La montagna post-apocalittica di Sarnano

(P.S. (Pre Scriptum): ve l’assicuro, io ambirei fervidamente di parlare d’altro, in tema di montagne e di loro cultura, e non così spesso di cose-brutte-costruite-sui-monti… d’altro canto, come si può restare impassibili e silenti di fronte a certi dissennati “cazzottoni” biecamente tirati al buon senso alpestre – ovvero al paesaggio delle nostre montagne? Non si può e non si deve, ecco!)

[Immagine tratta da www.iluoghidelsilenzio.it.]

Una nuova cabinovia, un nuovo “resort ecologico” che prenderà il posto di un vecchio rifugio, un “igloo” bianco che prenderà il posto di un edificio abbandonato, un glamping, un “campeggio glamour di lusso” che verrà aperto tutto l’anno, una nuova pista da sci in plastica, la pista per gommoni a ciambella gonfiabili, un impianto per il volo dell’angelo, un alpine coaster (cioè un bob su rotaia), un parco avventura, uno zoo percorribile in auto, una parete artificiale di arrampicata sportiva e alcuni interventi sui sentieri.

Sembra la proposta di un parco divertimenti post apocalittico, vero? Un luogo in stile Mad Max dove tutto è artificiale, tutto è plastica, metallo, rumore, confusione, nel quale divertirsi senza pensare ad altro. Anzi, senza pensare per nulla. Una roba da fantascienza distopica alpestre, insomma.

Be’, è il progetto presentato dagli amministratori pubblici locali – dalla regione in giù – per il “rilancio” della località di Sarnano-Sassotetto, nelle Marche, sul versante maceratese dei Monti Sibillini. Costo: 36 (trentasei) milioni di Euro. Nome: “Sistema integrato della montagna Sarnano-Monti Sibillini” – altisonante, ovviamente, sennò non si nota. «E’ un sogno, qui tanti soldi non si sono mai visti» commenta il sindaco. «Dobbiamo invertire la tendenza allo spopolamento delle aree interne» aggiunge il presidente della regione.
Della questione ne parla diffusamente “montagna.tv” in questo articolo – lo vedete anche lì sopra – nel cui titolo il termine “Disneyland” appare assolutamente azzeccato. Anzi, quasi riduttivo.

Qui tanti soldi non si sono mai visti”, già. E, come sempre accade, così tanto denaro dà alla testa – anche sugli Appennini, a quanto pare.
Ditemi infatti cosa c’entrino tutte quelle giostre e le attrazioni da luna park alpestre con la montagna, quella vera, quella che “non si vuole far spopolare”! Proprio vero: infatti, piuttosto di aiutare concretamente i residenti sodisfacendo i loro bisogni e agevolandone la permanenza abitativa oltre che il legame con i luoghi di vita quotidiana (quante cose al riguardo si potrebbero fare, con tutto il denaro previsto?), si punta a soddisfare i meri bisogni ludico-ricreativi dei turisti senza nemmeno far capire loro il valore culturale dei luoghi nei quali vengono attirati. Proprio nello stesso modo per cui a chi va a divertirsi in un luna park interessano le giostre presenti, non quello che ci sta intorno. E che quello che sta intorno è un territorio e un paesaggio tra i più belli dell’Italia centrale cosa volete che conti rispetto al campeggio glamour di lusso, al volo dell’angelo e allo zoo percorribile in auto?

36 (trentasei) milioni di Euro, ribadisco.

Per la «valorizzazione del comprensorio montano e sciistico» la cui quota massima nemmeno arriva a 1600 m.

Valorizzazione”, esatto.

[Immagine tratta da www.iluoghidelsilenzio.it.]
Tocca ribadire che ormai troppo spesso, in circostanze come questa, si evince una totale, drammatica antitesi tra la realtà della montagna, la sua storia passata e futura, le sue necessità e l’amministrazione pubblica che la gestisce, così come tra cultura del paesaggio e politica del territorio. E come tra “eco-logia” e “eco-nomia”, due termini che un tempo avevano un origine condivisa (“eco”, dal termine greco òikos, “casa”) e oggi risultano profondamente contrapposti. Invero, con progetti del genere, tali amministrazioni pubbliche dichiarano formalmente tutto il loro odio verso la montagna e la sua natura (nel senso di ambiente nonché di essenza), che poi concretamente manifestano ricoprendola di infrastrutture e manufatti che con i monti non c’entrano nulla ma che di contro offrono il vantaggio di potersi vantare della loro realizzazione nella prossima campagna elettorale, nel frattempo foraggiando i sodali con la distribuzione (a norma di legge, sia chiaro) di tutti quei soldi – per la gran parte pubblici, è bene ricordarlo. D’altro canto, è sufficiente usare quei paroloni e quelle definizioni così altisonanti – “valorizzazione”, “sostenibilità”, “ecologico”, “invertire la tendenza allo spopolamento”, “sistema integrato”, che peraltro suonano così bene nei titoli degli organi di informazione e sui social – e si può pure pretendere di passare per nobili filantropi delle terre montane altrimenti condannate a morte certa che a favore di esse presentano “idee innovative” ma la cui unica novità, in fin dei conti, è l’ennesimo record di insensatezza conseguito – perché tutto il resto è roba che sarebbe sembrata già superata a fine anni Settanta del secolo scorso.

