Scrivere di cose belle e di cose brutte che accadono in montagna

[Foto di VĂN HỒNG PHÚC BÙI da Pixabay.]
Ve lo assicuro, ma proprio con la massima sincerità: io vorrei scrivere – compatibilmente con il tempo che ho a disposizione – di cose belle che accadono in montagna e per le montagne, dato che ce ne sono parecchie e sovente assai proficue. Ma, a fronte del continuo, incessante apparire di cose assolutamente brutte un po’ ovunque, nei nostri territori montani, e delle inevitabili, amare tanto quante sdegnate considerazioni che sorgono nello scoprirle e riguardo la sconcertante insensibilità, quando non sia mera scelleratezza, che quelle cose rivelano ovvero che palesa chi ne è committente e sostenitore, come è possibile restarsene zitti e non manifestare la propria indignazione, cercando di sensibilizzare più persone possibili intorno a quanto accade e ciò che di negativo per le montagne interessate ne consegue?

L’ho fatto, lo farò, lo devo fare – scrivere e dissertare sulle cose belle nei territori montani – è fondamentale farlo. Ma credo sia altrettanto necessario denunciare il più possibile chi e ciò che i territori montani li sfrutta, degrada, devasta, rendendoli meri beni da consumare a piacimento e svendere per ricavarci tornaconti di varia natura. Come non farlo, d’altro canto, a fronte di certi progetti così tremendamente biechi dei quali si ha notizia?

È un bel dilemma, senza dubbio, e parecchio spinoso.

Il successo di “RIBELLIAMOCI ALPEGGIO” (e ciò che se ne può ricavare)

Leggo con piacere che “RIBELLIAMOCI ALPEGGIO” la mobilitazione diffusa di sabato scorso 14 ottobre ’23 in numerose località delle Alpi e degli Appennini contro la turistificazione selvaggia delle nostre montagne, è stata un gran successo, che peraltro ribadisce quello dello scorso marzo per “Re-Imagine Winter”. Gran bella cosa perché, come scrivevo per presentare la giornata, è giunta l’ora per chiunque ami le montagne e ne voglia preservare quanto più possibile la bellezza e il valore di mobilitarsi contro chi vorrebbe erodere, consumare, rovinare il loro paesaggio in forza di pretese del tutto fuori dalla realtà, irrazionali, bieche, arroganti, come quelle che spesso stanno alla base delle infrastrutturazioni turistiche; occorre una ribellione gentile, certamente, ma parimenti solida e concreta come le montagne che dobbiamo salvaguardare. Che sono di tutti noi e per ciò nessuno si può permettere di distruggere a proprio piacimento e tornaconto.

Immagino già che, tra i sostenitori della turistificazione montana, vi sarà chi penserà che siano stati solo “quattro gatti” quelli che hanno partecipato agli eventi della mobilitazione. Be’, sinceramente a me viene da ridere a pensare all’incapacità di quelli – ennesima da essi manifestata – di comprendere come invero siano sempre di più le persone che si rendano ormai conto senza più alcun dubbio di come certe opere imposte alle montagne siano assolutamente sbagliate e pericolose, e di quanto sia fondamentale tutelare i territori e i paesaggi montani da quella visione consumistica e degradante, nonché di come quella visibile nelle immagini non sia che l’avanguardia attiva della maggioranza che in modi variegati tanto quanto decisi dice “NO” a quelle opere, reclamando per le montagne uno sviluppo equilibrato, armonioso e basato sul buon senso.

D’altro canto, quanti sono quelli che impongono alle montagne le proprie scelte distruttive? Loro sì, sono una esiguissima minoranza (aritmetica tanto quanto politica) accecata dal potere, dalla volontà di guadagnare tornaconti vari e per questo insensibile alla cura dell’inestimabile patrimonio comune rappresentato dalle nostre montagne (dunque spesso anche le loro montagne, il che li pone ancora più colpevoli) che pretende di avere sempre ragione perché non sa e non vuole riconoscere il palese e grave torto di cui si fa interprete, che sta imponendo a tutti.

