L’arte può redimere l’uomo?

Mi chiedevo se un’opera d’arte può essere uno strumento di redenzione. Insomma, uno fa un sacco di cose orribili, ma poi ecco che ti esce fuori con un capolavoro. Dio considera questo capolavoro sufficiente alla redenzione? Vai a sapere. Se Hitler, mi chiedevo, dopo tutto quello che aveva fatto, fosse saltato fuori con un’opera d’arte eccezionale, dello stesso livello della Cappella Sistina, il padre eterno gli avrebbe potuto concedere qualche sconto di pena? La mia risposta era no. L’arte non ha questo potere sovrannaturale. L’arte è fatta per gli uomini, a Dio dell’arte non frega nulla.

(Maurizio Cattelan, in Francesco BonamiMaurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata, Mondadori, collezione “Strade Blu”, 1a ediz.2011, pag.107.)

“Carlo Mollino, architetto” di Luciano Bolzoni, lunedì 20/05 a Milano!

«Carlo Mollino era un genio. Il suo gusto eclettico conduce lungo un viaggio, fluido come la sua mente, durante il quale andiamo a scoprire una visione moderna che passa dalle auto veloci alla scultura, una specie di arredamento fatto di cerchi concentrici, quel suo battito di ciglio che creò il posto a sedere al teatro dell’opera dove, con soggezione e gratitudine, anche io mi sono accomodata.»

Vi ho già fatto cenno qualche giorno fa, qui sul blog, del nuovo libro di Luciano Bolzoni, Carlo Mollino, architetto. Nel frattempo ho ricevuto la mia copia: è un volume bellissimo, ricco di illustrazioni, densissimo di nozioni, narrazioni, aneddoti, riflessioni, percezioni, intrecci, storie di incontri. Che poi sono diventate testimonianze preziose e intriganti, come quella da cui è tratta la citazione in testa a questo post, della leggendaria Patti Smith. E il bello è che non l’ho ancora letto (lo farò a breve e, ovviamente, ve ne darò conto) ma è uno di quei volumi che già tenere in mano è, come dire… appagante, per quanto si può essere consci di avere tra le mani un’opera preziosa e importante.

Carlo Mollino, architetto, edito da Silvana Editoriale, sarà presentato in prima assoluta lunedì prossimo 20/05, alle ore 18, presso la libreria Mondadori di Piazza Duomo a Milano. Un appuntamento da non perdere (è targato Alpes: una garanzia di altissima qualità) per un libro imperdibile. Ergo, se siete in zona o potete esserci, non mancate!

Lucerna e il suo fiume | La Reuss, e la sua città

Il cuore di Lucerna sorge dove il fiume Reuss esce dal Vierwaldstättersee, dove l’ampia e docile massa lacustre d’improvviso si stringe, si comprime tra le membra cittadine e prende a ribollire, a schiumare, come se volesse dimostrare agli abitanti della città, dopo la placidità offerta ai piccoli villaggi affacciati sulle sponde del lago, di non aver perso nulla della sua originaria potenza, quella accumulata tra le rocce, le forre, i salti e le cascate del percorso alpino iniziale. E non è certamente un torrentello, la Reuss, ma anzi il suo ampio letto incide nettamente la geografia urbana lucernese, non certo così grande, appunto, diventandone presenza assolutamente primaria e viva, grazie ai tanti ponti pedonali che la scavalcano a pochi decimetri dalla superficie, avvicinandone così la massa d’acqua allo sguardo e all’impressione di abitanti e visitatori. Se piazzata in centro a Roma, insomma, ovvero a una città di milioni di abitanti, rappresenterebbe solo una minima parte del paesaggio urbano, ma qui è un elemento basilare e notevolmente vivificante.

(Tratto da Lucerna, il cuore della Svizzera: cliccate qui per saperne di più e per acquistare il libro. Se per di più volete anche restare sempre sintonizzati con Lucerna e la sua bellezza, visitate la pagina facebook del libro!)

