[Il cantiere della nuova cabinovia Apollonio-Socrepes a Cortina, opera “olimpica” in grave ritardo peraltro rimasta ferma molti giorni a causa di una frana causata proprio dai lavori. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Voci di Cortina“.]Lo scorso 29 ottobre sono stati “celebrati” i 100 giorni dall’inizio delle Olimpiadi di Milano Cortina, la cui inaugurazione è appunto fissata per il 6 febbraio 2026. Dunque oggi (6 novembre) ne mancano 92.
Ovviamente la ricorrenza è stata celebrata con grande entusiasmo pro-olimpico da parte degli organizzatori istituzionali e non, anche troppo: ad esempio, che sia «tutto pronto» per le Olimpiadi è palesemente non vero, e lo sanno per primi gli abitanti dei territori nei quali si stanno realizzando le opere olimpiche, moltissime delle quali sono in ritardo e non saranno pronte né per i Giochi e né per ancora qualche anno. Senza contare poi le varie criticità aperte, elencate ad esempio nel rapporto “Open Olympics” e raccontate da numerosi libri, dossier e articoli di stampa.
[Un articolo al riguardo pubblicato da “La Provincia-Unica TV”; cliccateci sopra per leggerlo.]D’altro canto è legittimo augurare che le Olimpiadi vadano per il meglio, non solo dal punto di vista sportivo e non tanto perché così verrà solennemente affermato (vedi qui): speriamo vadano bene anche al di là degli slogan che al riguardo sentiremo in gran profusione!
Tuttavia, vista la realtà di fatto e le circostanze che l’hanno determinata, io penso che il conto alla rovescia più giusto e logico da tenere monitorato è questo:
Ovvero, i giorni che ad oggi mancano al 16 marzo 2026, il giorno successivo alla fine delle Paralimpiadi invernali (le quali inizieranno il 6 marzo) e dunque dell’intero periodo olimpico milano-cortinese (potete calcolarli anche da voi ad esempio qui).
Sarà da quel giorno, e per i mesi (e gli anni) successivi, che potremo capire se le Olimpiadi saranno andate veramente bene, se le opere realizzate e aperte saranno funzionali e se non avranno cagionato danni di alcun genere ai territori e al paesaggio delle località coinvolte – dunque anche alle comunità residenti –, se realmente le opere rimaste incompiute saranno continuare portate a termine con la dovuta solerzia, se i benefici economici e culturali per i territori saranno concreti e diventeranno persistenti, se la cosiddetta “legacy olimpica”, così tante volte invocata, citata e magnificata (preventivamente), sarà veramente tangibile e vantaggiosa per i territori olimpici oppure, malauguratamente, diventerà una promessa mancata insieme alle tante altre nonché una causa di danno e di degrado per quei territori e i loro abitanti.
[I cantieri “olimpici” sui versanti sciistici del Mottolino a Livigno qualche giorno fa. Immagine tratta da “La Provincia-UnicaTV“.]Ribadisco: mi auguro vivamente che ciò non succederà. Tuttavia, vista la cronaca di questi anni di iter olimpico – cioè dal 24 giugno 2019, data di assegnazione delle Olimpiadi da parte del CIO, il Comitato Internazionale Olimpico, a Milano e Cortina – è logico non lasciarsi vincere dal troppo facile entusiasmo e coltivare un sano, razionale, civico dubbio. Ecco.
Sarà veramente un enorme piacere per me ritornare a Milano, sabato 8 novembre prossimo, per la premiazione dei vincitori della XVII edizione del Premio Marcello Meroni, e di farlo da proponente, insieme alla cara amica Annamaria Gremmo (già vincitrice nel 2023), del candidato nominato vincitore del premio per la sezione “cultura”: Giovanni Baccolo. Scienziato, docente e ricercatore con notevoli esperienze nello studio dei ghiacciai, dell’ambiente e dei climi alpini e montani, autore di due libri e di decine di pubblicazioni su riviste internazionali nonostante l’ancora giovane età, ma pure in quanto grande appassionato di montagne e natura, Giovanni possiede la rara dote di rendere comprensibili e avvincenti a chiunque temi scientifici sovente complessi, in ciò rappresentando un divulgatore culturale di eccezionale valore nonché un prezioso educatore alla conoscenza e alla sensibilità verso i territori montani e i loro ambienti meravigliosi e fragili. Doti la cui importanza diffusa – non solo tra i frequentatori delle montagne – è inutile rimarcare, posta la complessità della crisi climatica in divenire e di contro la consapevolezza per molti versi ancora carente nei riguardi di un tema così fondamentale per il nostro futuro.
