Tutti i soldi che genererebbero i comprensori sciistici dove fanno a finire? Un’analisi chiara e illuminante della “montagna fantasma” dello sci

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Al dossier “Nevediversa 2026”, curato da Legambiente, che da anni monitora con rigore scientifico, un’ampia messe di dati oggettivi e conseguenti analisi approfondite la realtà della montagna invernale italiana – dossier liberamente consultabile e scaricabile qui al quale ho avuto il privilegio di contribuire – ha risposto dopo pochi giorni l’ANEF, Associazione Nazionale Esercenti Funiviari – gli impiantisti che gestiscono l’industria dello sci in Italia, in pratica – con uno studio commissionato a PwC Italia non pubblico e non diffondibile (!) dal titolo “L’economia della Montagna. Impatti e sfide del sistema montagna in Italia”, con il quale si dimostrerebbe il valore aggiunto e la grande ricchezza che lo sci sarebbe in grado di generare e dunque in questo modo mirando a contraddire, indirettamente ma non troppo, i dati e le analisi di “Nevediversa”.

Ma è proprio così?

Un ottimo e chiaro lavoro di analisi sullo studio fantasma di ANEF lo ha fatto Veronica Vismara, Presidente della Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI Lombardia, pubblicandone poi il resoconto sul proprio sito web: leggetelo, è veramente esemplare e illuminante. Il titolo è già molto chiaro, “Cosa non dice (e cosa non mostra) il rapporto ANEF-PwC sull’economia della montagna”: già, perché lo studio di ANEF fornisce alcuni dati, rilevati dalla stampa perché altrimenti non disponibili come detto, utili alla narrazione funzionale all’Associazione e ai suoi aderenti – e ci sta, ci mancherebbe – ma non ne riporta molti altri che da subito confuterebbero i primi e fornirebbero un’immagine ben diversa della montagna italiana turistificata dallo sci industriale.

Veronica Vismara con la sua puntuale analisi smonta punto per punto lo studio di ANEF e ne rileva la reale natura, molto meno virtuosa di quanto vorrebbe apparire – e, obiettivamente, pure meno positiva per l’immagine di ANEF e circa la descrizione delle sue attività sulle montagne. Dimostra come lo studio non sia un documento indipendente e dunque verificabile, come i dati che presenta non si possano considerare compiutamente affidabili, come il metodo utilizzato per elaborarli risulti parziale e arbitrario, cioè funzionale a sostenere certe posizioni e dichiarazioni di ANEF, come non contestualizzi per nulla i numeri così magniloquenti che presenta, svuotandoli dunque di senso e significato concreto, come delle “sfide” che lo studio cita nel proprio titolo e che indubbiamente l’industria dello sci sta affrontando e dovrà sempre più affrontare, vista la realtà montana contemporanea (non solo ambientale e climatica) non vi sia traccia alcuna, eccetera. Attenzione, ciò non significa che lo studio di PwC Italia dica cose false: le dice in modo parziale, incompleto, strumentale, come fanno comodo ad ANEF insomma.

Così Vismara conclude la propria analisi:

Lo studio ANEF-PwC misura le ricadute economiche positive del turismo sciistico nei territori alpini più performanti d’Italia. Che lo sci generi indotto economico è un fatto ovvio, che nessuno contesta. La domanda vera, però, è un’altra: a quale costo complessivo (ambientale, sociale, finanziario pubblico) e rispetto a quali alternative?
A queste domande lo studio non risponde. Non perché non siano importanti, ma perché non è progettato per risponderci. È uno strumento di advocacy costruito per sostenere la narrazione di un settore, non un’analisi di policy pubblica.
Per chi vive in montagna e si chiede quale futuro avranno i propri territori, servirebbero studi diversi: indipendenti, completi, trasparenti, che mettano sul tavolo tutti i costi e tutti i benefici, che confrontino scenari alternativi, che includano le proiezioni climatiche, e che soprattutto siano leggibili da chiunque, non custoditi dietro una richiesta di autorizzazione.
Fino ad allora, quei numeri così rotondi che rimbalzano da una testata all’altra sono un racconto parziale. E un racconto parziale, per quanto sofisticato, non è una base su cui costruire il futuro delle nostre montagne.

