Un altro dei luoghi al mondo più fuori dal mondo

[Foto di Matti&Keti, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Qualche tempo fa, qui sul blog, vi ho raccontato di quello che per molti aspetti appare come uno dei «luoghi al mondo più fuori dal mondo»: l’isola di Jan Mayen, un posto tanto remoto quanto spettacolare e bizzarro, per molti aspetti. Non è ovviamente l’unico a fornire tali sensazioni in unione a una considerevole lontananza da ogni altra terra e relativa presenza umana – ciò fatto salva l’Antartide, regione remota “per eccellenza” ma geograficamente più conosciuta, anche in forza dei tanti articoli o documentari che si possono ritrovare un po’ ovunque, nonché, per così dire, più frequentata.

Barry Lopez, il grande scrittore americano, nel suo libro Sogni Artici scrive ad esempio di una terra certamente assai meno conosciuta dell’Antartide e di tante altre, o forse si potrebbe tranquillamente definire sconosciuta ai più: Axel Heiberg, che a pagina 386 definisce «la cosa più remota che potessi immaginare» e riguardo la quale, raggiungendola, «sentii che stavo varcando il confine dell’estremo Nord» – detto ciò da uno come Lopez che l’Artide l’aveva esplorata pressoché totalmente raccontando di queste sue esplorazioni nell’opera citata, dunque con massima cognizione di causa.

In effetti Axel Heiberg è una terra tra le più remote del pianeta, e non tanto per lontananza da altre terre quanto dal resto della civiltà umana, dunque per posizione geografica, particolarità geologiche, paesaggio, inospitalità, clima estremo. Non a caso fu una delle ultime terre emerse scoperte: venne rilevata solo nel 1900 dall’esploratore norvegese Otto Sverdrup – che la denominò “Axel Heiberg” in onore del console, suo connazionale, che finanziò la spedizione esplorativa – nonostante la sua notevole estensione, maggiore di quella di Lombardia e Veneto messe insieme. Risulta disabitata salvo che per una piccola base scientifica occupata solo periodicamente, ma vi sono state trovate tracce di antichi insediamenti Inuit oltre che gli straordinari resti di una foresta “mummificata” (proprio così, mummificata, non pietrificata come ordinariamente accade: ciò grazie al clima gelido e estremamente secco e ai sedimenti del terreno nel quale i resti legnosi si sono conservati) risalente a circa 40 milioni di anni fa, quando il clima ai poli era caldo e sull’isola cresceva una foresta di alberi ad alto fusto, con altezze fino a 30 metri e dalla vita vegetativa compresa tra i 500 e i 1.000 anni.

D’altro canto Axel Heiberg si dimostra uno dei «luoghi al mondo più fuori dal mondo» non solo paesaggisticamente ma pure per alcune sue caratteristiche estremamente particolari: ad esempio le sorgenti perenni di acqua ipersalina, che sgorgano continuamente pur con temperature sotto lo zero emettendo al contempo anche gas, il che indica la presenza nel sottosuolo di fonti termogeniche di metano. Sulla base di queste proprietà, tali sorgenti sono considerate siti di grande interesse per le ricerche di astrobiologia, apparendo simili a certi habitat potenzialmente presenti sul pianeta Marte o sulle lune Europa e Encelado, rispettivamente orbitanti attorno a Giove e a Saturno.

Un luogo parecchio remoto, spettacolare e a suo modo “alieno”, insomma. C’è da sperare che tale resti, ovvero estraneo alla più impattante presenza umana e a qualsiasi mira industriale, commerciale o turistica. Tutto sommato, il fatto che buona parte delle persone nemmeno conosca l’esistenza di questi luoghi così straordinari o sappia dire dove si trovino su un mappamondo (e io certo qui, ora, con questo articoletto, non credo che cambierò questa situazione) è un bene. Di luoghi un tempo apparentemente remoti nei quali alla fine la “civiltà umana” è arrivata e ha combinato notevoli guai ce ne sono già troppi, su questo nostro pianeta.

P.S.: alcune delle notizie qui riportate le ho tratte dalla pagina di Wikipedia in inglese dedicata all’isola; ne trovate altre nella pagina della Canadian Encyclopedia, qui (in inglese e in francese). Cliccate sulle immagini per ingrandirle.

Perdersi è una questione di metodo

[Una strada nel deserto del Kazakistan. Immagine tratta da cyclingelsewhere.com, cliccateci sopra per la fonte originale.]