[Giovanni in missione nel nord della Groenlandia, agosto 2022.]Anche per questi motivi sono felice che la giuria del Premio Meroni abbia deciso di accettare la candidatura mia e di Annamaria Gremmo decretando Giovanni Baccolo vincitore. È un premio quanto mai meritato e assolutamente significativo che riconosce tanto il valore scientifico e culturale quanto quello umano di Giovanni. E per “induzione” anche il valore ambientale (e non di meno culturale, a loro volta) dei ghiacciai delle nostre montagne, così messi a dura prova dal riscaldamento globale.
Il Premio Marcello Meroni, a ricordo e testimonianza dello stile, delle passioni e degli interessi di Marcello Meroni, è organizzato dalla Scuola di Alpinismo e Scialpinismo “Silvio Saglio” della Sezione SEM del CAI e dalla Scuola Regionale Lombarda di Alpinismo ed è dedicato a persone “eccezionalmente normali” che si sono contraddistinte per aver portato a termine iniziative di puro volontariato legate alla montagna e caratterizzate da originalità, valenza sociale, dedizione e meriti etici e culturali.
Il premio ha il patrocinio del Club Alpino Italiano, del Comune di Milano, di ARCUS dell’Università Statale di Milano e dell’Università della Montagna UNIMONT.
Dunque siete tutti invitati a Milano, sabato 8 novembre dalle ore 9,15 presso la Sala Alessi di Palazzo Marino, in Piazza della Scala, per la presentazione aperta al pubblico e gratuita che sarà condotta da Luca Calvi, altra figura assai nota del mondo della montagna italiana. Ogni altra informazione utile sull’evento la potete trovare nella locandina lì sopra pubblicata.
Ovviamente, se sarete presenti, fatevi riconoscere!
No, non sta per arrivare il treno a Bormio, come forse molti penseranno nell’osservare la nuova passerella pedonale sul torrente Frodolfo inaugurata qualche giorno fa. Sembra in tutto e per tutto un ponte ferroviario, già, ma l’idea concepita più di un secolo fa di far continuare la linea ferroviaria della Valtellina oltre Tirano fino a Bormio e poi collegarla a quella altoatesina tramite un traforo sotto lo Stelvio è ancora mera utopia, purtroppo.
Fatto sta che, al netto della sua utilità e funzionalità, la nuova passerella è veramente brutta e fuori contesto. D’altro canto fa il paio – anzi, il terno* – con il nuovo Ski Stadium in costruzione per le Olimpiadi, che ha le forme di un ordinario capannone industriale (date un occhio qui e ditemi se non è vero), e con la sua “Family Lounge”, soprannominata “l’acquario” oppure “la fermata degli autobus” per quanto li ricordi. Niente a che vedere con una bella e ben pensata architettura montana, in pratica. Li vedete entrambi qui sotto:
Opere brutte, ribadisco, che non generano alcun dialogo con la geografia montana locale e con il paesaggio che la contraddistingue: è ammissibile che a fronte della loro poca o tanta utilità si debba accettare tale loro bruttezza? Oppure bisogna temere che le forme disgraziate e decontestuali che le caratterizzano siano un’ennesima manifestazione della scarsa cura, attenzione e sensibilità dei decisori pubblici e politici nei confronti del territorio amministrato nonché di quanto degradata sia la relazione culturale che essi intrattengono con le loro montagne?
[Per dire: questa è la nuova passerella pedonale sulla “Gola” del torrente Valsura/Falschauer a Lana (Bolzano). Come paragonare l’oro con il fango, insomma.]Ribadisco il mio pensiero: la montagna è un ambito tanto meraviglioso quanto delicato che non può ammettere un’eccessiva superficialità negli interventi che vi vengono realizzati, i quali invece abbisognano di logica, contestualizzazione, reale (non solo presunta) sostenibilità e, soprattutto, di cura nei riguardi del territorio in cui vengono inserite. Purtroppo a Bormio, ultimamente, non mi pare che ciò stia accadendo.