Ora, alle considerazioni di Vismara io aggiungo un’altra domanda fondamentale da porsi, alla quale lo studio di ANEF non dà alcuna risposta: tutti quei soldi, quell’economia, quelle ricadute sui territori che l’industria dello sci genererebbe, dove vanno a finire?

Di sicuro non alle comunità, eccetto che per quei pochi soggetti interni alla filiera turistica alla quale tuttavia spesso vi risultato totalmente dipendenti, ostaggi, prigionieri. Tale verità è ben dimostrata dai dati demografici dei comuni che ospitano i comprensori sciistici i quali, salvo rarissimi casi, stanno costantemente perdendo abitanti e hanno gli indicatori strutturali (età media della popolazione, indici di ricambio della popolazione attiva, rapporto tra chi lavora e chi no, tasso di natalità, eccetera) in continuo peggioramento. Di questa realtà, con un focus sui comprensori sciistici della Lombardia, ne ho scritto su “Nevediversa 2026”: cliccate sull’immagine qui sopra, il mio articolo lo trovate da pagina 271.

Non solo: la provincia di Sondrio cioè la Valtellina, territorio dove l’economia del turismo soprattutto invernale la fa da padrone (non a caso è stata eletta sede delle recenti Olimpiadi invernali), è una di quelle da cui si emigra di più in Italia: gli iscritti all’Aire (il registro degli italiani residenti all’estero) sono oltre il 15% della popolazione, più del doppio rispetto alla media regionale. E ad andarsene sono soprattutto i giovani, i quali evidentemente non vedono alcun buon e prospero futuro nel restare tra le loro montagne. Cioè, non trovano tutti questi soldi che lo sci lascerebbe nei territori turisficati come ANEF vorrebbe far credere.

Dunque, ribadisco: tutti questi soldi che genererebbe il sistema dello sci dove vanno a finire? Probabilmente nelle tasche di pochi, di sicuro non a vantaggio dei territori e delle loro comunità, dei loro territori, dei bisogni, delle necessità che supportano la stanzialità abitativa e lavorativa. Senza peraltro considerare gli enormi debiti che parimenti vengono generati dallo sci e che gravano, questi sì, sull’intera collettività, visto che sovente vengono sostenuti dalle finanze pubbliche.

Bene, direi che non c’è molto altro da aggiungere.

Ribadisco l’invito a leggere il dettagliato e illuminante lavoro di Veronica Vismara e a non cedere a certi specchietti per allodole montane: la realtà delle nostre montagne è ben altra, più complessa e affascinante, ben lontana da strumentalizzazioni e propagande e in cammino verso un futuro inevitabilmente diverso da quello che certi soggetti vorrebbero imporre nel tentativo, sempre più disperato, di difendere i propri interessi. Che di questo passo prima o poi imploderanno, garantito.

Una strategia per “soffocare” le località che fanno a meno con successo dello sci? Il caso (ennesimo) di San Simone

[Veduta della conca di San Simone. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Camminando sulle Orobie”.]
È una “strategia” dozzinale ma funzionalmente congegnata? Viene sempre più da supporlo, a giudicare ciò che sta accadendo in alcune località montane ex sciistiche, nelle quale da un po’ di tempo (anche diversi anni) gli impianti sono fermi, le piste chiuse e, per tale motivo, sono diventate mete assai frequentate del turismo invernale alternativo allo sci, quello di ciaspolatori, scialpinisti, camminatori, famiglie con bambini e bob, eccetera. Località che dunque sono rinate, in maniera spontanea ma concreta e emblematica di ciò che succede quando un’attività monoculturale come lo sci su pista, che spesso esclude ogni altra assoggettando i territori coinvolti al suo esclusivo servizio, non c’è più: ogni altra cosa rifiorisce, con stupore degli stessi operatori turistici locali e con gran successo presso un numero crescente appassionati di montagna che hanno deciso di non acquistare più uno skipass (ovunque sempre più caro, d’altronde) per godersi una bella giornata in quota sulla neve e dunque raggiungono tali località.

