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#17: Albrecht Altdorfer, Donaulandschaft mit Schloss Wörth (Paesaggio del Danubio con il castello di Wörth), 1528~

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Quando camminavo nella tundra e incontravo lo sguardo di un lemming oppure scoprivo le tracce di un ghiottone, mi sentivo confuso per la fragilità della nostra saggezza. Il modello del nostro sfruttamento dell’Artide, la crescente utilizzazione delle sue risorse naturali, lo stesso desiderio di “farne uso” sono molto chiari. Che cosa manca in noi, mi chiedevo, per farmi sentire tanto a disagio in una regione di uccelli cinguettanti, di caribù lontani e di lemming bellicosi? È il senso della misura.
Poiché l’umanità è in grado di aggirare la legge dell’evoluzione, dicono i biologi evoluzionisti, ha il dovere di darsi un’altra legge se vuole sopravvivere, se non vuole depredare la propria base alimentare. Deve imparare questo senso della misura; deve trovare un modo diverso e più saggio di comportarsi nei confronti del territorio. Deve prestare maggiore attenzione agli imperativi biologici del sistema del protoplasma messo in moto dal sole, e dal quale dipende l’umanità stessa. Non perché debba farlo o perché sia priva d’inventiva, ma perché vi è in questo il culmine della saggezza cui aspira da secoli. Dopo aver preso in mano il proprio destino, ora l’uomo deve pensare con intelligenza critica ai campi in cui deve cedere.
(Barry Lopez, Sogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, pag.56; orig. Arctic Dreams, 1986.)
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Invece, quella che si sta formando è una spaccatura se possibile ancora più profonda di quella che separava Russia e Europa ai tempi della guerra fredda, con la prima che si allontana sempre più dal contesto europeo – il quale, pur con tutte le sue possibili colpe, resta il più libero, democratico e civilmente avanzato del mondo – e si cuce addosso, volente o nolente ma senza far nulla per spogliarsene, un nuovo vestito che gli conferisce un aspetto maligno, ostile, repulsivo e antieuropeo, in primis nel senso culturale del termine.
Mi tornano in mente le parole di Lev Tolstoj, sul rapporto tra i russi e i propri potenti, scritte ad inizio Novecento – quando ancora non era sopravvenuta l’era comunista, insomma – nel saggio Guerra e rivoluzione ma incredibilmente (o forse non è così incredibile, appunto) attuali:
La leggenda relativa all’appello fatto ai variaghi dai russi per governarli, composta evidentemente già dopo la conquista degli slavi da parte dei normanni, mostra perfettamente quale sia l’attitudine dei russi verso il potere, lo stesso prima del cristianesimo: “Noi non vogliamo prendere parte al peccato del governare. Se voi non lo considerate come un peccato, venite e governate”. Questa psicologia dei russi spiega la loro docilità verso gli autocrati più crudeli, o più pazzi, da Ivan il Terribile fino a Nicola II. È così che il popolo russo considerava il potere nei tempi antichi, ed è così che lo considera ancora oggi.
Se fosse accaduto ciò che ho scritto poco sopra si sarebbe potuto sostituire una volta per tutte quei dominatori autocrati e fare della Russia un paese finalmente avanzato anche dal punto di vista politico. Invece c’è il più che mai peccaminoso Vladimir Putin, al Cremlino, e il futuro dell’Europa e del mondo sarà diverso e, temo, più buio.
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