Perdersi è una questione di metodo, richiede costanza, applicazione e una buona dose di scetticismo: i navigatori satellitari alle volte vanno contro l’evidenza. Per cui se la strada diventa poco più di una traccia nel nulla e lui continua a indicare ostinatamente quella direzione, qualche dubbio te lo devi far venire. Ma forse noi uomini del XXI secolo non siamo più abituati a guardare una mappa e a capire dove è l’Est e dove è l’Ovest, da tempo abbiamo abdicato al nostro senso dell’orientamento per la comodità oggettiva di un navigatore che ci porti da A a B senza badare a quel che sta in mezzo.

(Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, Ediciclo Editore, 2019, pag.45.)

Un’opera d’arte?

Che cos’è un’opera d’arte?

Questa è  probabilmente una delle domande più dibattute da sempre dalla civiltà umana, una domanda dalle mille risposte e dunque di nessuna risposta assoluta, di certo non risolvibile nell’opinione più comune – pur comprensibile, senza dubbio – che rimanda al mero valore estetico di un manufatto, dunque che l’opera d’arte sia “qualcosa di bello e gradevole”, qualcosa che deve piacere e basta. No, perché fin da quando l’umanità ha cominciato a produrla e ancor più dal momento in cui, nell’era moderna e contemporanea, è andata oltre il solo ed evidente valore estetico assumendone numerosi altri, l’arte non è mai una cosa troppo “semplice”, anzi: a volte quella più grande e rivoluzionaria è stata, almeno inizialmente, la meno apprezzata e capita se non la più vilipesa, proprio perché spesso troppo semplicemente analizzata e per ciò incompresa.

A tal proposito: e se pensassimo che un’opera umana brutale”, per certi versi rozza, per tanti altri aliena e impattante come un gigantesco muro di calcestruzzo armato piazzato in mezzo alle montagne a trattenere una gran massa d’acqua – una diga, sì – possa rappresentare una risposta a quella domanda? E parimenti con essa rappresentare ovvero raccontare alcuni dei più importanti valori ulteriori a cui ho accennato?

[Foto di Paul Gilmore da Unsplash.]
Una risposta bizzarra, inopinata, disturbante, forse inammissibile. O forse no.

Field Recordings

Field Recordings, il nuovo EP di Francesco Garolfi – mirabile e insostituibile compagno di music reading pubblici con i miei testi e la sua musica -, uscirà il prossimo 6 dicembre, su tutte le piattaforme digitali. Contiene tre brani di blues rurale e gospel registrati dal vivo, one take, con un solo microfono d’ambiente, come i dischi classici, in una serra ottocentesca, in piena Pianura Padana.

Di Francesco Garolfi vi ho già detto in questo articolo e chi non lo ha ancora letto può trovare in esso cosa di lui ne penso: ma, se posso fare (auto)spoiler, posso dire che credo sia uno dei più validi e raffinati musicisti italiani. Dunque, se io fossi in voi, farei senza dubbio ciò che farò io e il 6 dicembre mi accaparrerei al volo Field Recordings proprio come me lo accaparrerò io, non fosse altro per soddisfare la gran curiosità che mi suscita anche a prescindere dalla certificata altissima qualità artistica che Garolfi regala sempre.

D’altro canto: e se fare (nonché registrare) musica come “si faceva una volta” con i dischi classici rappresentasse – paradossalmente, o forse no – il futuro della vera arte musicale?

N.B.: chi volesse non solo leggere – come qui, ora – ma pure ascoltare Francesco Garolfi, vada ancora qui oppure qui.

Con una silenziosa obiezione

Nonostante diverse opportunità di farlo, non sono mai tornato sulle Montagne Bianche. Preferisco non vedere ciò che i turisti, le strade, le segherie e le ferrovie gli hanno fatto subire. Sento ancora dei giovani – uomini che non erano nemmeno nati all’epoca in cui salii per la prima volta “in cima” – parlare con entusiasmo delle meraviglie di quel luogo. Con una silenziosa obiezione, concordo.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pag.139)

Per la cronaca: le “Montagne Bianche” – White Mountains – sono una catena montuosa nello stato americano dell’Arizona della quale Leopold, nel volume qui citato, racconta lo sviluppo industriale e turistico che nella prima metà del Novecento ne ha modificato paesaggi e identità di luogo. Ovvero: tutto il mondo è (è stato) paese anche in tema di antropizzazione maldestra e dannosa delle montagne – ma ciò non rappresenta affatto una consolazione per noi abitanti delle Alpi, già.