Il consueto modus operandi che minaccia il Vallone delle Cime Bianche (e non solo)

Gli evidenti parallelismi che si colgono nelle vicende legate ai progetti di nuove infrastrutture sciistiche palesemente impattanti sui territori montani ai quali vengono imposte, denotano un modus operandi comune: il tirare avanti, il rifiuto di qualsiasi discussione e interlocuzione, il menefreghismo e la boria di chi ha deciso di avere comunque ragione.

Scrivevo di recente del folle progetto sciistico sul Monte San Primo, chiaramente scriteriato e criticato da chiunque ma che i soggetti politici locali vogliono portare avanti in ogni modo. Ecco, lo stesso atteggiamento è tenuto in Valle d’Aosta da chi vuole imporre il disastroso progetto funiviario nell’incontaminato Vallone delle Cime Bianche, peraltro area variamente protetta: si tira avanti, ormai

La scelta politica è stata fatta.

Così hanno detto*. Come fosse un dogma indiscutibile, quando invece rappresenta una sconcertante, deleteria paranoia.

In entrambi i casi, come in altri simili in giro per le montagne italiane, allo stesso atteggiamento nella forma corrisponde un’identica sostanza di base: il nulla. Perché non ci sono reali motivazioni logiche, sensate, razionali e vantaggiose che giustifichino quei progetti, dunque ai loro proponenti non resta che imporli con la paranoica prepotenza di pensiero e d’azione, la fuga da qualsiasi interlocuzione con la società civile e con il menefreghismo nei confronti dei territori ai quali vengono imposti.

Un comportamento politico del genere renderebbe opinabile persino l’opera più virtuosa, figuriamoci un enorme impianto funiviario turisticamente inutile in un vallone di alta montagna di rara bellezza e ancora intatto!

Dunque, di nuovo e ancora più di prima: lunga vita al Vallone delle Cime Bianche, territorio iconico delle nostre Alpi e patrimonio naturale di valore inestimabile che tutti noi abbiamo il dovere di difendere per conservare il diritto di godere pienamente della sua incontaminata bellezza!

Per contribuire concretamente alla difesa del Vallone, potete:

*: se il link al video (di Facebook) non funziona, cliccate qui.

Evviva il CAI della Valle di Scalve!

Un’altra “Bandiera Verde” che ho avuto il piacere di veder conferire, sabato 3 maggio scorso a Orta San Giulio durante il relativo Summit Nazionale di Legambiente, è stata quella assegnata alla sottosezione Valle di Scalve del Club Alpino Italiano, sezione di Bergamo.

La motivazione è legata alla creazione della “Via Decia – Il Cammino dei boschi di ferro”, a mio parere uno dei progetti escursionistici più belli e compiuti che oggi si possono trovare sulle Alpi italiane.

Un «filo di quiete» che si dipana in cinque tappe e novantacinque chilometri di sentiero ad annodare due valli, la Valle Camonica e la Valle di Scalve, sulle cui montagne inscrive un racconto che narra la grande bellezza di questa porzione montana lombarda e la storia della relazione intensa tra le montagne e gli uomini che le hanno vissute e ancora le abitano. Una “narrazione sentieristica” – o un sentiero narrativo – la cui “lettura”, da fare camminando, è quanto di più affascinante vi sia, appunto.

La “Via Decia” dimostra peraltro la relazione altrettanto intensa e profonda della sottosezione Valle di Scalve con le proprie montagne nonché la cura, la sensibilità e la passione verso la loro realtà: doti che sono state ancor più esaltate, se possibile, dalla decisione di schierarsi prontamente contro il progetto del collegamento tra i comprensori sciistici di Colere – in Valle di Scalve, appunto – e di Lizzola, la cui realizzazione devasterebbe alcune delle zone di maggior pregio paesaggistico e naturalistico del territorio scalvino. Una decisione tanto risoluta quanto entusiastica da aver rapidamente convinto delle stesse opinioni l’intera sezione di Bergamo con tutte le sottosezioni, che hanno poi emesso al riguardo una dichiarazione unitaria.

Dunque, lodi e gloria – e ancora complimenti per la “Bandiera Verde” – alla sottosezione del CAI Valle di Scalve, a dir poco esemplare: un prezioso “valore aggiunto umano” che a suo modo rende le montagne scalvine ancora più belle e attrattive.

Il privilegio di stare tra chi sta costruendo il miglior futuro possibile per le nostre Alpi

È stato un gran privilegio l’aver partecipato, lo scorso sabato 3 maggio, al IX Summit delle Bandiere Verdi della Carovana delle Alpi, organizzato da Legambiente con la collaborazione dell’Associazione Dislivelli a Orta San Giulio, nel quale ho coordinato il gruppo di lavoro dedicato a “Turismo e comunità”. Qui trovate il comunicato stampa che riferisce del Summit.

Lo è stato per il prestigio dell’evento e di chi è intervenuto, lo è stato per una delle finalità principali di esso, il conferimento delle “Bandiere verdi” per l’anno 2025 a ben 19 realtà alpine (alcune delle quali ho la fortuna di conoscere direttamente) per il loro esemplare lavoro negli ambiti del turismo dolce, dell’agricoltura e dei progetti socioculturali utilizzante come volano imprescindibile la sostenibilità ambientale nonché una passione profonda e genuina per i propri territori, da cui scaturisce una altrettanto profonda sensibilità per il loro presente e per il futuro.

