior occasione possibile per ritrovare noi stessi, oppure per renderci conto che era quando ci ritenevamo certi, e senza alcun dubbio, di sapere dove fossimo, che in realtà eravamo persi.

Sì, certo: da qualche mese a questa parte il “mio libro” per antonomasia è Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmime urbano, pubblicato a marzo nella collana dei Cahier di Viaggio di Historica. Il brano che avete appena letto invece è tratto dal precedente libro, la cui copertina vedete qui sopra, a sua volta edito nella stessa collana da Historica (cliccateci sopra per saperne di più), e mi serve per denotarvi (ovvero ribadirvi) che sono molto legato a questo libro tanto quanto alla città che racconto tra le sue pagine. Dunque, se non l’avete e volete “visitare” in maniera alquanto originale un’altra meta certamente non ordinaria, be’, insieme a Tallinn potreste anche leggervi Lucerna, ecco.

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Il pachiderma sovietico di Tallinn

[Foto di Guillaume Speurt da Flickr, CC BY-SA 2.0; fonte qui.]

Linnahall. L’opposto di Raekoja plats, e di buona parte della città, almeno di quella che finora ho visto ed esplorato.
Ripercorro Pikk fino alla Grande Porta della Costa, supero i giardini pubblici e la trafficata strada che proviene dai terminal portuali e me lo ritrovo davanti, il Linnahall.
Sembra un gigantesco sarcofago, la copia di un monumento funerario di vaga genesi egizia o mediorientale, con forme approssimativamente piramidali, da ziqqurat autarchica per così dire, precipitata – anzi, fatta precipitare ‒ qui per chissà quale inopinata bizzarria urbanistica. In verità è il “dono” dell’URSS alla città di Tallinn in occasione dei Giochi Olimpici del 1980, quando la città venne scelta come sede delle gare di canottaggio. V. I. Lenini nimeline kultuuri- ja spordipalee la sua denominazione originaria, ovvero “Palazzo della Cultura e dello Sport V. I. Lenin”. Roba da era sovietica nel senso più cupo e ottenebrante, sul serio.
Non mi sorprende che i tallinesi l’abbiano fatto rapidamente andare in malora. Voleva rappresentare in maniera monumentale la grandeur del potere sovietico ma è finito per diventarne una sorta di evocativa pietra tombale. Oggi la sua enorme mole di cemento scrostato e ricoperto di graffiti e tag dona l’impressione di un ciclopico pachiderma marino spiaggiatosi appena fuori dal centro città e lì lasciato languire, senza suscitare la benché minima compassione in chiunque se lo sia ritrovato e se lo ritrovi ancora davanti. Anzi, numerosi tallinesi volevano e vorrebbero proprio toglierlo di mezzo – anche perché, francamente, lo hanno piazzato nel campo visivo di chi dalle mura cittadine spinga lo sguardo verso il mare, proibendone così la veduta, e viceversa per chi s’accosti dal mare. Altri invece, converrebbero di mantenerlo come epiteto verso un passato ancora presente e monito per un futuro libero da qualsivoglia cementificazione – del suolo e della libertà. Io credo che, alla fine, a giudicare dalla sua galoppante fatiscenza e a meno di ripensamenti storiografici, la verità dei fatti starà nel mezzo, anzi, franerà tra quelle due posizioni, compiendo così nel modo più naturale possibile la sua (fallita) missione. […]

Täpselt! (“Esatto” in lingua estone.) Anche questo è un brano tratto dal mio ultimo libro:

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più (se invece volete saperne di più sul Linnahall, date un occhio qui.)

Ufficio stampa, promozione, coordinamento: