2025.02.11

[Foto di Wyxina Tresse da Pixabay.]
Continua a piovere anche se svagatamente, ora. Il prato è zuppo, Loki ne annusa gli effluvi esaltati dall’acqua ma a sua volta non sembra così entusiasta di tutta questa umidezza priva d’una tangibile forma liquida.

Il cielo è totalmente coperto ma le nubi sono alte e devono essere chiare perché i crinali dei monti d’intorno paiono retroilluminata, come se la copertura nuvolosa riflettesse le luci terrene schiarendo l’aria e permettendo la visione piuttosto nitida dei profili montani.

Piove spesso, in questi giorni, ma ancora non riesco a sentirmene infastidito. Amo vagare nei boschi con la pioggia, più di quanto l’apprezzi se sono a casa. In fondo non posso scordare che se la pioggia disturba e intristisce molti, altri invece ne sono entusiasti:

Oggi piove, tutti gli alberi sono felici.

(Aleksandr Blok)

In effetti gli alberi, quando piove, si ricolorano e rilucono come non mai. Forse non è solo perché mondati dalla pioggia. È un loro modo di sorridere, di essere contenti. Già.

Buonanotte.

Il collegamento sciistico tra Colere e Lizzola, un caso emblematico come pochi altri sullo sci contemporaneo

Come era piuttosto facile immaginare, la questione del paventato collegamento sciistico tra i comprensori di Colere e di Lizzola, sulle Prealpi Bergamasche, per il quale si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro di cui 50 pubblici (da Regione Lombardia e Ministero del Turismo, al netto di eventuali aumenti) creando un comprensorio di 50 km di piste in una zona quasi interamente sotto i 2000 metri di quota e sottoposta a varie tutele ambientali, non solo ha creato un vivace dibattito nei territori interessati ma pure suscitato un ampio interesse da parte della stampa, locale e nazionale. Ormai, da qualche settimana, ogni giorno o quasi esce un articolo sulla vicenda, sia sulla stampa locale che su quella nazionale: qui sotto trovate una minima rassegna stampa.

La sostanza del progetto in questione, le notevoli cifre in gioco a fronte del comprensorio limitato (in km di piste e in capacità concorrenziali con altre località sciistiche lombarde più grandi e strutturate), le specificità tanto ambientali quanto socio-economiche della zona sottoposta al progetto e in generale le riflessioni ormai ampie e inevitabili sul futuro dello sci, se non già sulla sua fine in certe località, stanno rendendo il “caso Colere-Lizzola” particolarmente emblematico della realtà dell’industria dello sci sulle montagne italiane, insieme ad alcuni altri parimenti significativi come quelli del Vallone delle Cime Bianche, del Monte San Primo o del Nevegal (tre dei tanti citabili al riguardo).

Per quanto mi riguarda, una posizione chiara e determinata sulla questione l’ho assunta pubblicamente ed è fermamente contraria al progetto non tanto e non solo per ragioni ambientali quanto per motivazioni socioeconomiche, culturali e politiche, proponendo di contro un’alternativa (una di quelle possibili) al modello sciistico monoculturale prospettato, in forza anche delle innumerevoli potenzialità che la zona tra alta Valle Seriana e Valle di Scalve possiede per sviluppare un turismo sostenibile, consono ai luoghi e di grande appeal, inserito in un piano di sviluppo territoriale generale che ponga al centro degli interessi complessivi innanzi tutto il territorio e la comunità locale.

[Il “masterplan” del progetto sciistico tra Lizzola e Colere. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
D’altro canto, proprio in tema di centralità ineludibile del territorio, della sua comunità, del suo sviluppo equilibrato e strutturato sulle specificità del luogo con una visione a lungo termine, in grado di emanciparsi dalla variabile climatica e da quella economica che già oggi incombe sul turismo sciistico, ciò che a mio parere deve restare fondamentale è la possibilità è che sia la stessa comunità a poter decidere le proprie sorti, cosa che ho rimarcato con fermezza negli incontri pubblici delle scorse settimane nei quali sono intervenuto. Una decisione civica, culturale e politica che deve essere informata, consapevole, responsabilizzata, forte di una costante interlocuzione sia con i soggetti istituzionali coinvolti che con quelli tecnico-scientifici, e che in generale deve essere una manifestazione chiara della relazione che i locali hanno con le proprie montagne, con il loro ambiente naturale, con il paesaggio: il segno di un’identità culturale forte e viva, ben conscia del fatto che le montagne sono le genti che le abitano e viceversa, dunque che qualsiasi cosa si faccia sui monti, in bene e in male, è come se la si facesse a chi li abita, alla loro esistenza, al loro futuro. Per questo ogni decisione al riguardo deve essere tanto approfondita e meditata quanto discussa e partecipata: in fondo anche questa è una specificità importante in grado di rendere la montagna un luogo diverso dagli altri antropizzati – oltre alla bellezza del suo paesaggio e alle meraviglie naturali che offre. Un luogo potente e insieme delicato nel quale la responsabilità delle azioni compiute deve essere il più possibile collegiale e condivisa.

Nel dualismo a volte concreto ma spesso forzato e deviante tra montagne e città, la dimensione comunitaria delle terre alte, che è ineludibile anche quando sia trascurata o ignorata, è una delle alterità fondamentali in grado di generare valore e identità a favore delle montagne, dunque a porre le basi per il loro miglior futuro possibile, sia esso basato sul turismo o su qualsiasi altra cosa. Perché se non c’è la comunità non c’è nemmeno il luogo, e se non c’è il luogo anche il turismo non può esistere e portare benefici ma si manifesterà nelle sue forme più devastanti, quelle che consumano i luoghi lasciando dietro di sé solo macerie, ambientali e sociali. In tal caso sì, per la montagna sarebbe veramente la fine.

Soprattutto le Alpi hanno bisogno di rispetto

[Foto di Mihály Köles su Unsplash.]

Contrariamente a quanto si pensi e sembra per la loro altezza, estensione e imponenza, le Alpi sono un territorio fragile, continuamente assediato dalle pianure circostanti per carpirne le ricchezze. Le Alpi hanno da secoli subito la rapina di legname, minerali, acqua, energia, sono state solcate da strade, ferrovie, funivie, gallerie, gasdotti, elettrodotti, sono state invase da stazioni turistiche che riproducono il peggio delle città, e da un turismo fracassone e inquinante.
Ora hanno bisogno di un nuovo turismo, di una nuova agricoltura più umana e aiutata dall’intervento pubblico, di servizi e trasporti pubblici, scuole, uffici postali, biblioteche, centri di ricerca sulla loro cultura, sovvenzioni per costruire nel rispetto della tradizione e anche per abbattere quanto è stato costruito male.
Soprattutto le Alpi hanno bisogno di rispetto.

[Alberto Paleari, L’attraversamento invernale delle Alpi. Dal lago Maggiore al lago dei Quattro Cantoni, MonteRosa Edizioni, 2017, pagg.80-81.]

Ciò che sulle Alpi scrive qui Paleari – che la catena alpina la conosce e l’ha vissuta (e vive) con intensità e sensibilità rare anche tra i più assidui frequentatori – è d’altro canto quello che pure il visitatore meno abituale ormai coglie della realtà delle nostre montagne, alpine ma pure appenniniche: basta che egli mantenga attivo il più semplice, ordinario, umano buon senso. Dal quale guarda caso scaturisce anche una delle forme più alte di rispetto, per chiunque e qualsiasi cosa.

Ci stavo pensando giusto di recente: io studio i paesaggi montani, il frutto dell’interazione tra elementi naturali e presenze antropiche mediato dai bagagli culturali specifici, e in tale categoria fondamentali i paesaggi possono essere definiti diversamente, in base alle peculiarità più identificative che li caratterizzano. Ma c’è una categoria altrettanto fondamentale, solo apparentemente immateriale, con la quale mi viene di definirli nel caso in cui l’interazione suddetta risulti considerabilmente equilibrata: paesaggi di buon senso. La quale categoria definisce in automatico anche l’opposta, i paesaggi senza senso, quelli dove l’uomo rompe ogni equilibrio generando danni d’ogni sorta materiali e immateriali, sovente irreparabili, dimostrando così non solo scarsa o nulla sensatezza ma pure assenza sostanziale di relazione con i territori montani, nei quali a volte abita pure.

Una condizione che è inevitabile generi qualche disastro, prima o poi, il quale ricadrà presto contro chi l’ha cagionato. È ciò che succede quando non si usa il buon senso, d’altronde.

Montagne di arte

Cesare Saccaggi, La Vetta (o La Regina dei Ghiacci), olio su tavola, 1912.

(Una montagna “simbolica” e simbolista, questa volta: d’altro canto ancora oggi la montagna è fatta di simboli e a sua volta simboleggia tante cose, in certi casi consone alla sua dimensione, in altri per nulla. Clic.)

Il collegamento sciistico tra Padola (Comelico) e Sesto (Pusteria), ovvero: quando lo sci nel pensare di autolegittimarsi finisce per rinnegare sé stesso

[Veduta invernale di Padola. Foto di Antonio De Lorenzo, opera propria, CC BY 2.5, fonte  commons.wikimedia.org.]
Che l’industria turistica dello sci appaia spesso come un’entità avulsa dalla realtà della montagna contemporanea, quando non sostanzialmente alienata da essa, è una circostanza che da tempo molti osservano: l’esempio classico è quando vengano proposte nuove infrastrutture sciistiche a quote dove ormai non si riscontrano più le condizioni nivoclimatiche adatte, pur di tentare di perseverare il modello turistico e il relativo business economico.

