[Immagine tratta da www.ilgiorno.it.]Intanto, sul Ghiacciaio Presena va in scena l’annuale tragicommedia della posa dei teli geotessilida parte del consorzio turistico Ponte di Legno-Tonale, «con l’obiettivo di proteggere il ghiacciaio» e di «limitare i danni» provocati dal cambiamento climatico, dicono.
E di nuovo, come tutti gli anni, ribadiamo la realtàeffettiva delle cose: al Presena non si vuole affatto salvare il ghiacciaio ma le piste sciistiche e il business relativo. Punto. Il consorzio copre con i teli una superficie pari a 110mila metri quadrati di ghiacciaio, che è unicamente quella occupata dalle piste da discesa; ma l’intero Presena, la cui estensione è ormai esigua rispetto a solo qualche lustro fa, occupa ad oggi una superficie complessiva stimabile di circa 20 ettari, dunque 200mila metri quadrati[1]: perché allora i promotori della copertura con i teli geotessili, se veramente tengono tanto alla protezione del ghiacciaio, non lo coprono tutto?
La risposta, purtroppo, è fin troppo semplice: perché a loro della parte di Presena non sfruttabile sciisticamente non interessa nulla. Fine.
[Il Presena a metà luglio 2025.]Dunque, che almeno fossero onesti intellettualmente e rispettosi della realtà del ghiacciaio e della conca del Presena e non continuassero a sostenere cose palesemente illusorie. Che curino i propri affari e non ci prendano più in giro in questo modo.
Come ho già affermato in passato, quei teli geotessili sono soltanto un sudario che copre un corpo glaciale morente, e basta.
[Settembre 2024, fotografia di Fabio Sandrini.][1]: Nel 2011, dunque ormai quindici anni fa, il ghiacciaio Presena presentava un’estensione di 25 ettari; è facile supporre che in questo periodo la perdita di massa glaciale sia arrivata al dato da me indicato, sempre che non sia anche andata oltre e il ghiacciaio oggi sia ancora più piccolo.
P.S.: ho scritto più volte anche sull’inutilità e la dannosità dei teli geotessili sui ghiacciai, ad esempio qui.
Nell’immagine qui sopra potete vedere quella che è la prima raffigurazione in assoluto di un ghiacciaio delle Alpi. È datata 9 luglio 1601 e mostra il Rofener Eissee, un bacino che si formò quando la lingua glaciale del Vernagtferner, uno dei più grandi ghiacciai delle Alpi Venoste in Tirolo a poca distanza dal confine italiano, nella Piccola Era Glaciale (cioè dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo) avanzò fino al fondovalle della Rofental, a una quota di circa 2100 m, e la sbarrò completamente. Si formò così un grande lago, lungo 1,5 km e con un volume di acqua di 11 milioni di m3 sulla cui superficie navigavano numerosi iceberg di ogni taglia.
Tale circostanza, nel luglio 1601, indusse le autorità tirolesi a inviare una missione di indagine e sorveglianza del fenomeno «affinché la valle Ötztal e soprattutto la valle dell’Inn non subissero alcun danno». La raffigurazione del ghiacciaio e del lago proglaciale, attribuita a Abraham Jäger e custodita presso il Tiroler Landesmuseum di Innsbruck, correda i resoconti di quella missione “glaciologica” primigenia, che tuttavia non poté fare nulla contro le numerose esondazioni del Rofener Eissee che si susseguirono fino a metà dell’Ottocento, spesso in modi catastrofici e con ondate di piena che giunsero persino a Innsburck, a più di 100 km di distanza.
