Il Vallone delle Cime Bianche e lo sci del «ce-l’ho-più-grosso-io!»

[Il Cervino visto dalla Val d’Ayas. Foto di Alessandro Cantamessa, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Mentre ci si può felicitare per la sentenza del TAR che ha stoppato il progetto di una inutile e orribile strada nel bellissimo Vallone di Sea, in Piemonte, che ne avrebbe devastato il territorio incontaminato (ne ho scritto qui), un altro Vallone incontaminato e di bellezza alpestre assoluta, quello delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, è sempre più a rischio di devastazione per il progetto di collegamento sciistico-funiviario sostenuto dalla Regione con il quale si vorrebbero unire i due comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt e del Monterosa Ski. Quasi dieci chilometri di nuovi impianti dei quali più di quattro in area protetta (il Vallone delle Cime Bianche è Zona di Protezione Speciale della Rete Natura 2000), 16 piloni, opere accessorie, una portata complessiva di 1.400 passeggeri l’ora e un costo che supererà i 150 milioni di Euro per distruggere uno degli ultimi territori in quota non antropizzati delle Alpi valdostane e creare un comprensorio sciistico-monstre di 580 km complessivi.
Be’, forse nemmeno il più malvagio tra i cattivi dei film di James Bond arriverebbe a concepire una tale follia!

Che senso può avere un collegamento del genere? La risposta più obiettiva è nessuno, se non quello di un assurdo gioco al «ce-l’ho-più-grosso-io!» – il comprensorio sciistico, in primis, ma pure l’ego di chi lo vorrebbe imporre.

Cervinia-Zermatt e Monterosa Ski sono già oggi due dei più grandi skirama delle Alpi italiane, il primo con 380 km di piste e il secondo con 200 km, che non hanno alcun bisogno di ampliarsi ulteriormente perché non ne hanno bisogno i loro utenti, avendo a disposizione piste da sciare a sufficienza per giorni interi. Per giunta nessuno mai, nemmeno il campione olimpico di discesa libera, potrebbe partire dall’uno per sciare in maniera estesa sull’altro: avrebbe da percorrere quasi 70 km in andata e altrettanti al ritorno, con tutti i vari trasbordi sugli impianti di risalita: impossibile e d’altro canto, se anche fosse possibile, per cosa poi? Quale divertimento autentico ne trarrebbe? In verità si tratta soltanto di un’assurda, pretenziosa manifestazione di gigantismo bulimico-turistico completamente fuori dal tempo, che imporrebbe la devastazione di un’area naturale intatta e la spesa di una montagna di soldi solo per costruirci sopra un bieco marketing e per buttare in giro la voce di essere “uno dei comprensori più grandi del mondo”. A che pro, per quale motivo, a favore di chi? Veramente si può avere il coraggio di infrastrutturare una Zona di Protezione Speciale in alta montagna solo per soddisfare tali scriteriate mire commerciali?

[Un rendering della stazione di Cime Bianche Laghi, dove i nuovi impianti si connetterebbero a quelli del comprensorio di Cervinia. Sopra, una veduta invernale del Vallone delle Cime Bianche, immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
«La soluzione scelta dalle società è considerata la migliore per il profilo tecnico e funzionale e quella con minori interferenze su habitat e fauna» sostiene l’assessore regionale valdostano ai Trasporti, secondo il quale «nella ZPS Natura 2000 la soluzione ipotizzata avrebbe quattro piloni». Eh già, perché quei “soli” quattro piloni – ma su più di quattro km di linea funiviaria, non dimentichiamolo – sorreggono il nulla, vero? Come se i funi, le cabine in transito, l’impatto acustico, l’impatto visivo, le opere ausiliarie all’impianto (pozzetti elettrici, strade per la manutenzione, eccetera) fossero fatti di aria. Una presa per i fondelli bella e buona, a mio modo di vedere. Avessero almeno il coraggio e l’onestà di dire che a loro dell’integrità ambientale e paesaggistica del Vallone delle Cime Bianche non importa nulla e che vogliono realizzare a qualunque costo le funivie progettate, ci farebbero una figura migliore cioè meno ipocrita.

[Una veduta estiva del Vallone delle Cime Bianche. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
Ribadisco: questo è lo sci del «ce-l’ho-più-grosso-io!», una forma di prepotenza nei confronti delle montagne inammissibile e inaccettabile, basata su un’idea di turismo obsoleta e miope. Oltre che dispendiosissima, dato che oltre ai costi per la realizzazione già oggi se ne prevedono altri, per una gestione su nove mesi l’anno di apertura dei nuovi impianti, di 2 milioni 344 mila euro. Cifra prevista oggi, appunto, che chissà negli anni futuri di quanto aumenterà. Ma dunque, per purissimo senso della logica, a fronte di tutto ciò che avete letto fin qui, non costa moooolto meno lasciare intatto il Vallone delle Cime Bianche e semmai investire tutto quel denaro nell’ottimizzazione dei comprensori attuali, già così grandi e rinomati?

Il senso della logica, già. E quello del contesto, della misura, del limite… il buon senso, insomma. Quello che lassù, su quelle Alpi valdostane, sembra sia stato ormai sepolto sotto i plinti di cemento dei piloni delle funivie, insieme al più ordinario rispetto per le montagne.

[Sempre il Vallone delle Cime Bianche, sempre immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
N.B.: ricordo sempre che continua la lotta degli amici di Varasc.it e del Comitato “Insieme per Cime Bianche” volta alla tutela del Vallone, per la salvaguardia del suo ambiente naturale d’alta quota e contro i progetti di sfruttamento turistico. Li trovate qui: https://www.varasc.it

Per contribuire con loro alla difesa del Vallone delle Cime Bianche:

Lecco diventa “comune montano”: opportunità e rischi di una piccola ma significativa “rivoluzione” amministrativa

P.S. – Pre Scriptum: questo articolo è stato pubblicato da numerosi media d’informazione lecchesi la scorsa settimana. Se i suoi contenuti sono ovviamente mirati sulla realtà locale, il senso generale delle considerazioni espresse è senza dubbio valido per i numerosi altri casi simili che si sono manifestati sulle montagne italiane.

[Foto di Maurizio Moro, tratta da www.leccotoday.it.]
Dunque, la Legge 12 settembre 2025 n.131, “Disposizioni per il riconoscimento e la promozione delle zone montane”, meglio conosciuta come “Legge sulla Montagna”, ha rielaborato la definizione di «comune montano» e, in base alla riclassificandone conseguente, farebbe diventare tale Lecco mentre ne escluderebbe alcuni che prima lo erano, ad esempio Vercurago, Valgreghentino, Calolziocorte, Ello, Monte Marenzo. Il condizionale al momento è d’obbligo in quanto pare che la riclassificazione sia stata “sospesa” per le forti critiche pervenute da molti territori montani, soprattutto appenninici; d’altro canto l’eventuale revisione del provvedimento allargherebbe i parametri al momento definiti, di sicuro senza diminuire il numero dei comuni inclusi tra i quali Lecco ci sarà senza dubbio.

Per la cronaca, la rielaborazione contemplata dalla Legge definisce “montano” un comune che ha il 25% di superficie sopra i 600 metri e il 30% di superficie con almeno un 20% di pendenza, oppure un’altimetria media superiore ai 500 metri, oppure un’altimetria media più bassa ma il territorio interamente circondato da Comuni che rispettano uno dei primi due criteri. Già molto è lo scompiglio che questi nuovi criteri stanno generando nelle aree interne italiane, soprattutto lungo l’Appennino – ma non mancano proteste pure nei territori alpini. Anche sulle montagne lecchesi la riclassificazione genera effetti rilevanti, ad esempio sull’assetto delle Comunità Montane locali; di contro l’ingresso di Lecco tra i comuni montani, di gran lunga il più importante e di maggior peso politico del territorio, genererà certamente nuovi equilibri nei rapporti di forza sussistenti nelle terre alte lecchesi.