Insomma: voi che speravate di poter raggiungere la Magnifica Terra bormina in treno dovrete aspettare ancora qualche anno. O lustro, o secolo, visto come vanno certe cose nel nostro paese.
In ogni caso a breve “tornerò” a Bormio, per occuparmi di nuovo dell’altra grossa, inquietante questione che minaccia la località valtellinese, quella della “Tangenzialina dell’Alute”. C’è poco da stare allegri, lassù.
(*: secondo alcuni è addirittura una quaterna, con riferimento alla ristrutturazione del “Pentagono”, il centro sportivo comunale.)
Qui sotto potete vedere – e/o riascoltare – l’intervento che ho proposto domenica 24 agosto a Bormio nel corso dell’incontro pubblico dedicato alle opere olimpiche in Valtellina e, nello specifico, alla questione della “Tangenzialina dell’Alute”, uno dei progetti più emblematici, discutibili e giustamente contestati tra quelli proposti per i prossimi Giochi Olimpici.
Nell’intervento ho cercato di spiegare, da forestiero che non ha alcun titolo per venire a dire ai bormini cosa fare del loro territorio ma pure da studioso dei paesaggi montani e della loro importanza per le comunità che li abitano, quanto io creda sia speciale un luogo come l’Alute per il territorio di Bormio e non solo, visto il suo potente e evidente valore culturale e identitario per tutta la regione montana circostante. E per ciò ho chiesto ai bormini, a prescindere da qualsiasi opera che verrà realizzata oppure no, di salvaguardare il più pienamente e il più a lungo possibile un luogo così speciale: perché l’Alute è Bormio e i bormini sono l’Alute, e ogni cosa che vi possa essere realizzata lascerebbe il segno non solo sul terreno ma pure, e soprattutto, sull’immagine della comunità e sull’anima dei suoi abitanti. Un luogo del genere non può essere svenduto ad interessi altri che poco o nulla c’entrano con l’anima del territorio e con l’identità della comunità, altrimenti saranno proprio quest’anima e tale identità a essere svendute – in tal caso per un orribile nastro d’asfalto a uso turistico del costo di oltre sette milioni di Euro. È proprio il caso che una circostanza del genere possa realizzarsi, e che un domani ci si veda costretti a raccontare com’era bella la piana dell’Alute, al passato, senza più poter affermare com’è bella?
Ma il mio intervento, ovviamente centrato sulla causa dell’Alute, è nei principi di fondo espressi valido per molte altre località alpine ciascuna delle quali ha la propria “Alute”, un luogo speciale che più di altri manifesta l’anima del territorio locale e della comunità che lo abita, e in tante di esse questi luoghi speciali sono minacciati da altrettanti progetti impattanti e privi di attenzione verso il paesaggio. Dunque, anche qui: sono veramente disposti gli abitanti di queste località, a svendere la propria anima e il proprio territorio ancora intatto per favorire gli interessi di pochi altri? E siamo disposti, tutti noi che frequentiamo le montagne, a perdere questi luoghi così speciali, patrimonio inestimabile di chiunque?
Ecco.
Buona visione e, se vi va, fatemi sapere che ne pensate di ciò che ho detto.
[L’ex Rifugio Gavia; sullo sfondo il Rifugio Berni sulla strada verso il Passo Gavia. Immagine tratta da www.hikr.org.]Voglio rilanciare l’appello dell’amico Giovanni Peretti (seppur dal suo punto di vista è già un “requiem”) per salvare l’ex Rifugio Gavia, struttura posta sull’ampia sella dell’omonimo passo, dalla grande storia e di elementare accessibilità visto che si trova a poche decine di metri dalla strada statale che transita dal valico collegando la Val Camonica con la Valtellina, nonché posta sul sentiero che sale verso le numerose mete alpinistiche del bacino del Dosegù, dunque nel complesso una struttura di grandi potenzialità ricettive (o per altri scopi consoni al luogo), il quale invece da tempo giace dimenticato, abbandonato e sempre più decadente.
