

Insomma, una mostra affascinante e molto interessante che, se avrete occasione di passare da Bormio, merita certamente una visita.


Insomma, una mostra affascinante e molto interessante che, se avrete occasione di passare da Bormio, merita certamente una visita.
Questa vecchia fotografia mi è già capitata sotto gli occhi altre volte, qui sul web, e ogni volta mi affascina tanto quanto mi sconcerta e inquieta.
Raffigura una giovane donna che festeggia il suo compleanno, indossando abiti assolutamente modaioli e occidentali, nel 1973 a Teheran, Iran.
In Iran, sì.
Un paese nel quale la condizione delle donne oggi è radicalmente diversa ovvero – mi permetto di dire pur nel rispetto della realtà socioculturale vigente – manifestamente peggiorata, da allora – nonostante l’Iran pre-khomeynista presentasse comunque numerose criticità in tema di diritti civili e che il paese oggi non sia tra i più repressivi in assoluto con le donne (ebbene sì, c’è persino di peggio, al mondo!) ma imponga comunque loro vessazioni a dir poco inaccettabili; d’altro canto, decidere al riguardo chi sia più o meno repressivo è un po’ come cercare di stabilire se ci si faccia più male a picchiare la testa contro il ferro o contro il cemento. Peraltro, pare che il futuro prossimo dell’Iran non sarà affatto migliore riguardo questi temi, anzi.
Ma pur se, ribadisco, la cultura identitaria e la tradizione storica, ove non siano frutto di mere imposizioni illiberali, devono essere considerate e rispettate nel loro valore sociale-sociologico, il problema evidentemente non è che oggi per l’Iran girino donne che indossano l’hijab o altri abiti consoni alla Shariʿah, ma che non possano girare come faceva quella ragazza ritratta nella foto del 1973, e questo vale per tutti i paesi similari inclusi quelli che si proclamano, e vengono ordinariamente ritenuti, ben più “liberi” e “democratici”. Troppo spesso, l’apparente condizione di libera scelta, cioè che viene spacciata come tale, è in verità la conseguenza della reale mancanza di alternative: la libertà non è quando io posso scegliere come vestirmi ma quando gli altri posso farlo. E se io scelgo di conformarmi alle regole predominanti o al senso comune ma non permetto ad altri di scegliere altro, non posso affatto parlare di “libertà”, ne per me stesso ne per chiunque altro.
In fondo quella foto proveniente dall’Iran del 1973 è inquietante non tanto e non solo per ciò di cui si fa memoria e per il confronto con la contemporaneità che impone, ma per come assuma valore di monito per qualsiasi paese che decida di vivere una propria libertà senza pensare di comprenderne e salvaguardarne l’importanza. Qualsiasi paese, nessuno escluso.
«Ma cosa ci si può aspettare da una nazione la cui storia è fatta di violenza e giustizia sommaria? La conquista del West non è altro che un’immensa spartizione storica di cadaveri, non certo un insediamento pacifico di pionieri in un nuovo continente. Quella conquista è la vittoria di un manipolo di gente senza scrupoli, e sono loro che hanno costruito gli Stati Uniti.»
(Arto Paasilinna, Il liberatore dei popoli oppressi, Iperborea, 2015, pagg.55-56.)
Ho visto un bambino di due anni, che non aveva mai lasciato Londra, in occasione della sua prima passeggiata in campagna. Era inverno e tutto intorno non vi era che fango e umidità. Per l’occhio dell’adulto non vi era nulla di piacevole, ma il bambino fu colto da una strana estasi; si inginocchiò sulla terra umida e nascose il viso nell’erba, emettendo inarticolate grida di delizia. Quella gioia che egli stava provando era primitiva, semplice e profonda. Il bisogno organico che in quel momento veniva soddisfatto è così profondo che coloro nei quali è spento sono di rado completamente sani.
(Bertrand Russell, La conquista della felicità, traduzione di Giuliana Pozzo Galeazzi, Longanesi & C., Milano, 1969, cap. IV; 1969, pag. 63; ultima ediz. it. TEA, 2003. Orig. The Conquest of Happiness, 1930.)
Sono passati 30 anni dal massacro di Piazza Tienanmen.
Da allora la Cina, come e più di altri stati nella storia recente, ha operato di continuo per giungere ormai a signoreggiare su quasi tutto il mondo senza cambiare nulla di quel sistema di potere che ordinò il massacro e che tutt’ora fa della barbarie una precisa strategia di controllo politico e sociale. Nulla.
Va tutto bene, anzi: i tappeti rossi si sprecano, ogni qualvolta un alto funzionario cinese si faccia vivo da queste parti del mondo.
Ciò per riaffermare che, oggi ancor di più, io aborrisco la Cina.
Tanto lo so, non conta nulla perché non sono nessuno, ma ci tengo comunque a rimarcarlo.