Il nuovo libro

Il mio nuovo libro uscirà nel corso della prossima primavera e, lungo le sue pagine, vi racconterò un viaggio attraverso tutta la catena alpina, di qua e di là dallo spartiacque, dalle montagne che scrutano l’alto Mar Mediterraneo fino a quelle che puntano verso le vaste pianure dell’Europa orientale, osservando il paesaggio delle Alpi da un punto di vista particolare e inaspettatamente emblematico: quello offerto da alcune delle più grandi e importanti dighe alpine.

Sarà un viaggio poco tecnico, molto emozionale, sovente autobiografico e, me lo auguro, comunque affascinante, anche per come con esso proverò a narrare una storia “alternativa” e a suo modo prodigiosa della conquista umana dei territori alpini, tanto essenziale per il nostro passato quanto significativa per il futuro delle montagne e di noi tutti.

Prossimamente vi fornirò altri dettagli al riguardo, ma spero fin d’ora che la cosa vi possa incuriosire e interessare al punto da starci attenti. Nel caso, ci aggiorniamo presto!

La felicità nel paesaggio

[Foto di Joel Holland da Unsplash.]

Ho visto un bambino di due anni, che non aveva mai lasciato Londra, in occasione della sua prima passeggiata in campagna. Era inverno e tutto intorno non vi era che fango e umidità. Per l’occhio dell’adulto non vi era nulla di piacevole, ma il bambino fu colto da una strana estasi; si inginocchiò sulla terra umida e nascose il viso nell’erba, emettendo inarticolate grida di delizia. Quella gioia che egli stava provando era primitiva, semplice e profonda. Il bisogno organico che in quel momento veniva soddisfatto è così profondo che coloro nei quali è spento sono di rado completamente sani.

[Bertrand RussellLa conquista della felicità, traduzione di Giuliana Pozzo Galeazzi, Longanesi & C., Milano, 1969, cap. IV; 1969, pag. 63; ultima ediz. it. TEA, 2003. Orig. The Conquest of Happiness, 1930.]

La gioia di quel bambino per la scoperta di una Natura a lui ancora sconosciuta e per ciò così meravigliosa, descritta da Bertrand Russell, mi ricorda quella che, io credo (ma lo affermo soprattutto per esperienza personale), chiunque prova in altre forme, magari più “adulte” ma nella sostanza ugualmente profonde, di fronte alla scoperta di un “nuovo” sublime paesaggio – a patto che si mantenga la mente curiosa e l’animo sensibile alla bellezza (nel senso più pieno del termine, non solo in quello estetico) che ci può offrire il mondo d’intorno. Quando si giunge in cima a un colle o a una montagna oppure si valica un passo, si supera un versante montuoso e finalmente si guarda dall’altra parte, o quando si esce da un folto bosco in aperta campagna e d’improvviso sembra che tutto si apra, si ampli, prenda forma e armonia, s’illumini e si colori oppure riveli qualcosa di inaspettato e per ciò sorprendente, qualcosa che sembra la rivelazione di un segreto del quale forse prima non sapevamo nulla e ora non solo pensiamo di sapere tutto ma è pure una sapienza della quale non possiamo più fare a meno… Ecco: di momenti del genere, di “scoperte” così capaci di generarci una gioia «primitiva, semplice e profonda» ce ne sono a iosa intorno a noi, in qualsiasi parte del mondo. Bisogna solo percepire quel «bisogno organico» di relazione con la Terra, con la Natura, con il paesaggio, e per fare ciò bisogna soltanto essere realmente vivi e per ciò sensibili verso l’ambiente del quale siamo parte.

Ha dunque ragione Russell nel concludere, riguardo quel bisogno, che coloro nei quali è spento «sono di rado completamente sani»: è una mancanza di sanità che, appunto, è probabilmente la conseguenza d’una similare nonché, mi permetto di dire, triste carenza di vitalità. Cioè di vita, vera, piena, compiuta.

La civiltà umana è già su Marte (a modo suo)

Bisogna ammettere che il genere umano riesce a essere sempre sorprendente, sotto tutti i punti di vista. E pure fuori dalla Terra: su Marte, ad esempio. L’uomo non ci ha ancora messo piede eppure ha già cominciato a spargerci i propri rifiuti. Sbalorditivo, vero?

P.S.: fermi lì, voi col sopracciglio già inarcato. Lo so bene com’è andata (cliccate sull’immagine per saperne di più anche voi): ci sto ironizzando sopra, ovvio, ma non del tutto. Conoscendo il genere umano, infatti, il rischio che colonizzi altri mondi col meglio della propria tecnologia portandovi il peggio della propria civiltà esiste assolutamente (clic). Lo ha fatto ovunque sul pianeta d’origine, figuriamoci sugli altri. Dite di no, se ne avete il coraggio.

Il CAI, Bonatti e il K2: ma quale “verità”!

Trovo alquanto utile e significativo l’articolo Una verità che arriva da lontano pubblicato sul numero di dicembre 2021 di “Montagne360”, la rivista del Club Alpino Italiano, col quale l’autore, Presidente Generale del sodalizio, torna sulla vicenda CAI-Walter Bonatti-K2.

È un articolo particolarmente utile non perché rimarchi che, a dire dell’estensore, il CAI fin dal 1994 «avesse appoggiato la versione di Bonatti» – cioè la verità sulla vicenda – ma proprio per come riesca a ottenere l’effetto opposto, ovvero evidenziare che per 40 anni il CAI (con alcune eccezioni ma mai “ufficiali”) abbia sostanzialmente dato del bugiardo e del millantatore a Walter Bonatti, cagionandogli sofferenze e dispiaceri che solo chi l’abbia realmente conosciuto è conscio della drammaticità – lo stesso Bonatti, ne Le mie montagne, le descrisse come «fin troppo crude per i miei giovani anni».

Quarant’anni di infamia che in verità sono anche di più, per come la risoluzione finale della vicenda arrivò solo nel 2004 con la cosiddetta “Relazione dei tre saggi” poi ratificata in vari modi negli anni successivi. Dunque sono 50 gli anni effettivi di falsità del CAI nei confronti di Walter Bonatti. Cinquanta. Non solo: è bene ricordare che ancora nel 2003 – dunque non nel 1994 – Bonatti dichiara (intervista a “La Repubblica” del 8 ottobre 2003, pagina 15) che «Io sul K2 in una notte del ‘54 sono quasi morto, ma quello che mi ha ucciso è questo mezzo secolo di menzogna» e che in K2 La verità. 1954 – 2004 (Baldini Castoldi Dalai Editore, ristampato nel 2021 da Solferino Libri), pubblicato nel 2007, così scrive alle pagine 206-207 proprio in riferimento a quel 1994 della “verità” così celebrata dal CAI:

Siamo giunti al quarantesimo anniversario della conquista del K2, e il CAI, finalmente, annuncia la tanto attesa revisione storica dell’assalto finale alla grande montagna.
Ma è proprio qui che si manifesta il bluff del Club Alpino Italiano, ovvero l’inganno di considerare, come pretesa revisione storica, una motivazione niente affatto pertinente alla reale «pietra dello scandalo». Cosa quindi mai da nessuno ritenuta «sospetta».
Così il CAI Centrale si limita a «riconoscere a Bonatti il giusto merito per l’apporto alpinistico da lui dato alla vittoria del K2»… E chi mai, fin dall’inizio, ne aveva dubitato? Risultò insomma, tout court, una finta, assurda e persino ridicola revisione storica.

Dunque, dal mio punto di vista, quello pubblicato sull’ultimo numero di “Montagne360”, è un articolo mendace e ipocrita, anche per come cerchi maldestramente di scansare dati e vicende oggettive che ne minano qualsiasi eventuale valore “positivo” – in primis proprio nell’esaltare 17 anni di favore del CAI verso Bonatti (morto nel 2011, lo ricordo) a fronte di 40 anni di fango. Ovvero 7 anni contro 50, se si considera la “revisione” del 2004.

Ma è pure un articolo ruffiano, visto che sfrutta il traino (ritenuto funzionalmente propizio, con tutta evidenza) della docufiction su Bonatti andata in onda su Rai Uno lo scorso settembre, ed è anche sorprendentemente puerile, per come tenti di avallare la propria versione dei fatti mostrando l’immagine di una dedica di Bonatti all’autore dell’articolo quasi che con essa si possa indubitabilmente sostenere che Bonatti avesse concesso la propria totale riconciliazione al CAI – quando semmai quella dedica dimostra una volta di più la sua costante e grandissima signorilità verso tutti, una dote che chiunque lo abbia conosciuto avrà sempre riscontrato, anche nei suoi momenti più cupi.

Insomma, ribadisco: per quanto mi riguarda, Una verità che arriva da lontano è uno scritto idealmente esecrabile, che da un lato offende la memoria di Walter Bonatti sfruttandone il nome per rivendicare “verità” distorte e fallaci, ma dall’altro dimostra nuovamente la notevole dote del Club Alpino Italiano di palesare, appena dietro la propria prestigiosa immagine storica, il solito armadio pieno di scheletri tanto ipocriti quanto demoralizzanti per chi invece vorrebbe riconoscerne la reputazione e l’autorità riguardo tutto ciò che è “montagna” il più frequentemente possibile.

Quanto sopra, sia chiaro, con il pieno e immancabile rispetto personale e istituzionale delle figure che in questo mio scritto ho più o meno direttamente citato e coinvolto esclusivamente al riguardo degli argomenti disquisiti.

I “monti” delle città, e viceversa

Ogni tanto è bello andare in visita anche a “rilievi” diversi dal solito, che d’altro canto rappresentano a tutti gli effetti – pur a loro modo – delle cime per il territorio in cui si trovano. Ad esempio, nell’orizzonte della pianura cremonese spicca la “vetta” del Torrazzo, alta 158 m (112,54 + 45 ovvero la quota cittadina, con arrotondamento), che rappresenta la massima sommità della provincia di Cremona la quale, altrimenti, si dovrebbe accontentare di una quota massima di soli 110 m, già. La vedete nelle mie immagini lì sopra: versante Sud e versante Nord, ecco.

Facezie a parte (ma nemmeno tanto, poi), da appassionato studioso di cose di montagna visito spesso città piccole e grandi – ne ho anche scritto, come forse saprete, e a volte qualcuno resta anche sorpreso di questa mia attività letteraria apparentemente antitetica. Tuttavia so benissimo che un altro di quei paradigmi deviati e devianti che ancora vengono ritenuti validi oggi è quello che contrappone le montagne alle città, in senso culturale e antropologico anche più che architettonico e urbanistico: un malinteso perpetrato per troppo tempo e rivelatosi estremamente nocivo per la parte montana, quando invece, prima che si avviasse l’urbanizzazione moderna e contemporanea dei monti, erano questi a rappresentare in modo più compiuto un’idea di “residenza metropolitana” – idea ripresa e sviluppata oggi nel concetto di “metro-montagna” elaborato in primis da Giuseppe Dematteis (ne ho parlato anche qui). Di contro, è ovvio che negli agglomerati urbani si possono ritrovare e studiare gli elementi più evidenti ovvero più critici della socialità contemporanea in relazione al luogo vissuto, la quale inevitabilmente viene poi “trasportata” anche nei piccoli villaggi sui monti ovvero in luoghi totalmente differenti sotto ogni aspetto, generando dunque relazioni diverse con chi li abita e li frequenta, non di rado più problematiche proprio in quanto incoerenti. Il malinteso suddetto è nato proprio nel momento in cui s’è rotto (o non si è sviluppato) il dialogo equilibrato tra i due ambiti, città e montagna, ed il primo è stato reso soverchiante sul secondo in forza di un errato e arrogante atteggiamento di superiorità, tanto presunta quanto del tutto immotivata (salvo forse che per motivi prettamente tecnologici).

Non è dunque un controsenso che io mi occupi di cose di montagna e scriva libri sulle città; credo sia ben più un controsenso considerare ancora disgiunti e antitetici i due ambiti, salvo che nelle ovvie particolari peculiarità. Forse, più che continuare a dare peso alle differenze tra i due ambiti, si dovrebbe ritrovare il valore delle possibili e potenziali similitudini, che nella forma saranno da adattare ai diversi contesti ma nella sostanza rispondono agli stessi principi socioculturali e antropologici, quelli alla base della relazione tra abitanti (di breve o lungo periodo) e luogo abitato. In fondo l’uomo di città non è differente da quello di montagna, semmai usa differenti strumenti culturali per considerare e elaborare i luoghi che frequenta ma l’uso di quegli strumenti è prettamente antropologico, appunto, dunque pressoché identico. Riconnettere dunque la città con la montagna, e la montagna con la città, è una pratica doverosa e razionale tanto quanto benefica per entrambi: ambiti uniti nella diversità e connessi nella costruzione, ciascuno apportando le proprie migliori prerogative, di una via di vita e di abitazione comune del mondo, che di montagne e parimenti di città è fatto e non solo delle une o delle altre.

En passant, poi, frequentare la città con la sua fremente vitalità antropica, i suoi rumori, la sua confusione e le strade e le luci e la socialità e quant’altro di “urbano”, serve anche per apprezzare meglio la solitudine, il silenzio e la quiete, le peculiarità naturali, i paesaggi e gli orizzonti e ogni altra dote della montagna, quando ci si torna. E viceversa, ovviamente.