Sabato pomeriggio

Sabato pomeriggio, ore 17. Laggiù in città è l’ora di punta dello shopping settimanale, mi posso immaginare l’affollamento delle vie sulle quali s’affacciano i negozi e vedo l’intenso traffico in entrata e in uscita dal centro, con le auto in coda sulle strade principali. Il rumore giunge fin quassù dove stiamo io e Loki e ammetto che un poco mi disturba, mi dà fastidio che questo luogo così bello, placidamente quieto e capace di regalare vedute tanto spettacolari, veda intaccata la propria amenità da quel rumore di fondo, inevitabile, anche comprensibile ma non per questo meno spiacevole. D’altro canto, tale sensazione viene ben bilanciata dal sottile piacere di restarmene qui, ai margini del silenzio e dell’ombra accogliente del vecchio castagneto che ammanta questo versante del monte, sotto un cielo che sa già di primavera nonostante la brezza quasi fredda che fluisce da Settentrione, vicino nella distanza ma lontanissimo nella mente dal caos cittadino, a godermi questi attimi di preziosa tranquillità che, a ben vedere, sono tra le poche cose che mi rendono sopportabile il gran rumore laggiù. Da quassù di più, però.

Come scritture con l’inchiostro simpatico sul paesaggio

Gironzolare per i luoghi vicino casa anche solo per fare una rilassante passeggiata, ma senza mai abbandonare uno spirito curioso e mantenendo i sensi ben attivi, ti fa ribadire ogni volta la peculiare bellezza del paesaggio e ti può regalare piccole/grandi sorprese, anche quando di quei luoghi domestici pensi di sapere ormai tutto. D’altro canto i paesaggi sono libri aperti che narrano innumerevoli storie, scritte da chi li ha vissuti nel tempo su altrettante pagine: a volte sono “testi” ben leggibili, altre sono come messaggi scritti con un inchiostro simpatico per la cui lettura servono condizioni particolari. Così, ecco che nel bosco d’inverno, spoglio e privo di fogliame, torna visibile quello che a tutti gli effetti – visto il suo andamento rettilineo e il profilo regolare – sembra* essere stato un canale artificiale di scarico del legname che mai avevo notato prima, lungo il quale i tronchi abbattuti nella faggeta soprastante venivano fatti scivolare a valle grazie alla copertura del fondo del canale con lamiere o altre superfici lisce oppure semplicemente per gravità:
È la testimonianza, chissà ancora per quanto visibile, di un tempo nel quale la montagna era non solo luogo di vita ma pure forma indispensabile di sussistenza quotidiana: non un tempo necessariamente “migliore”, come molti oggi in preda alla “sindrome di Heidi” tendono a pensare, ma certamente nel quale la relazione tra uomini e montagne era diversa, ben più stretta e “vissuta”. Una relazione che per alcuni aspetti andrebbe considerata in modo assai meno folclorico, come sovente accade, e più antropologico nonché recuperata culturalmente, contestualizzandola, al presente e al futuro. Se ne fossimo capaci, e lo facessimo in modo strutturale, ne avremmo tutti da guadagnare: abitanti, residenti occasionali, turisti, ambiente naturale, animali, montagne, paesaggio.

È anche un “invito” a voi, questo mio post, per fare altrettanto nel vostro paesaggio di casa e non solo lì. Per gironzolare ovunque con constante curiosità, dacché ogni luogo, anche quello apparentemente più conosciuto, più frequentato, più “ovvio”, può certamente celare piccole o grandi scoperte, sia materiali che immateriali, capaci di narrare storie tanto belle quanto a volte dimenticate ma, forse, ancora importanti.

*: mi affido comunque a chiunque ne possa sapere di più al riguardo, anche se il mio segretario personale a forma di cane ha testato da par suo il canale – come si vede qui sopra – e ritiene che sia effettivamente quello che ho scritto.

Camminate, per non lambiccarvi

[Hagforscontea di Värmland, Svezia. Foto di Pigoff PhotographY da Unsplash.]

Camminare vi impedisce di lambiccarvi con interrogativi senza risposta, mentre a letto si rimugina l’insolubile fino alla vertigine.

[Emil CioranAl culmine della disperazione, Adelphi, Milano, 1998, pag.12.]

Venite dal Sole o dalla Luna?

[John Ward (1798-1849), “The ‘Swan’ and ‘Isabella’ ships”, olio su tela, circa 1830, Hull Maritime Museum. Fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=97427059, pubblico dominio. Cliccate sull’immagine per saperne di più.]