Tuttavia una così bella e proficua realtà sempre più diffusa (vista la crisi avanzante dello sci e di molte stazioni ormai insostenibili sia climaticamente che economicamente) a qualcuno tacitamente non piace, non va bene, dà fastidio. Ecco dunque che spuntano certi soggetti – politici locali e loro sodali, innanzi tutto, con i soliti appoggi regionali – i quali cosa propongono? Di riaprire o reinstallare gli impianti sciistici! Ma se quelle località sono rinate proprio perché il comprensorio sciistico non è più attivo, proponendosi ora come mete del turismo più avanzato oltre che sostenibile e consapevole, un turismo indipendente dalle conseguenze della crisi climatica e sempre più in grado dello sci in crisi di garantire una frequentazione stabile delle località e dunque un’economia nel complesso più proficua per gli operatori turistici e le comunità locali! Ci sono o ci fanno, quei soggetti?

Dico che sia una “strategia” non solo perché, in questo nostro paese, a pensar male si fa peccato ma solitamente s’indovina. Lo dico perché di casi del genere ce ne sono ormai numerosi: dai Piani di Artavaggio, in Valsassina, il cui comprensorio sciistico venne chiuso nel 2000 per insostenibilità climatica e economica e negli anni è diventata una delle mete del turismo dolce più rinomate della Lombardia, dove qualche anno fa si propose di installare una nuova seggiovia, all’Alpe di Paglio, tra Valsassina e Valvarrone, con impianti chiusi nel 2005 e pista lasciata libera per i non sciatori, dove nei fine settimana trovare un posto per parcheggiare è quasi impossibile e pure qui si vorrebbe riaprire il comprensorio sciistico con nuovi impianti, al recente caso di Teglio, in Valtellina, che quest’anno ha dovuto tenere chiusi i propri impianti per fine vita tecnica così che la località è stata invasa da escursionisti d’ogni sorta (vedi il giornale lì sopra) ma di recente è stato annunciato il progetto di realizzare una nuova seggiovia, fino a San Simone, sulle Orobie bergamasche, dove gli impianti di risalita sono abbandonati da dieci anni e del cui successo non sciistico ne parla un bellissimo articolo di Maurizio Panseri, con le fotografie dell’amico Andrea Aschedamini, pubblicato sul numero di marzo della rivista “Orobie” (ne vedete alcune pagine qui nel post): anche qui il Comune di Valleve, nel cui territorio si trova San Simone, vorrebbe acquistare gli impianti dalla proprietà che li detiene per riaprirli, per di più con l’aggiunta di edificazioni e cementificazioni varie. Ma sono solo alcuni casi, e tutti lombardi, dei tanti che si potrebbero citare al riguardo.

E, sia chiaro: sono (sarebbero) tutte operazioni finanziate completamente o in parte da soldi pubblici. Soldi nostri, già. Buttati al vento in località che già da anni non presentano più le condizioni per la sostenibilità di un comprensorio sciistico, viste le quote, le esposizioni dei versanti, la scarsa o nulla capacità concorrenziale, l’assenza di garanzie finanziarie concrete. Infatti hanno gli impianti chiusi e da tempo non vi si scia più.

Ergo, ripeto la domanda: tutti questi sindaci, amministratori pubblici, politici locali, imprenditori vari e assortiti e loro sodali, ci sono o ci fanno?