Se obiettivamente c’era il bisogno di una ridefinizione dei comuni montani italiani, per sfrondarne numerosi che di montano avevano ben poco ma godevano degli stessi benefici degli altri, è discutibile che la riclassificazione sia stata basata unicamente sui dati altimetrici e geomorfologici senza invece considerare i fattori storici, socioeconomici e culturali di territori che spesso presentano una dimensione di natura “montana” pur senza raggiungere la quota che la sancisce anche altimetricamente – su questi aspetti ad esempio si basano molte delle proteste dei comuni declassificati. Includere quei fattori, immateriali ma senza dubbio peculiari per i relativi territori (nell’Italia “paese dei mille campanili” effettivamente ogni comune è spesso un’entità a se stante, per molti motivi), avrebbe di sicuro comportato un lavoro di ridefinizione più lungo e complesso ma probabilmente pure garantito una maggior equità generale senza minare i rapporti e le dinamiche locali ormai storicizzate.

A ragione qualcuno esulta per il fatto che la “nuova” Lecco montana avrà accesso a numerosi benefici, agevolazioni e finanziamenti; in verità la dotazione della Legge n.131 è parecchio esigua – 200 milioni di Euro all’anno per il triennio 2025-2027 da distribuire su tutto il territorio nazionale: fanno 10 milioni all’anno per regione e dunque, per quanto riguarda la Lombardia, circa 20mila Euro per ciascun comune montano, non certo una somma che consenta grandi iniziative. Se lo Stato centrale riconoscesse l’attenzione e la considerazione che i territori montani italiani meriterebbero, poste le tante criticità che li caratterizzano e al netto di classificazioni amministrative più o meno eque, le somme in gioco sarebbero dovute essere ben più alte. Che non lo siano dice molto al riguardo – e la cronicità di molti dei problemi della montagna italiana dice il resto.

In ogni caso, per quanto riguarda il lecchese, altri rischi potrebbe generarsi dalla nuova, riclassificata realtà montana. Un primo rischio, al quale ho già accennato, è che il “peso politico” di Lecco tolga spazio, forza rappresentativa e risorse agli altri comuni montani; un secondo rischio è che un simile depotenziamento colpisca la Comunità Montana Lario Orientale-Val San Martino, una delle due che insistono sul territorio provinciale lecchese peraltro già afflitta da numerose “debolezze”, e paventarne un accorpamento con la Comunità Montana Valsassina-Valvarrone-Val d’Esino-Riviera potrebbe creare un’entità troppo variegata e inesorabilmente informe, visti anche i territori piuttosto eterogenei sui quali opererebbe. Un ulteriore rischio, peraltro già intrinseco alla stessa Legge sulla Montagna – parimenti a molti provvedimenti messi in campo dalle istituzioni per i territori montani – è che l’assenza di una visione strategica, organica e globale nei riguardi delle iniziative da mettere in atto da parte dei comuni montani rispetto a quelli che non lo sono – o lo erano e ora non più – generi ulteriori disequilibri di varia perniciosità nei territori coinvolti e dunque una opinabile realtà a diverse velocità per la provincia lecchese.

Per tali motivi risulterebbe importante e necessario, considerata l’impossibilità attuale di elaborare quella visione strategica a cui accennavo, che tutti i soggetti amministrativi della provincia lecchese – la quale a ben vedere è tutta montana/pedemontana e chiaramente strutturata nel tempo come realtà di stampo rurale-montano, non certo planiziale/padano – facessero rete quanto meno per gestire i possibili rischi del nuovo assetto territoriale e collaborassero ben più attivamente di ora all’elaborazione di un percorso amministrativo e politico condiviso nonché dotato di uno sguardo per così dire glocale – su scala innanzi tutto provinciale, ovviamente -, inclusivo tanto quanto attento alle specificità di ogni singolo comune e alle conseguenti interazioni possibili. Perché in un territorio come quello lecchese, se la montagna nel suo complesso gode di una realtà e di uno sviluppo ben equilibrati, i benefici che ne derivano raggiungono facilmente anche i comuni che montani non sono ma, appunto, che le montagne le osservano da vicino dalle finestre delle loro case.

«Piutost che nient l’è mej piutost» anche in bassa Valtellina (?)