A volte questo tentativo di imporre reiteratamente un modello turistico monoculturale in certi ambiti ormai superato assume i contorni del grottesco, quando siano i suoi stessi promotori a giustificarlo sostenendo cose che in realtà appaiono ottimi motivi per confutarlo, inficiandone qualsiasi presunta e pretesa bontà.

Un caso recente è apparso sul “Corriere delle Alpi”, lo vedete qui sopra: concerne il progettato collegamento sciistico tra Padola e il Comelico Superiore con il comprensorio di Sesto in Pusteria (lo vedete indicato nell’immagine qui sotto), parte del “Dolomiti SuperSki” e nell’articolo ne parla il principale promotore, mentre già da tempo arrivano le critiche al progetto da parte delle associazioni ambientaliste. Personalmente, della questione e di certi suoi aspetti significativi (e piuttosto bizzarri) avevo già scritto qui.

In forza del titolo di questo mio post, di seguito analizzo alcune delle affermazioni citate nell’articolo:

  • Padola come luogo «ideale per sciare»: la località si trova a 1215 metri di quota, pensare che lì già oggi ma ancor più in futuro si possa conservare al suolo la neve, anche artificiale, appare parecchio fantasioso.
  • Il Monte Colesei, dove giungono gli impianti di Padola e partirebbe il nuovo collegamento con Sesto, è alto 1950 m, dunque sotto la quota di 2000 metri ritenuta da tutti quella oltre la quale nel prossimo futuro lo sci su pista potrà preservarsi, mentre al di sotto sarà destinato a non essere più praticabile. D’altro canto gli stessi impianti del comprensorio “Drei Zinnen” di Sesto si trovano al di sotto dei 2000 m.
  • Sostenere che «Il turismo è l’attività più ecologica per sviluppare la valle» appare un’affermazione a dir poco forzata. Sia in senso generale, e sia perché si sta parlando di un turismo sciistico che abbisogna di infrastrutturare pesantemente il territorio tanto a monte, con impianti, piste e opere connesse, quanto a valle, dove si riverbera l’impatto ecologico maggiore dato dal traffico automobilistico, dalla necessità di consumare suolo naturale per ricavare parcheggi, dall’aumento di presenze turistiche in una località che conta meno di mille abitanti, dunque con un indice di carico turistico sicuramente critico.
  • Ugualmente, affermare che un progetto del genere alimenti l’indotto economico locale è quanto meno parziale e comunque verificabile concretamente solo sul medio-lungo termine; inoltre manifesta la pretesa che il territorio locale diventi totalmente dipendente dall’economia sciistica che resta e resterà sempre ad andamento stagionale dipendente da fattori estremamente variabili – quello climatico, innanzi tutto. Portare tale “giustificazione” come un dato oggettivo ma in verità non verificato appare come pura e semplice propaganda: è come garantire che un investimento in borsa farà ricco chi lo esegue senza mettere in conto che invece potrebbe accadere il contrario.
  • Ora una delle prime affermazioni contenute nell’articolo: Padola come «una piccola Cortina», cioè una delle località più devastate – materialmente e immaterialmente, a detta di tutti e in primis dagli stessi cortinesi – dai modelli turistici di massa. Ma vediamo al proposito qualche dato demografico di Cortina al cui modello si vorrebbe che Padola ambisse (cliccate sulle immagini per ingrandirle):

Come vedete, Cortina sta perdendo abitanti (più del 12% in meno di vent’anni), mentre la sua comunità è sempre più composta da persone anziane, con scarso ricambio della popolazione attiva, indice di struttura (cioè il grado di invecchiamento della popolazione in età lavorativa) pessimo e bassissimo indice di natalità; al riguardo ne ha scritto di recente anche “L’AltraMontagna“.. Evidentemente a Cortina il turismo non sta portando grandi vantaggi alla comunità residente, anzi. E Padola dovrebbe ambire a questo modello?

  • Dulcis in fundo, guardate la foto della zona in questione pubblicata a corredo dell’articolo, che risale al recente periodo festivo di fine anno, con pochissima neve in quota – ovviamente artificiale sulle piste – e i prati verdi nel fondovalle. Un’immagine del tutto emblematica della realtà montana contemporanea locale e non solo) e allo stesso tempo palesemente confutante molte delle affermazioni contenute nell’articolo e anche qui da me rilevate.

Insomma, non c’è molto altro da aggiungere, dal mio punto di vista.

Dunque per concludere cito solo Carlo Alberto Zanella, presidente del CAI Alto Adige, che al riguardo ha scritto in un suo post su Facebook:

Il Comelico avrebbe la grande occasione di rilanciarsi come zona ambientalmente intatta, lontana da interessi speculativi, dove la montagna, le malghe, i rifugi, i prati ed i boschi sono ancora preservati dal turismo di massa e non deve ascoltare le lusinghe di chi vorrebbe sfruttare le sue bellezze per aumentare i propri affari. Ad ascoltare le lusinghe dei sudtirolesi ci guadagnerebbero solo i turisti proprietari di appartamenti che vedrebbero aumentare il valore dei loro immobili.