Oppure, come accennavo, si tratta di una strategia bella e buona seppur dozzinale e insensata: nelle località dove diventa evidente – in modo esemplare – che si può sviluppare un turismo e una relativa economia senza più bisogno dello sci, bisogna imporre a forza nuovi impianti, per soffocare quelle realtà e assoggettarle nuovamente alla monocultura sciistica. Alla faccia del cambiamento climatico, della tutela dei territori montani, della bellezza dei luoghi, delle loro varie potenzialità, dei soldi pubblici e di chiunque non faccia parte della piccola “casta” di chi con lo sci pensa di poter tornare a coltivare i propri tornaconti.

Ci sono o ci fanno? O semplicemente a quelli non frega nulla di niente e pensano solo ai propri interessi?

In realtà, io temo che dietro questa “strategia” ci sia solo un’ennesima manifestazione di incompetenza, insensibilità, mancanza di idee e di visione del futuro, alienazione dalla realtà oggettiva, scarsa coscienza civica e ambientale, assenza di cultura amministrativa. Ed è anche peggio, così.

Così scrive Maurizio Panseri, nell’articolo su “Orobie”:

Anno dopo anno è sempre più chiaro: dobbiamo percorrere altre strade per goderci la montagna in inverno. Il cambiamento climatico è evidente e supportato da elaborazioni scientifiche basate su rilievi rigorosi: gli inverni sono sempre più miti, nevica sempre meno e a quote sempre più alte. La proiezione statistica dei dati non promette nulla di buono e conferma questa tendenza. Mentre ci prepariamo per una prima sciata, in attesa dell’ora di cena, ci confrontiamo sull’opportunità o meno di rimettere in moto la stazione sciistica, visto che da anni si vocifera di questa possibilità. Tra noi siamo concordi che nelle nostre valli non abbia più senso investire per far ripartire comprensori sciistici abbandonati o ampliare quelli esistenti. Sostenere tali iniziative con finanziamenti pubblici impone, prima di tutto alla pubblica amministrazione e anche a noi cittadini, una seria riflessione sulla loro sostenibilità economica e ambientale. Una cosa è certa: le stazioni da sci ormai abbandonate e chiuse da anni non hanno decretato la fine della frequentazione di queste località nei mesi invernali. Lo smantellamento o la chiusura degli impianti ha semplicemente modificato il tipo di fruizione: non più turismo legato allo sci da pista ma un’utenza di gitanti ed escursionisti oltre a una compagine scialpinistica sempre più nutrita. I parcheggi nei fondivalle si riempiono regolarmente, indipendentemente dal fatto che abbia nevicato o meno, e i rifugi in quota sono presi d’assalto soprattutto da escursionisti che approfittano di tracciati d’accesso comodi e, quando c’è neve, ben battuti dai gestori. San Simone non fa eccezione e questo fenomeno di frequentazione della montagna invernale è ancora più evidente.

Il Lago Bianco del Gavia, un luogo ricco di bellezza in una società povera di giustizia

Una società si dimostra particolarmente ingiusta e squilibrata non solo quando lascia che chi la governa commetta delle azioni palesemente sbagliate senza che nessuno possa intervenire per fermarle fino a che il danno conseguente sia ormai fatto, ma pure quando dà la possibilità a chi ha commesso quello azioni di restare impunito, giustificandone così l’incompetenza e l’arroganza manifestate. Questo è un principio che vale per i massimi sistemi come per i piccoli, e ancor più se a subire il danno è un patrimonio inestimabile e collettivo, di noi tutti. Noi che altrimenti, insieme quel patrimonio, rischiamo di subire una bieca doppia – se non tripla – ingiustizia.