Un gran privilegio lo è stato anche, per me in particolar modo, per aver potuto partecipare all’incontro  – che il Summit ha reso possibile in un contesto prezioso come pochi altri – tra associazioni e persone differenti, provenienti da diverse realtà delle nostre Alpi – totalmente rappresentate da occidente a oriente – ciascuna con le proprie idee, visioni, progetti, aspirazioni, speranze, sogni, che grazie al Summit sono diventate una narrazione potente e emblematica di ciò che può e deve essere il miglior futuro possibile per le nostre Alpi. Una narrazione a più voci, tutte forti, espressive, eloquenti, illuminanti e assolutamente stimolanti, che racconta le tante cose belle che si fanno sulle montagne italiane e come la somma di esse sta costruendo un futuro realmente nuovo per le Alpi e le loro comunità, il quale rende ancora più obsoleti e grotteschi certi modelli di antropizzazione e di territorializzazione, sovente di matrice turistica, che ancora si vogliono imporre alle nostre terre alte: vere e proprie zavorre che le ancorano a un eterno presente capace di guardare solo verso il passato (un passato che peraltro non c’è più) e incapace di volgersi al futuro, che rapido corre via lasciando i territori che subiscono quei modelli inesorabilmente indietro.

Proprio dal gruppo di lavoro che ho avuto l’onore di coordinare, dedicato come detto a “Turismo e comunità”, sono uscite esperienze e prospettive particolarmente emblematiche al riguardo, oltre che una voglia fervida di dialogo e confronto costante tra le realtà che lavorano per innovare sostenibilmente le Alpi italiane. Ascoltare dalla voce dei presenti il racconto di queste realtà e poi dialogare con essi ponendo le basi per una comunità di soggetti concretamente capaci di passare dai frammenti alla visione – sottotitolo del convegno ospitato dal Summit – cioè dalle iniziative singole a un’azione collettiva che faccia anche “massa critica” a livello politico, è stato veramente un privilegio nel privilegio.

 

Ciò che spesso si vuole far credere, ovvero che le montagne possano vivere solo grazie all’industria del turismo di massa e al suo presunto indotto basato su dinamiche prettamente consumistiche – in senso economico tanto quanto ambientale – appare sempre più deviante quando non falso: in Italia esistono tantissime realtà e altrettanti territori montani (ormai le “Bandiere verdi” nelle Alpi sono ben 302!) che con impegno, costanza, amore per le proprie montagne, sovente lontano dai riflettori mediatici e quasi sempre senza alcun supporto da parte della politica, stanno costruendo la montagna italiana del futuro: operosa, creativa, innovativa, consapevole del passato e dotata di visione del domani, rappresentante virtuosa delle comunità di cui fa parte, in armonia con l’ambiente naturale ma capace di dialogare anche con le realtà urbane in perfetto spirito metromontano. Una comunità sempre più ampia in transizione lungo un sentiero condiviso che a ogni passo si fa più ben evidente e decisamente puntato verso il futuro – quel futuro, fatemelo dire, che la montagna copia-incolla della città e turistificata al punto da sembrare un parco giochi per adulti irresponsabili non vedrà mai.

Ringrazio di cuore tutti quelli che hanno lavorato per il successo della giornata e in particolar modo Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente, che mi ha coinvolto direttamente nell’evento, Martina Bosica, infaticabile “motore” della giornata, Maurizio Dematteis (direttore dell’Associazione “Dislivelli”) e Alice De Marco (presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta) che mi hanno affiancato nel gruppo di lavoro, nonché tutti gli intervenuti e i partecipanti a vario titolo alla giornata. Della quale vi racconterò ancora molto, prossimamente: perché in questi casi il privilegio è anche quello di lasciare testimonianze il più possibile articolate e approfondite di un evento così importante e esemplare, per chiunque ne voglia e sappia cogliere il valore emblematico. Spero di saperlo fare come è doveroso che venga fatto.

Il Monte San Primo e la paranoia (dello sci)

In psicologia si parla di paranoia quando un soggetto elabora in modo lucido un sistema di credenze e convinzioni, principalmente a tema persecutorio, non corrispondenti alla realtà: ad esempio la convinzione di essere perseguitati o di sentirsi concretamente minacciati da qualcosa.

Anche da una montagna, a quanto pare.

Già, perché a leggere sui media che il progetto di nuovi impianti e piste da sci sul Monte San Primo, appena sopra i 1000 metri di quota dove ormai non nevica più e fa troppo caldo per produrre neve artificiale, va avanti nonostante l’opposizione di tutti, e ripeto tutti – ambientalisti, alpinisti, residenti, turisti, tecnici, scienziati ed esperti di vari settori, appassionati di montagna, cittadini comuni… t-u-t-t-i, ribadisco di nuovo, in Italia e all’estero – vista la totale insensatezza del progetto, fa pensare inevitabilmente a una sorta di disturbo psicotico, una paranoia appunto. Non c’è altra spiegazione, ormai.