Le navi partirono in aprile, si separarono nell’Atlantico settentrionale e, con incrollabile ottimismo, si diedero appuntamento per ritrovarsi nel Pacifico. Le HMS Dorthea e Trent puntarono verso le Svalbard; le HMS Isabella e Alexander verso la Baia di Baffin. Le prime due, martellate spietatamente dalle bufere e dai ghiacci, si rifugiarono nella Baia Magdalena e a Fair Haven, nelle Spitzbergen, per effettuare le riparazioni prima di ritornare in patria. Le altre due navi, comandate da Sir John Ross e dal tenente William Parry, risalirono lo Stretto di Davis in compagnia d`una quarantina di baleniere, entrarono nella Baia di Melville alla quale diedero questo nome, e raggiunsero il punto più settentrionale all’imboccatura sud dello Smith Sound. Sulla costa della Groenlandia incontrarono un gruppo di Polar Eskimo. Si svolse una conversazione memorabile, tramite un interprete che era stato preso a bordo nella Groenlandia meridionale: “Chi siete? Che cosa siete? Da dove venite? Dal sole o dalla luna?”

(Barry LopezSogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, traduzione di Roberta Rambelli, pag.335; orig. Arctic Dreams, 1986. La spedizione della Marina inglese alla quale Lopez fa riferimento è del 1819; “Polar Eskimo” è la definizione anglosassone per la popolazione Inuit. Il brano fa ben capire ciò che ho scritto nella mia recensione a Sogni Artici, ovvero che per lungo tempo l’esplorazione delle regione artiche ha assunto connotati che per molti versi l’ha resa paragonabile a quella spaziale e astronautica, con quei territori simili a “nuovi mondi” da scoprire con altrettanto nuove creature viventi con le quali entrare in contatto – e viceversa, appunto.)

 

Barry Lopez, “Sogni Artici” (una “diecensione”)

(“DIECENSIONI”: recensioni letterarie in 10 punti, per presentarvi un libro che ho letto e le sue peculiarità nel modo più chiaro, più utile e meno tedioso possibile. Dieci cose, insomma, per cui valga la pena di leggere – o meno – il libro del quale vi sto per dire.)

Barry Lopez, Sogni artici

  1. È un libro di Barry Lopez, il più grande scrittore americano (e forse più grande in assoluto) di Natura e paesaggi: serve aggiungere altro, al riguardo?
  2. Siamo stati sulla Luna, sbarcheremo su Marte e in futuro su altri pianeti, ma per secoli è stato l’Artico un “altro mondo” nel nostro mondo, e gli esploratori che vi si avventuravano erano gli astronauti dell’epoca che partivano per un ignoto realmente tale, a quei tempi. Leggendo il libro ve ne renderete conto.
  3. La narrazione di Lopez, e la sua capacità di fondere in essa diversi approcci intellettuali e sensoriali alla visione del paesaggio, è a dir poco coinvolgente: ad un certo punto ho scaricato dal web alcune mappe dell’Artico perché in quei territori, attraverso la lettura del libro, mi sembrava di viaggiarci veramente e avevo bisogno di capire “dove fossi”.
  4. «Lopez ha il carattere che solo la scrittura nordamericana propone con tanto vigore: la “perspective”, il taglio particolare che individua la terza dimensione tra narrativa e saggistica. Ed è questa “perspective” che lascia scorrere grandi intuizioni, verità elementari e imprescindibili.» (Davide Sapienza nella postfazione al volume e che è per lo stesso un altro valore aggiunto).
  5. L’Artico: uno sterile e disabitato deserto di ghiaccio? Giammai! C’è così tanta vita, lassù, e così varia e a volte così sorprendente che dire di quei territori che «non c’è nulla», come viene facile fare a noi abitanti del mondo temperato, è un immotivatissimo controsenso.
  6. E che l’Artico sia sterile e disabitato non vale nemmeno dal punto di vista umano: tra i ghiacci (e forse quando su molte terre artiche di ghiaccio non ce n’era) si è sviluppata una civiltà millenaria dalla cultura umanistica sovente assai avanzata e, nei suoi princìpi, del tutto emblematica anche per noi uomini del Terzo Millennio.
  7. Il leggendario “Passaggio a Nord Ovest”: Lopez narra la storia della sua esplorazione e scoperta, e vi assicuro che per certi aspetti è una storia incredibile e sconvolgente. Forse anche più (o senza “forse”?) di quella della moderna corsa allo spazio (vedi punto 2)!
  8. Lo sapevate che di “Polo Nord” non ce n’è solo uno ma ce ne sono almeno cinque? Andate a pagina 37 e lo scoprirete.
  9. La narrazione del rapporto tra l’uomo contemporaneo tecnologico, le terre artiche e il loro sfruttamento da parte della nostra civiltà è un tema che Lopez ovviamente tratta, e lo fa in un modo che, per l’epoca in cui Sogni Artici è stato pubblicato (metà anni Ottanta), è tanto innovativo quanto premonitore. Doti assolutamente valide anche oggi – purtroppo.
  10. «Nell’incamminarci verso l’uscita da questo libro capita di percepire ancora, vent’anni dopo la pubblicazione, il ruolo di pietra miliare della ”antropologia poetica” per il terzo millennio.» (Ancora Davide Sapienza nella postfazione.)

(Barry Lopez, Sogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, traduzione di Roberta Rambelli; orig. Arctic Dreams, 1986. Nota bene: purtroppo al momento il libro pare non disponibile, in Italia, salvo che con una certa fortuna lo troviate sugli scaffali di qualche libreria.)