Il principio sopra esposto è perfettamente applicabile al Lago Bianco del Gavia – ricordate? Un bellissimo lago alpino a 2600 metri di quota a poca distanza dal Passo del Gavia, tra Valtellina e Valle Camonica il quale, nonostante presenti un biotopo di raro valore naturalistico e sia posto nella zona di massima tutela del Parco Nazionale delle Stelvio, tra il 2023/2024 è stato preso d’assalto da un cantiere che doveva prelevarne l’acqua al fine di alimentare i cannoni sparaneve del comprensorio sciistico di Santa Caterina Valfurva. Un cantiere illegittimo e palesemente criminale che solo grazie all’appassionato impegno di alcuni amici, Marco Trezzi in primis, e ad una mobilitazione “dal basso” che ha avviato diffide, esposti finanche alla UE e una battaglia legale autofinanziata – e senza alcun supporto dalle istituzioni politiche, è bene rimarcarlo – è stato fermato, ma già dopo che sono stati causati danni evidenti alle rive del lago.

Bene: nonostante tutto ciò, solo di recente è emerso che la Procura di Sondrio, competente sull’iter giudiziario avviato dal Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, ha archiviato l’esposto a luglio 2025, senza avvisare il legale del Comitato come la legge prevede e senza rispondere alle infinite richieste di audizione che negli anni sono state fatte. Oltre a questo ha continuato a far aggiornare l’esposto con perizie e documenti che, per quanto sopra, finivano all’insaputa dei promotori su un binario morto. Come ha scritto il Comitato sulla propria pagina Facebook, «Prendiamo dunque atto che secondo la “giustizia” Italiana devastare un habitat naturale protetto da svariati livelli normativi nazionali ed internazionali non costituisce reato alcuno.»

Viene da esclamare «Che schifo!», già. Ma non basta. Per presentare formale reclamo davanti alla giustizia Italiana contro il comportamento della Procura di Sondrio il Comitato ha deciso, previo assenso popolare raccolto in poche ore, di integrare la petizione UE e far ricorso alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione delle norme sull’accesso alla giustizia. Citando ancora il Comitato, «Soccombere a questo punto ci pare vergognoso e irrispettoso rispetto quanto di buono ed efficace fatto sin ora. Chiediamo quindi ancora una volta il vostro aiuto, per aiutarci a dare giustizia al nostro amato Lago Bianco. Per noi e per lasciare un segno che potrà essere visto anche dalle prossime generazioni.» Servivano infatti ulteriori 2.500 Euro oltre a quelli raccolti in precedenza per sostenere la causa di difesa del Lago: ma io ne sto scrivendo con qualche giorno di ritardo per cause di forza maggiore e la cifra necessaria è già stata rapidamente raccolta.

Tuttavia, posta tale assurda, vergognosa vicenda, io credo che ogni autentico appassionato di montagna e qualsiasi persona sensibile al futuro delle nostre terre alte e alla loro ineludibile bellezza, nonché consapevole che non esista alcuna società propriamente detta senza giustizia vera, anche nelle cose apparentemente secondarie come questa che in realtà non lo sono affatto – anzi, sovente sono ancora più emblematiche al riguardo – non possa non sostenere questa ulteriore, fondamentale battaglia del Comitato in difesa del Lago Bianco: donando qualcosa alla raccolta fondi, restano sensibile alla questione, facendo massa critica e pressione sulle figure istituzionali coinvolte, pretendendo che territori di inestimabile valore e bellezza come quello del Lago Bianco e ogni altro sulle nostre montagne non possa e non debba subire assalti tanto criminali da parte di soggetti pubblici o privati evidentemente incapaci di comprendere quel valore e interessati solo ai propri tornaconti, alle spalle dell’intera società civile.

La prima giustizia è proprio questa, in fondo: non quella che può sancire un tribunale o altro soggetto affine dopo un’azione giudiziaria, ma quella che noi tutti, singoli cittadini che siamo società civile e ancor prima comunità civica, dobbiamo pretendere prima che qualsiasi sopraffazione, prepotenza, illegalità, si manifestino e vengano avviate. Ancor più se coinvolge qualcosa di così bello, importante e delicato come le montagne: che sono nostre, di noi tutti, non di qualche miserrimo arrogante e dei suoi sodali. La cui impunità, sia chiaro, sarebbe un’ignobile sconfitta non solo per il Lago Bianco ma per l’intera nostra società.