[Immagine e notizia tratte da “La Provincia-UnicaTV“.]
Di nuovo ci si ritrova nelle condizioni di doversi rallegrare del fatto che in bassa Valtellina la Regione Lombardia elargirà circa 7 milioni e mezzo di Euro (di 14 milioni e 400mila totali riservati per questa zona e la contigua Valle Brembana dalla Strategia regionale “Agenda del Controesodo” 2021-2027 – DGR 5587 del 23 novembre 2021) a beneficio di venticinque comuni (l’elenco è qui) per «una serie di progetti importanti che saranno ripartiti sulle amministrazioni comunali a beneficio dell’intera popolazione residente e di chi visita il territorio».

Già. Ma facendo i classici “conti della serva”, semplici ma significativi, si deduce che, posta la cifra in gioco, ai venticinque comuni beneficiari andranno 300mila Euro ciascuno. Cioè più o meno il costo di una rotonda. La stessa “serva” quindi considera che l’importo totale elargito all’intero territorio in questione è inferiore a quello che di frequente la Lombardia destina al finanziamento di un singolo impianto di risalita al servizio di comprensori sciistici, spesso in località dove per ragioni climatiche e ambientali la pratica dello sci presto sarà impossibile: solo a Piazzatorre ad esempio, nella stessa Valle Brembana, la Regione Lombardia ha annunciato uno stanziamento di quasi 14 milioni per il rinnovo degli impianti sciistici lì presenti, posti sotto i 1800 metri di quota. Quasi il doppio di quanto elargito ai venticinque comuni basso-valtellinesi.

[Veduta della piana di Morbegno con alle spalle l’accesso alle Valli del Bitto e le Alpi Orobie sullo sfondo. Immagine di Massimo Dei Cas tratta da www.paesidivaltellina.eu.]
Dunque, tocca dire “Piuttosto che niente è meglio piuttosto”, come recita il noto motteggio milanese che ho citato nel titolo di questo articolo? Sì, tocca dirlo e con notevole amarezza, visto come sia evidente che quegli stanziamenti in concreto rilanciano poco o nulla ma servono soltanto e al solito a mantenere una condizione di estrema precarietà in territori montani che abbisognerebbero di ben altre risorse e visioni strategiche a lungo termine  per contrastare efficacemente le dinamiche socioeconomiche e demografiche negative (altra cosa perennemente mancante in queste iniziative istituzionali), oltre che servire, in questo caso, ad accontentare zone che restano pressoché escluse dalle ricadute vantaggiose (sempre che ve ne siano) generate in Valtellina dalle Olimpiadi.

Forse le proporzioni finanziarie in gioco dovrebbe essere opposte, ovvero molte più risorse destinate alle strategie di sviluppo socioeconomico delle comunità e al supporto della stanzialità residenziale e lavorativa invece che alle infrastrutture turistiche, peraltro quasi sempre gestite da società private facenti lucro – fondatamente da parte loro, per niente se per ciò vengono spese, e facilmente sprecate, ingenti risorse pubbliche.

No, temo si sia ancora ben lontani dal fornire ai nostri territori montani ciò che realmente chiedono e hanno bisogno. Il rischio è che di questo passo, e senza una profonda e consapevole revisione tanto politica quanto culturale da parte delle amministrazioni pubbliche, svanisca rapidamente anche il piutost e resti solo il nient, il nulla e l’abbandono definitivo.

Pene durissime senza appello, per i bracconieri!

A quanto ha scritto di recente l’amico Alberto Marzocchi sul “Fatto Quotidiano”, nel disegno di legge presentato di recente che punta a modificare la “legge sulla caccia” in vigore, ci sarebbe un “regalo” a favore dei bracconieri:

Grazie alla norma che consente alle doppiette di segnare i capi uccisi solo quando lasciano il terreno di caccia (e non, come ora, appena uccidono un volatile) permettendo loro – in assenza di controlli – di tornare a casa col bagagliaio pieno di uccelli morti ma il carniere immacolato.

In pratica, a quanto mi pare di capire, si concede loro una fuga “legale” dal crimine appena commesso.