Tuttavia, devo anche dire che più mi trovo davanti progetti distopico-demenziali come quello di Sarnano e più mi convinco che il futuro è dalla parte delle montagne, non certo di quei figuri, politicanti o meno che siano, i quali si gonfiano il petto con tutti quei soldi pubblici e dicono di valorizzarla, la montagna, ma in verità la odiano profondamente. E parimenti mi convinco che con un’adeguata consapevolezza diffusa riguardo la montagna autentica, quello che realmente è e che può essere nel prossimo futuro, in senso culturale, sociale, economico, turistico eccetera, i suddetti figuri e i loro “sistemi integra(lis)ti” ne usciranno sconfitti, alla fine. Potrebbe sembrare un paradosso, questa mia convinzione, ma ciò che è veramente paradossale sono i progetti turistici come quello di Sarnano: è questa evidenza ineluttabile che, alla lunga e pur al netto (purtroppo) dei danni economici e ambientali provocati, salverà le montagne e darà loro nuova vita futura. Ne sono certo, e spero lo siate/sarete anche voi.

In viaggio con le mucche, e con Calvino

Con la stagione primaverile ormai piena che conta a breve di raggiungere maggio e avanza rapida verso la calura estiva, sta tornando il tempo della transumanza e della prima monticazione verso i maggenghi. Giusto a proposito di pascoli e mucche e dell’articolo al riguardo che ho pubblicato qui qualche settimana fa, cercando sul web alcune cose sull’argomento mi è saltato fuori il seguente bellissimo racconto di Italo Calvino Un viaggio con le mucche, datato 1954 e compreso nell’antologia I Racconti pubblicata da Einaudi nel 1958, nel quale il grande scrittore rende perfettamente l’idea del transito degli animali diretti verso i monti e della dimensione di preziosa naturalità che si portano appresso. Ve ne propongo la prima parte, alla fine della quale troverete il link per leggerlo nella sua interezza (grazie al blog traalpiepascoli.wordpress.com che l’ha pubblicato.)

[Foto di CamDib, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

I rumori della città che le notti d’estate entrano dalle finestre aperte nelle stanze di chi non può dormire per il caldo, i rumori veri della città notturna si fanno udire quando a una cert’ora l’anonimo frastuono dei motori dirada e tace, e dal silenzio vengon fuori discreti, nitidi, graduati secondo la distanza, un passo di nottambulo, il fruscio della bici d’una guardia notturna, uno smorzato lontano schiamazzo, ed un russare dai piani di sopra, il gemito d’un malato, un vecchio pendolo che continua ogni ora a battere le ore. Finché comincia dall’alba l’orchestra delle sveglie nelle case operaie, e sulle rotaie passa un tram. Così una notte Marcovaldo, tra la moglie e i quattro figli che sudavano nel sonno, stava a occhi chiusi ad ascoltare quanto di questo pulviscolo di esili suoni filtrava giù dal selciato del marciapiede per le basse finestrelle, fin in fondo al suo seminterrato. Sentiva il tacco veloce e ilare delle donne in ritardo, la suola sfasciata del raccoglitore di mozziconi dalle irregolari soste, il fischiettio di chi si sente solo, e ogni tanto un rotto accozzo di parole di un dialogo tra amici, tanto da indovinare se parlavano di sport o di ragazze. Ma nella notte calda quei rumori perdevano ogni spicco, si sfacevano come attutiti dall’afa che ingombrava il vuoto delle vie, e pure sembravano volersi imporre, sancire il proprio dominio su quel regno disabitato. In ogni presenza umana Marcovaldo riconosceva tristemente un fratello come lui inchiodato anche in tempo di ferie a quel forno di cemento cotto e polveroso, dai debiti, dal peso della famiglia, dai salari scarsi o nulli.
E come se l’idea d’un impossibile vacanza gli avesse subito schiuse le porte d’un sogno, gli sembrò d’intendere lontano un suono di campani, e il latrato d’un cane, e pure un corto muggito. Ma aveva gli occhi aperti, non sognava: e cercava, tendendo l’orecchio, di trovare ancora un appiglio a quelle vaghe impressioni, o una smentita; e davvero gli arrivava un rumore come di centinaia e centinaia di passi, lenti, sparpagliati, sordi, che s’avvicinava e sovrastava ogni altro suono, tranne appunto quel rintocco rugginoso.
Marcovaldo s’alzò, s’infilò la camicia, i pantaloni.
– Dove vai?- disse la moglie che dormiva con un occhio solo.
– C’è una mandria che passa per la via. Vado a vedere.
– Anch’io! Anch’io! – fecero i tre bambini che sapevano svegliarsi al punto giusto.
Era una mandria come ne attraversavano nottetempo la città, al principio dell’estate, andando verso le montagne per l’alpeggio. Saliti in strada con gli occhi ancora mezz’appiccicati dal sonno, i bambini videro il fiume delle groppe bigie e pezzate che invadeva il marciapiede, e strisciava contro i muri ricoperti di manifesti, le saracinesche abbassate, i pali dei cartelli di sosta vietata, le pompe di benzina. Avanzando i prudenti zoccoli giù dal gradino ai crocicchi, i musi senza mai un soprassalto di curiosità accostati ai lombi di quelle che le precedevano, le mucche si portavano dietro il loro odore di strame e di fiori di campo e latte e il languido suono dei campani, e la città pareva non toccarle, tanto erano già dentro il loro mondo di prati umidi, nebbie montane e guadi di torrenti.