Un Leone, a Lucerna

Il Löwendenkmal. Soltanto la bella scultura d’un leone in una falesia rocciosa, verrebbe da dire. Ovvero, con meno superficialità, il monumento creato dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen in memoria dei soldati svizzeri caduti in difesa del Re di Francia nella battaglia delle Tuileres, nel 1792. Comunque una sorta di mausoleo all’aperto come se ne possono trovare tanti, in giro per il mondo… Invece vi è di più. Un di più che non è da vedere e cogliere nello sguardo, ma da percepire e comprendere con lo spirito fin da quando ci si avvicina al minuscolo parco che cinge il monumento, e che quasi inaspettatamente ci si ritrova davanti, in mezzo al traffico e ai palazzi cittadini.
[…]
Sulle orme del grande Mark Twain, che del Löwendenkmal scrisse in A tramp abroad, e nella scia odorosa di tabacco da pipa o da sigaro, mi reco al suo cospetto ogni volta che arrivo qui a Lucerna, entrando nel piccolo parco con passi lenti e leggeri, cercando di ignorare il vociare troppo rumoroso delle consuete comitive presenti che vi si approcciano come ad un’altra delle tante attrattive turistiche della città. Osservo la roccia scolpita in silenzio, scatto fotografie già scattate altre volte e ne sono consapevole, ma è come se cercassi ogni volta di catturare, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, almeno un poco della sacralità che questo luogo emana, la quale non ha nulla di “religioso” – non in senso classico e ovvio – e che va oltre la sua precipua natura commemorativa per diventare qualcosa di più ampio, di più intenso e universale. Come se l’espressione triste e struggente del leone di roccia, realmente commovente alla massima potenza, raffigurasse ed esternasse in qualche modo tutta la malinconia del nostro mondo moderno, l’afflizione per quanto vi è in esso di deleterio, di sventurato, e lo sapesse fare – in ogni modo lo si osservi – senza alcuna vuota retorica qui, in una delle città più belle ovvero meno tristi, dacché dotata di così grande avvenenza urbana per ogni visitatore, dell’intera Europa.
Sotto certi aspetti, ciò che il Kapellbrücke è per Lucerna i e suoi abitanti, il Löwendenkmal lo è su scala globale. Solo un leone scolpito nella dura roccia, appunto, ma in grado di scolpirsi in modo ugualmente indelebile in ogni spirito sensibile.

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Brano tratto da
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

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Giovanni Orelli, “L’anno della valanga”

“Valanga” è un termine che possiede diversi usi e numerose accezioni: una valanga di pratiche da smaltire, una valanga di persone, valanghe di parole o di domande; pure nel calcio un portiere può effettuare un’uscita a valanga mentre gli arbitri vengono sepolti da valanghe di insulti… E poi c’è la valanga propriamente detta, quella fatta di neve, una delle cose più pericolose che si possano trovare sulla montagna invernale, tant’è che a ogni stagione il bollettino degli episodi mortali è sempre tremendamente cospicuo. Di contro, da che l’uomo ha preso a vivere sui monti in modo stanziale, la minaccia della valanga è sempre stata parte della sua quotidianità, con ben poche possibilità di difesa; così, mentre il cittadino legge l’altezza della neve sui bollettini della meteo con gioia proporzionale ai centimetri di manto nevoso al suolo, il montanaro oltre a una certa altezza comincia a preoccuparsi, ben sapendo che la candida e suggestiva neve che sbianca così fascinosamente il paesaggio può in breve diventare una vera e propria spada di Damocle assai letale. Ancor più se tale minaccia assoggetta un piccolo borgo di montagna dimenticato dai più, i cui pochi rimanenti abitanti ancora resistono a viver quella vita in quota ostica e faticosa tra le case viepiù abbandonate e le stalle che ospitano pochi animali a loro volta spaesati e, in una tale situazione di pericolo, risultino dunque ancora più indifesi e inermi – poche case vecchie, una manciata di abitanti e altrettanti animali in una zona non toccata dallo sviluppo turistico: a chi potrebbero mai interessare un posto così se non, gioco forza e pur tra mille remore esistenziali, ai soli autoctoni?
Giovanni Orelli, uno dei più intensi e intriganti scrittori svizzeri di lingua italiana, nativo di una delle valli più nevose in assoluto delle Alpi e di un cantone, il Ticino, il cui rapporto arduo, a volte tragico, con le valanghe è secolare e “antropologico”, nel 1965 debutta sulla scena letteraria con un romanzo che la valanga ce l’ha nel titolo e rende materia palpabilissima della narrazione: L’anno della Valanga (Edizioni Casagrande, 1991-2017, 1a ed. Mondadori 1965, con una introduzione di Vittorio Sereni) racconta proprio di un villaggio dell’Alto Ticino (non vi sono riferimenti geografici precisi ma è intuibile che Orelli racconti delle sue terre natìe) sul quale, in forza di un inverno dalle nevicate eccezionali, incombe dai monti sovrastanti la minaccia spaventosa di una potenziale valanga che, nel caso si staccasse dalle alte creste e piombasse sulle case, facilmente causerebbe una devastazione pressoché totale []

(Leggete la recensione completa de L’anno della valanga cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)