Non a caso il termine «paranoia» deriva dal greco antico παράνοια che significa follia, insensatezza.

Evidentemente gli amministratori locali che stanno portando avanti a qualunque costo il progetto, innanzi tutto a danno del Monte San Primo, si sentono minacciati o perseguitati dalla montagna. In altre parole, ovvero altrettanto evidentemente, non la amano affatto nonostante siano i suoi amministratori, se ne sentono alienati al punto da volerle infliggere una rivalsa, uno sfregio attraverso il quale manifestare il loro disprezzo verso il San Primo, il suo ambiente naturale, il suo paesaggio peculiare. Costruendoci a spese dei contribuenti delle infrastrutture sciistiche che mai si potranno compiutamente utilizzare, che nascono già fallite, pronte da subito per essere rottamate.

Ed è evidente che disprezzano pure chi paga le tasse, visto come intendono sprecare in tal modo i soldi pubblici che ne derivano.

A fronte di tale psicosi paranoica, del tutto irrazionale, c’è innanzi tutto un rimedio da mettere in campo: la razionalità, variamente manifestata dal buon senso, dalla sensibilità verso la montagna e il paesaggio, dalla coscienza civica, dalla consapevolezza risoluta che non si può commettere un atto tanto distruttivo e folle su una montagna così bella, così amata da tanti, così speciale e referenziale per tutta la circostante regione prealpina lombarda.

Non si può e non si deve.

Perché a tutto c’è un limite e ogni cosa deve avere un senso, ancor più quando realizzata nell’ambiente naturale. Costruire impianti e piste da sci sul Monte San Primo, con tutti gli annessi e connessi previsti dal progetto – cannoni sparaneve, bacini artificiali, nuove strade, nuovi parcheggi… – non ha alcun senso e va oltre ogni limite di decenza. Punto.

N.B.: per essere costantemente informati su quanto accade sul Monte San Primo, sulla sua salvaguardia e sulle iniziative attuate al riguardo, potete visitare il sito del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui.

P.S.: i collage di immagini fotografiche sono tratte dalla pagina Facebook del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”.

La fondamentale relazione tra turismo e comunità: ne parliamo sabato a Orta San Giulio nel IX Summit Nazionale delle Bandiere Verdi

Sabato prossimo 3 maggio, a Orta San Giulio, nell’ambito del IX Summit delle Bandiere Verdi della Carovana delle Alpi, organizzato da Legambiente con la collaborazione dell’Associazione Dislivelli, al cui interno si terrà il seminario nazionale “Comunità in transizione: dai frammenti alla visione”, coordinerò il gruppo di lavoro dedicato a “Turismo e comunità”, come potete vedere nel programma qui sotto riportato (lo potete scaricare anche in pdf, qui):

«Turismo» e «comunità» sono due elementi propri della realtà delle montagne italiane: il secondo da secoli, il primo da decenni, in ogni caso entrambi ormai legati a doppio (o triplo, o multiplo) filo, ad esempio perché per molte comunità il turismo è da tempo la risorsa economica fondamentale e in certi casi irrinunciabile. Tuttavia la realtà montana in evoluzione costante, per molti aspetti non in meglio (ad esempio riguardo il clima), spesso rende viepiù problematica se non critica quella relazione: stante la situazione di fatto, indagarne le peculiarità e riflettere sul portato concreto di essa in ottica presente e ancor più prossimo futura è qualcosa di fondamentale e ineludibile.

Quale turismo dobbiamo oggi considerare per le comunità alpine? Quale relazione ci deve essere tra residenti e turisti nel contesto montano? Come può strutturarsi il dialogo tra comunità locale e portatori d’interesse turistici affinché possa diventare un’autentica interlocuzione fruttuosa per tutti? Quanto le comunità alpine possono ancora permettersi di dipendere dall’economia turistica, e quanto se ne possono – o se ne devono/dovrebbero – emancipare? Vi sono alternative in senso economico al turismo?

Insomma, capite bene che tra i due termini – idee, concetti, nozioni, visioni… – «turismo» e «comunità» vi è un piccolo/grande mondo da esplorare, conoscere, interpretare, capire, costruire, vivere. E fare tutto ciò è oggi imprescindibilmente necessario, come detto: per contribuire alla costruzione del futuro delle montagne, delle aree interne e delle comunità che le vivono e grazie a ciò ne fanno una parte altrettanto fondamentale del nostro paese e della sua storia in divenire.

Per partecipare alla IX Summit delle Bandiere Verdi è necessaria l’iscrizione, che può essere fatta rapidamente da questo link oppure inquadrando il QR code:

Mi auguro che possiate partecipare, intervenire e così portare il vostro pensiero, le considerazioni, il contributo personale di opinioni, consigli, idee che vorrete offrire (tutte cose assai gradite, da parte mia!), dunque che ci si possa trovare, nel caso conoscere direttamente e chiacchierare insieme di temi così importanti e interessanti per giunta in un contesto tanto prestigioso. Vi ringrazio fin d’ora, se lo potrete e vorrete fare!