[Continua qui.]

«Via il panchinone!»

Ho dissertato alcune volte, qualche mese fa, sulla megapanchina – o Big Bench che dir si voglia – di Triangia, in Valtellina, un intervento che mi è parso da subito, e più di altri del genere (al pari della passerella panoramica dei Piani Resinelli, sopra Lecco), emblematico delle modalità di banalizzazione del paesaggio che tali opere avviano e favoriscono (e non solo il solo a essermi espresso in tali termini, lo hanno fatto altri ben più autorevoli di me: clic e clic). Ora, leggere della raccolta firme dei residenti di Triangia con la quale si chiede la rimozione dell’opera non mi rallegra affatto, in tutta sincerità. Lì sopra potete leggere un articolo che ne parla (cliccate sull’immagine) e se ne occupa anche il sito “Mountcity.it” qui.

Perché l’iniziativa degli abitanti della località è logica e inevitabile, e dunque non può rallegrare la constatazione che così spesso si impongano interventi del genere, palesemente illogici, pretendendo che vengano approvati come “virtuosi” senza che prima vi sia stata qualche forma di coinvolgimento dei residenti del luogo ove si opera – ma nel contempo asserendo con non poca supponenza, se posso dire, che con queste modalità si stia operando a favore di essi! E non può rallegrare nemmeno la constatazione che, troppo di frequente in circostanze come questa, si operi senza valutare, comprendere, preventivare le conseguenze di tali installazioni in luoghi che non sono una pubblica piazza nel centro d’una città, dimostrando una mancanza di visione contestuale che appare realmente preoccupante, oltre all’assenza di comprensione delle ricadute immateriali di opere del genere, in primis la già citata banalizzazione di luoghi che tutto sono fuorché banali e la loro omologazione a “strategie” turistiche che per certi spazi e ambiti non possono andare assolutamente bene e invece vengono imposte, ribadisco, come se ogni luogo di potenziale fruibilità turistica potesse “funzionare” allo stesso modo. Posto tutto ciò, infine, non può affatto rallegrare la superficialità di queste “iniziative promozionali”, che non si sa bene cosa infine promuovano, visto che il luogo in cui vengono attuate non ne ricava «nessun beneficio» – come scrivono i residenti di Triangia nella petizione.

Come è facile intuire, la banalizzazione del paesaggio di cui ho detto poco sopra è diventata rapidamente banalizzazione del luogo, del suo valore, della bellezza, della vivibilità quotidiana. Ma in effetti è lo stesso oggetto-megapanchina a essere/risultare, a questo punto in modi veramente inequivocabili, banale: inutile tanto quanto decontestuale, fastidioso, invadente. Che ancora qualcuno pensi di promuovere così territori e paesaggi di pregio nonché agevolare una fruizione consapevole di essi, quando invece accade ovunque il contrario a danno degli stessi territori e paesaggi, be’, per quanto mi riguarda, non è soltanto poco rallegrante ma è francamente desolante e inquietante. Già.