[Un panorama recente del Vernagtferner. Immagine tratta da http://vernagtferner.de/.]La storia così drammatica del Vernagtferner l’ha reso uno dei ghiacciai più osservati e studiati delle Alpi, cosa che contribuì qui più che altrove a gettare le basi della moderna scienza glaciologica. Le frequenti avanzate e ritirate della fronte destavano tanto interesse negli scienziati quanta preoccupazione negli alpigiani, che sovente e in pochi anni vedevano sparire i loro pascoli sotto il ghiaccio avanzante generando fervide suggestioni e alimentando quelle tipiche superstizioni che immaginavano i ghiacciai come dei mostri ciclopici dal corpo di ghiaccio che periodicamente scendevano dalle montagne più alte per distruggere e/o “castigare divinamente” i poveri valligiani sottostanti. Al riguardo ho trovato una bellissima illustrazione (la vedete qui sotto), una sorta di graphic novel ante litteram del disegnatore Rudolf Reschreiter datata 1911, che raffigura il geografo e naturalista tedesco Sebastian Finsterwalder, il padre della fotogrammetria glaciale (la tecnica che utilizza la fotografia per ricostruire superfici tridimensionali a partire da foto bidimensionali), il quale viene aggredito, ingoiato e poi sputato dalla mostruosa fronte del Vernagtferner durante una delle ultime avanzate del ghiacciaio.
Ancora oggi il Vernagtferner è uno dei più estesi apparati glaciali delle Alpi Orientali nonostante la fortissima perdita di massa e di superficie che ha causato la scissione del ghiacciaio in due parti, occidentale e orientale, non più collegate: rispetto al fondovalle della Rofental che aveva “tappato” e che raggiungeva fino a metà Ottocento, oggi la fronte del Vernagtferner si trova a più di 4 km di distanza e a una quota superiore di quasi 700 metri.
[Foto di Whgler, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Particolarmente emblematiche – e inquietanti – sono le immagini che mostrano la vallata glaciale ad un secolo di distanza nei pressi del Rifugio Vernagthütte, a 2755 m di quota. L’immagine superiore è del 1915 e mostra una lingua glaciale ancora ben gonfia e imponente a poca distanza dal rifugio e quasi alla stessa altezza. Quella inferiore è invece del 2020: il ghiacciaio è scomparso e la Vernagthütte (nel circolo giallo) si trova a più di 150 metri sopra al fondovalle ove scorre il torrente di ablazione. Secondo le previsioni basate sull’attuale andamento climatico, entro pochi decenni il Vernagtferner, un tempo così enorme e minaccioso, si frammenterà in tanti piccoli apparati i quali, posta anche l’esposizione meridionale del loro versante e nonostante l’altitudine superiore ai 3500 m, finiranno per fondere e sparire completamente.
“Il Post”, in un articolo del 14 luglio 2025, rilancia la questione dei teli geotessili sui ghiacciai, che ad ogni inizio estate, ovvero del periodo di fusione e ablazione glaciale, vengono installati su alcuni ghiacciai alpini – quasi sempre che ospitano piste da sci – in base all’affermazione che questi teli “salverebbero” i ghiacciai dagli effetti della crisi climatica, peraltro particolarmente evidenti proprio sulle Alpi.
L’articolo de “Il Post”, che prende spunto da un testo dell’amico Luigi Casanova, Presidente di Mountain Wilderness Italia, rilancia quanto si è dimostrato ormai da tempo al riguardo – ne ho scritto anche io più volte in passato: i teli geotessili non “salvano” i ghiacciai ma servono solo ai gestori dei comprensori sciistici per salvaguardare la superficie di essi sulla quale ci sono le piste da sci. Proferire quell’affermazione è pura ipocrisia oltre che un bieco esercizio di green washing. Non solo: come ribadisce “Il Post”, quei teli diffondono sulle superfici glaciali una gran quantità di microplastiche e altri elementi inquinanti: se da una parte fingono di “fare del bene” ai ghiacciai, dall’altra ne ammorbano pure l’ambiente, che almeno a quelle quote dovrebbe permanere il più possibile incontaminato anche in presenza di antropizzazioni.
[Il Ghiacciaio Presena ieri, completamente “telato” ove transitano le piste da sci. Immagine tratta da qui.]D’altro canto, ciò che “Il Post” ha ribadito nel suo articolo, come detto, sono evidenze scientifiche conosciute e denunciate ormai da anni, non da ieri: il fatto che in molte località i gestori del turismo locale perseverino con la posa dei teli sui “loro” ghiacciai dimostra perfettamente come essi se ne freghino altamente sia di ciò che rileva la scienza, sia della salvaguardia dei territori ove operano.