Lunga e serena vita al Lago Bianco e a tutte le nostre montagne!

Per passare all’azione:

Come mandare il buon futuro turistico di una località montana a farsi fot**re (coi soldi nostri)

Tempo fa mi hanno raccontato la storia di un tizio che, messosi alla guida della propria lussuosa auto sportiva dopo aver bevuto troppo, fatta poca strada si è schiantato contro un palo a lato della carreggiata ma, ubriaco com’era, con i poliziotti intervenuti continuava a sostenere, pure con una certa arroganza, che fosse stato il palo a venire addosso alla sua auto, non viceversa. E non ci fu verso di farlo ragionare, in quelle circostanze.

Ecco, a leggere dei 4,8 milioni di soldi pubblici con i quali Regione Lombardia vuole rilanciare la ski-area di Prato Valentino sopra Teglio, a 1600 metri di quota su un versante completamente esposto al Sole, mi è tornata in mente la storiella del tizio ubriaco che ha distrutto la propria fuoriserie convinto di non avere alcuna colpa, anzi, pretendendo di avere ragione.

In un comprensorio sciistico senza alcun futuro in forza dell’insostenibilità ambientale (vedi sopra) ed economica, nel quale i passaggi degli sciatori in dieci anni sono passati da 41mila a 13mila, dove già nel 2022 si tentò di riattivare la ski-area con un piano in project financing per il quale, guarda caso, nessun privato si presentò (ecco perché ora paga tutto la Regione, cioè noi), e proprio per tale imminente e palese fine vita sciistica si è avviato un progetto-pilota (“Prato Valentino 2050“) di riconversione turistica verso attività ben più sostenibili e logiche al luogo e alle sue caratteristiche, peraltro notevoli sia ambientalmente che paesaggisticamente, infine dove proprio per la chiusura forzata della seggiovia (fine vita tecnica e mancanza di fondi per il rinnovo) si è avuto un «incredibile» afflusso di escursionisti e gitanti attratti in loco proprio dal bello di poter esplorare la zona senza la presenza di impianti e piste di discesa, un successo che ha sorpreso gli stessi operatori turistici locali… Insomma, in un luogo dove è chiaro, indubitabile, palese quale sia il futuro turistico migliore e più gradito ai visitatori, Regione Lombardia che fa? Spende quasi 5 milioni di Euro di soldi pubblici per riattivare impianti e piste, fregandosene bellamente di tutto e tutti invece di cogliere la palla al balzo e approfittare di un’occasione così ben servita sul più classico piatto d’argento.

Ottusità? Menefreghismo? Prepotenza? Affarismo strumentalizzato? Come si può definire un atteggiamento del genere da parte dei reggenti regionali? Come l’ubriaco che si è schiantato con la propria auto dando la colpa al palo, non la vogliono proprio capire. Non che non possano farlo: potrebbero benissimo, in verità non sono così insensati come sembra, ma non vogliono. Perché buttare tutti quei soldi pubblici in un fallimento assicurato è molto più funzionale ai loro interessi e alle loro mire, che immagino annoverino anche il tentativo, in questo modo, di screditare e soffocare un progetto così interessante, concreto e lungimirante come “Prato Valentino 2050” – del quale peraltro ho parlato in loco proprio di recente, a Palazzo Besta, insieme alla professoressa Anna Giorgi dell’Unimont, uno dei soggetti che cura il progetto. No, nessuno può e deve pensare di toccare i loro affarismi, di metterli in discussione, di renderli ancora più chiaramente scriteriati di quanto già non siano. E tutti gli altri discorsi sul turismo «sostenibile», sulla salvaguardia del territorio, sulla sua “valorizzazione” lungo l’intero anno e, soprattutto, sui benefici per la comunità locale? Belle parole e basta, da mettere da parte alla svelta per lasciare spazio alle mire della Regione e ai suoi sodali locali. Ubriachi di presunzione e sfrontatezza, privi di rispetto e attenzione per il luogo e la sua comunità, capaci solo di perseguire le proprie mire delle quali potersi vantare propagandisticamente sulla stampa… ma l’auto che mandano a schiantare non è loro, è dei tellini e di tutti noi, e lo fanno coi soldi nostri, non loro o di privati!