P.S.: in questo articolo pubblicato da “la Provincia di Lecco” lo scorso 26 gennaio 2022 ho espresso il mio pensiero su tali installazioni turistiche.

Grandi viaggi con pochi passi

A volte si percorrono grandi distanze ma si fanno “piccoli” viaggi. A volte invece basta fare pochi passi per compiere viaggi e avventure incredibili, o per scoprire che di ciò che si credeva di conoscere in verità si conosce poco o nulla.

Per il viaggio autentico non serve tanto una meta, e non serve un modo di viaggiare più di altri: se è vero ciò che disse Pessoa, «i viaggi sono i viaggiatori», è perché è altrettanto vero che i viaggiatori sono il viaggio. Che questo sia lungo solo pochi passi oppure milioni di chilometri, che porti in capo al mondo o poco oltre l’uscio di casa: non è tanto che per viaggiare servano dei viaggiatori, semmai per il viaggiatore autentico serve un viaggio da fare. Qualsiasi esso sia, ovunque esso porti.

È ciò che, per naturale conseguenza, rende un viaggio veramente autentico, più di ogni altra cosa.

AA.VV., “Carnevali e folclore delle Alpi”

Fin dai primi tempi in cui l’uomo ha cominciato a frequentarle e abitarle, le montagne sono diventate un “inevitabile” habitat per creature soprannaturali d’ogni genere e sorta, mostri, draghi, demoni, uomini selvatici e quant’altro, e di conseguenza una fonte ricchissima di relative leggende e mitografie: quasi ovunque l’uomo, per scelta o gioco forza, non fosse giunto a abitare e adattare il territorio alle proprie esigenze – boschi, vette, ghiacciai, forre, eccetera – vi era il regno del mistero e del pericolo: una dualità tra mondo umanizzato e mondo selvaggio sulla quale si è dipanato buona parte dello sviluppo culturale della montagna e della relazione degli uomini con essa dalle frequentazioni primitive fino all’era industriale. Poi, appunto, il progresso ha fatto svanire pressoché tutta quella dimensione sovrannaturale e i timori d’un tempo ad essa legati sono diventati sollazzi folcloristici che il turismo ha sovente inglobato nelle proprie manifestazioni e non di rado banalizzato, dimenticandosi l’antica e emblematica storia culturale che stava alle spalle.

Ma c’è un momento, durante il corso dell’anno, nel quale il sovrannaturale montano torna a manifestarsi, un momento condiviso nella forma con il resto del mondo ma nella sostanza parecchio diverso e ben più significativo, dunque molto più affascinante: il carnevale. Sulle Alpi – e non solo, ma nella regione alpina soprattutto – il carnevale non è un semplice periodo di feste e scherzi dal carattere meramente ricreativo, anche se all’apparenza può sembrare così. In molti carnevali delle Alpi, infatti, tornano in superficie molte di quelle creature sovrannaturali ovvero di quelle leggende, mitografie, superstizioni, fantasie, narrazioni che, se nella forma attuale sono state modellate dal basso Medioevo in poi assumendo i vari caratteri dei relativi momenti storici, a uno sguardo più attento palesano le origini ancestrali e misteriose che riportano direttamente a miti pre-cristiani e pagani, ancor più antichi rispetto alle Dionisie greche e ai Saturnali romani dai quali viene fatto derivare il senso del carnevale odierno (pur con la sua caratterizzazione prettamente cristiano-cattolica) e soprattutto peculiari rispetto all’ambito alpino e montano nonché alla relazione con esso delle genti che nei secoli lo hanno antropizzato.

Carnevali e folclore delle Alpi, edito nel 2012 dall’Associazione culturale LOntàno Verde e curato da Luca Giarelli, membro della Società Storica e Antropologica di Valle Camonica, rappresenta un ottimo compendio sul tema raccogliendo una serie di interventi su alcuni dei più significativi carnevali e delle feste in costume della catena alpina, sulle loro caratteristiche e sulle maschere che li animano, nelle quali si ritrovano la gran parte delle ancestrali creature sovrannaturali di cui ho detto poco fa. Il volume consente un vero e proprio viaggio etnologico, antropologico, folclorico e storico lungo l’intera regione alpina italiana, dal Piemonte fino al Friuli, con alcune puntate oltre confine in Svizzera e in Austria, incontrando in ogni luogo le mitologie che animano i festeggiamenti tra il periodo natalizio e la fine dell’inverno e che caratterizzano il folclore locale []

[Ol Badalisc, il mitologico mostro della Valle Camonica, Lombardia, con il suo ” guardiano”. Foto di Luca Giarelli, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa di Carnevali e folclore delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)