[I teli geotessili sul Ghiacciaio della Marmolada. Immagine di Luigi Casanova, tratta da qui.]Dunque, sarebbe bene che chi tiene veramente alle montagne e ne è un autentico appassionato si disinteressi a quelle località dai ghiacciai “telati” frequentandone altre più rispettose e meno ipocrite – ghiacciai plastificati i quali, peraltro, offrono un’immagine dell’ambiente montano d’alta quota triste e deprimente, con i corpi glaciali coperti da quello che, in buona sostanza, rappresenta per essi un vero e proprio sudario. Una cosa affliggente, oltre che inaccettabile, alla quale bisogna dire con forza «BASTA!», e dirlo a quelli che ancora si ostinano a propugnarla: per salvare non i ghiacciai ma i loro affari, e al contempo per svilire e soffocare l’ambiente montano.
La Svizzera si dimostra sempre più attenta e sensibile a ciò che sta accadendo alle proprie montagne dal punto di vista climatico – di sicuro molto più di quanto al riguardo si dimostra l’Italia.
Un bell’articolo pubblicato su “Swissinfo.ch”, ad esempio, analizza le conseguenze internazionali della fusione dei ghiacciai delle Alpi svizzere, che sono molteplici, di varia gravità e, appunto, interessano un territorio che va ben oltre i confini elvetici. Per inciso, in base all’andamento climatico attuale, la gran parte dei ghiacciai svizzeri potrebbe sparire entro la fine di questo secolo.
Sono conseguenze che vanno da quelle, ovvie, sul turismo e sull’immaginario alpino sul quale si dovrà basare nel prossimo futuro l’industria turistica (quasi mezzo miliardo di presenze all’anno!), alla trasformazione calamitosa del paesaggio (frane, alluvioni, fenomeni estremi, eccetera), alla diminuzione della portata dei grandi fiumi europei e dunque della disponibilità di acqua in molti paesi, con effetti diretti sulla navigazione, l’agricoltura, gli ecosistemi, le risorse di acqua potabile e la produzione di energia (persino sul raffreddamento delle centrali nucleari), all’aumento del livello dei mari.
Per giunta sulle Alpi il “picco idrico”, cioè il momento in cui il deflusso dell’acqua di fusione raggiunge il suo livello massimo, è già stato raggiunto o lo sarà nei prossimi anni: ciò significa che i molti casi i ghiacciai si sono fusi a tal punto che già ora rilasciano meno acqua o lo faranno presto:
[Le quantità di acque di fusione rilasciate dai ghiacciai svizzeri in relazione ai possibili auimenti della temperatura media nella regione alpina. Fonte: www.swissinfo.ch.]Al netto di qualsiasi considerazione al riguardo, è senza alcun dubbio una situazione oggettiva della quale chiunque dovrebbe avere piena consapevolezza e saper formulare un’adeguata capacità di riflessione.
Per fare ciò, come detto, l’articolo di “Swissinfo.ch” è certamente molto utile e dunque vi invito a leggerlo, cliccando qui o sull’immagine in testa al post.
(Nelle immagini in testa al post vedete il Ghiacciaio del Rodano, nel Canton Vallese, in una fotografia del 1900 e in una del 2008.)
Ringrazio di cuore “Il Dolomiti” che lo scorso 22 settembre ha ripubblicato le mie considerazioni già espresse qui sul blog intorno all’emblematica storia recente dell’Hotel Belvedere sulla strada del Passo della Furka, in Svizzera, uno degli edifici più iconici delle Alpi, rappresentato su innumerevoli poster e brochure turistiche e celebrato persino in uno dei film più belli della saga di James Bond eppure da anni chiuso, abbandonato e decadente come il vicino (e altrettanto celeberrimo) Ghiacciaio del Rodano. Anche nella “florida” Svizzera non sono tutte rose e fiori per il turismo montano?
Per leggere l’articolo su “Il Dolomiti” cliccate sull’immagine qui sopra.