Come ho detto altre volte, io non sparerei a un altro animale nemmeno sotto tortura ma, in tutta onestà, non posso dirmi così avverso all’attività venatoria quando razionalmente regolata e praticata in modo sostenibile per l’ambiente e la fauna – ma concordo pienamente sul fatto che non debba essere ampliata, come invece prevede lo stesso disegno di legge sopra citato, e come pensa la stragrande maggioranza degli italiani. Tuttavia, sempre in totale onestà, rispetto a tali circostanze ritengo il bracconiere contemporaneo una delle figure umane più infami*, soprattutto quando il crimine sia perpetrato ai danni di specie protette come spesso avviene, alla quale io comminerei la stessa pena massima prevista per l’omicidio doloso. E non vado oltre. Altro che “favori”!

Ergo, a qualsiasi iniziativa che invece possa determinare per i bracconieri qualche tipo di beneficio sarò sempre radicalmente avverso tanto quanto a chi la proponga, e inviterò sempre chiunque a esserlo. Il bracconaggio è una vergogna schifosa da relegare per sempre alle parti più oscure della storia passata: promuovere il pur minimo atto che può servire a perseverarla rappresenta una pura e semplice complicità nel reato.

*: si evitino commenti “benaltristi”, per favore, i quali nel caso dimostrerebbero che chi li pronuncia non ha capito nulla del senso della questione e lo renderebbero formalmente accondiscendente.

 

Un luogo montano dalla storia affascinante che merita di non essere dimenticato

Mi coglie una gran tristezza ogni volta che transito davanti all’ex Grande Albergo del Pertüs – succede spesso, visto che si trova sui monti di casa – e ne constato lo stato di abbandono, la conseguente e crescente incuria, le imposte danneggiate e in certi casi aperte così che gli interni si deteriorino ancora più rapidamente di quanto imponga il tempo, i danni da intemperie, e quel cartello «VENDESI» ormai esposto da qualche anno che accentua la percezione di abbandono, di dimenticanza dello stabile e del luogo.

Eppure quello del Pertüs è un edificio che trasuda narrazioni affascinati da ogni suo mattone: fu uno dei primi grandi alberghi costruiti in quota delle Alpi lombarde, edificato a fine Ottocento sul modello degli hotel alpestri svizzeri, dotato di confort all’epoca rivoluzionari come l’energia elettrica e il telefono anche prima che tali invenzioni servissero i paesi sottostanti, di stanze, soggiorni lussuosi e sale da ballo, frequentato da molte famiglie benestanti milanesi e bergamasche che vi giungevano a dorso di mulo e da lassù godevano dell’aria salubre profumata dalle essenze silvestri delle maestose foreste circostanti nonché di vedute panoramiche ampissime e spettacolari. Ne parlo con cognizione di causa perché ebbi la grande fortuna, ormai otto anni fa (era il 15 ottobre 2017), di farmi concedere l’apertura straordinaria dagli allora proprietari e di guidare una nutrita comitiva alla sua scoperta cui narrai la storia del luogo e alcune delle sue affascinanti vicende – visita poi raccontata in un bell’articolo del magazine “Orobie” sul numero di ottobre 2018.

[Un momento della visita dell’ottobre 2017.]
Da qualche anno, appunto, è stato messo in vendita ma senza suscitare l’interesse di nessuno, a quanto pare. D’altro canto l’edificio è molto grande e articolato, in alcune parti ancora ben conservato ma in altre – soprattutto quelle all’ombra e più esposte alle intemperie proprie di una sella montana – già deteriorate; l’eventuale ristrutturazione imporrà certamente spese ingenti e altrettante difficoltà logistiche, senza contare che non sarebbe ammissibile alcuna banalizzazione di un luogo di tale importanza storica e valore culturale. Ma è anche vero che il suo attuale stato di abbandono non farà che generare un rapido degrado della struttura: eventualità a sua volta inammissibile, dal mio punto di vista.

[Il Grande Albergo in una fotografia di inizio Novecento, successivamente colorata.]
Dunque auspico che qualcuno prima o poi – più prima che poi – si prenda a cuore l’ex Grande Albergo del Pertüs e si adoperi quanto meno per non far avanzare ulteriormente il deterioramento, pensando nel frattempo a come riportare in vita l’edificio nella maniera più consona alla sua identità storica e alla bellezza naturale del luogo in cui si trova. È un patrimonio che merita di non venir dimenticato e di essere salvaguardato quanto più possibile. E di rimanere considerato, da qualsiasi escursionista o viandante vi passi accanto.