[L’ex Rifugio Gavia in tutto il suo triste degrado odierno.]Non è solo triste ma pure parecchio sconcertante dover constatare lo stato in cui si trova e, nonostante sia immaginabile che il recupero di un edificio del genere, ormai così degradato, sia tanto poco conveniente quanto parecchio difficile, lasciarlo abbandonato al proprio destino attendendone il crollo a me pare una cosa piuttosto stupida e oltraggiosa per il luogo, la sua bellezza e la storia peculiare che rende il Passo di Gavia così emblematico, oltre a farne una delle zone più pregiate del Parco Nazionale dello Stelvio.
La triste vicenda dell’ex Rifugio Gavia mi fa pensare a un paio d’altri casi simili ovvero a due altri ex rifugi abbandonati e decadenti, peraltro non troppo distanti: uno è la Capanna Desio al Passo di Corna Rossa sul Monte Disgrazia, tra la Val Masino e la Valmalenco, la cui storia inizia addirittura nel 1880 rappresentando una delle prime strutture ricettive in quota della zona e di tutte le Alpi lombarde. Una struttura piccola ma di grande fascino situata in un luogo spettacolare, abbandonata nel 2001 per danni strutturali. Stessa sorte che sta subendo l’ex Rifugio Entova-Scerscen, posto sulla dorsale che chiude a sud il grande bacino glaciale omonimo ai piedi delle massime vette del Bernina, nell’alta Valmalenco, in uno scenario d’alta quota a dir poco eccezionale. Si tratta di un edificio più recente, essendo stato costruito negli anni Settanta del Novecento allo scopo di accogliere chi saliva sullo Scerscen per praticare lo sci estivo e poi abbandonato negli anni Novanta in forza del ritiro del ghiacciaio, circostanza che per giunta ha destabilizzato il terreno sul quale il rifugio sorge.
[La Capanna Desio. Immagine tratta da www.orobie.it/.][L’interno della Capanna Desio nel 2016, già parecchio ammalorato. Immagine di Beno, fonte lemontagnedivertenti-diario.blogspot.com.]Due strutture, la Desio e l’Entova-Scerscen, dotate come l’ex Rifugio Gavia di potenzialità notevoli, sia come alloggi d’alta quota e sia per altri scopi (culturali, scientifici, funzionali, eccetera) legati ai luoghi e alle loro caratteristiche, per le quali vale lo stesso discorso fatto per il Gavia in relazione alla difficoltà e alla convenienza del loro recupero (che qualcuno ha comunque ipotizzato: qui trovate il progetto proposto per la capanna Desio e qui quello per l’Entova-Scerscen). Tuttavia, per tutte queste strutture e per le altre messe in condizioni simili che si trovano sulle nostre montagne, viene inevitabilmente da chiedersi se siano maggiori gli svantaggi e le incombenze da affrontare nel caso di un loro recupero, oppure se potrebbero essere maggiori i vantaggi persi e le opportunità mancate in caso che le si lasci definitivamente crollare.
[L’ex Rifugio Scerscen tra le macerie ex-sciistiche che lo circondano. Immagine tratta da www.cima-asso.it.]Il tutto, ribadisco, con l’ovvia consapevolezza di cosa dovrebbe comportare il recupero di strutture del genere che tuttavia non può non essere accompagnata dall’altrettanto importante consapevolezza di ciò che il degrado di tali strutture cagiona ai luoghi che le ospita: un degrado il quale è sia materiale – cioè relativo all’edificio in sé e alle sue prerogative presenti e potenziali – che immateriale, posto il patrimonio storico, sociale e culturale che testimoniano e “rapprendono” tra le loro mura.
[Il Rifugio Gavia su una cartolina datata 1930. Immagine tratta da qui.]Insomma: un po’ più di considerazione se la meriterebbero, queste strutture, e possibilmente prima che diventino un brutto e deprimente cumulo di macerie d’alta quota.
P.S.: Giovanni Peretti aveva già lanciato un appello al salvataggio dell’ex Rifugio Gavia nel 2022, che riprese “Il Dolomiti” qui.