È una cosa semplicemente vergognosa, non c’è altro da dire. Semmai c’è solo da “combattere” per avversarla e non portarla a compimento, investendo invece tutti quei soldi nel progetto “Prato Valentino 2050” e/o in cose veramente proficue e lungimiranti per Teglio, le sue montagne e per la comunità locale. E lavorando pure per evitare che in futuro amministratori pubblici così scriteriati possano di nuovo pensare ad assurdità del genere, che ne dimostrano la totale alienazione verso i nostri territori montani. Che quelli dovrebbero ben governare, non così assurdamente svendere e degradare.

Si può costruire un buon futuro per i territori montani? Quali opportunità cogliere, e quali criticità evitare? Ne parliamo domani a Teglio!

Domani (o oggi, dipende quando leggete) 21 marzo alle 14.30 sarò a Teglio, in Valtellina, nel meraviglioso contesto di Palazzo Besta, per partecipare all’incontro I territori alpini, tra grandi trasformazioni e incerte prospettive e dialogare al riguardo con Anna Maria Giorgi, direttrice del Polo UNIMONT/Università della Montagna di Edolo, sede d’eccellenza dell’Università degli Studi di Milano specializzato nella formazione, ricerca e valorizzazione dei territori montani. L’incontro sarà moderato da Silvia Biagi, direttrice di Palazzo Besta.

Parleremo e rifletteremo sulle sfide e le prospettive per i territori e le comunità alpine di fronte alle grandi trasformazioni legate al cambiamento climatico, alla ricerca di nuovi paradigmi di sviluppo e nuove forme di turismo: argomenti tanto importanti per le montagne quanto ancora poco approfonditi eppure ormai imprescindibili, posta la realtà in divenire che pone le comunità residenti nei territori montani di fronte a scelte ormai inevitabili e alle conseguenti decisioni da prendere per il proprio futuro, prossimo e più lontano. Quali adattamenti e quali resilienze attuare in forza delle trasformazioni in corso? Come conciliare economia e ecologia, entrambi elementi necessari e essenziali per le terre alte? Quali forme di turismo possono essere contemplate e quali invece è giunta l’ora di abbandonare? Di che futuro hanno bisogno le nostre montagne per poter continuare a vivere e, magari, diventare quei laboratori di innovazione sociale speso invocati ma ancora molto poco considerati?

A queste domande, e a molte altre, cercheremo di fornire delle valide risposte sulla base di argomentazioni concrete e articolate: sono veramente felice e onorato di poterlo fare con una figura di assoluto prestigio e dalle competenze impareggiabili come Anna Giorgi, e in un luogo come Palazzo Besta di Teglio, località che, proprio grazie a un articolato progetto – denominato “Prato Valentino 2050 – supportato tra gli altri dall’UNIMONT di Edolo sta cercando di ripensare il proprio futuro turistico post-sciistico e, di conseguenza, socioeconomico, ottenendo già ora un successo e un gradimento notevoli nell’ottica del turismo sostenibile e, come detto, della elaborazione di una frequentazione del proprio territorio più consona alla realtà in divenire, ai cambiamenti socioculturali in atto nonché ai bisogni e alle prospettive della comunità locale.

Dunque, se siete di/in zona e potete partecipare, speso proprio di potervi incontrare e costruire con voi una bella chiacchierata sul presente e il futuro delle nostre montagne, e ringrazio di cuore Silvia Anna Biagi, direttrice di Palazzo Besta, per l’invito a partecipare all’incontro.