Tuttavia, ribadisco: questa minoranza di potere e di disastri ha i giorni contati. L’importante è che quando il loro sistema imploderà si possa essere in grado di salvare le montagne, le loro comunità e tutto quanto di autenticamente culturale identifica il territorio dal gran botto che ne deriverà. Noi che abbiamo a cuore le montagne ce la metteremo tutta, garantito.

P.S.: le immagini in testa al post, che fanno riferimento ad alcune delle mobilitazioni alpine e appenniniche, sono tratte dal sito web dell’A.P.E., uno dei soggetti promotori e curatori della giornata di sabato.

Sabato 14 ottobre, l’inizio di una ribellione “gentile ma solida” per le nostre montagne!

La ribellione, si può leggere in un dizionario, è la «reazione conseguente a uno stato di esasperata soggezione o costrizione». Chi frequenta le montagne in quanto ambito che permette di godere di una valida sensazione di “libertà”, anche solo supposta, in fondo compie un personale, piccolo ma significativo atto di “ribellione gentile” dalle tante costrizioni alle quali si deve far fronte nel corso dell’ordinaria quotidianità. Ma pure di tante altre soggezioni e costrizioni soffre la montagna, oggi: sono quelle ad essa imposte dalla turistificazione più selvaggia, quella che considera i territori montani né più né meno come un bene da vendere e consumare al fine di ricavarci più profitti possibile al contempo fregandosene bellamente del valore – naturale, antropico, culturale, sociale – del paesaggio nonché della realtà ambientale in divenire, climaticamente sempre più difficile.

Di fronte a una tale situazione, i cui esempi sono purtroppo innumerevoli, ribellarsi nel modo più virtuoso possibile diventa non solo una plausibile possibilità ma una inesorabile necessità, non tanto un diritto godibile quanto un dovere categorico di chiunque abbia a cuore la bellezza e il futuro di quei territori minacciati, soggiogati a progetti dissennati, degradati dalle loro opere, svenduti al turismo più massificato e banalizzante. E dimostri così di avere a cuore il presente e il futuro di se stesso e del nostro paesaggio, un patrimonio di tutti verso il quale dunque tutti dobbiamo manifestare cura e sensibilità.

Ecco perché è quanto mai importante Ribelliamoci alpeggio, nome geniale e programmatico della nuova mobilitazione diffusa che, dopo Re-Imagine Winter dello scorso marzo 2023, l’A.P.E. – Associazione Proletaria Escursionisti, The Outdoor Manifesto, comunità locali, associazioni, comitati, gruppi spontanei e singoli attivisti stanno organizzando e coordinando per sabato 14/10 in diverse località delle Alpi e degli Appennini.

L’invito è a mettersi in cammino su creste, cime e terre alte delle montagne italiane per opporsi alla costruzione di nuovi impianti di risalita, di bacini per l’innevamento artificiale o la realizzazione di interventi di ampliamento e collegamento tra comprensori sciistici già esistenti; per connettersi in maniera sostanziale con le lotte e le mobilitazioni che attraverseranno il Congresso Mondiale per la giustizia climatica (che si svolgerà a Milano dal 12 al 15 ottobre) e per mobilitarci e affrontare collettivamente l’emergenza climatica.

Ciò che succede e si decide oggi e nei prossimi anni avrà impatti profondi per migliaia di anni: un futuro diverso, slegato da logiche socio-economiche anacronistiche e devastanti, non solo è possibile ma è diventato assolutamente necessario per la Terra, per noi e per le generazioni future.

Per avere ogni altra informazione utile su Ribelliamoci alpeggio, conoscere la mappa delle località cove si terranno le mobilitazioni (e sapere nel dettaglio il perché di ciascuna di esse), per adesioni e per comunicare iniziative e proposte, potete consultare il sito web dedicato all’evento.

È l’ora di mobilitarsi contro chi vorrebbe erodere, consumare, rovinare il nostro paesaggio in forza di pretese del tutto fuori dalla realtà, irrazionali, bieche, arroganti; occorre una ribellione gentile, ribadisco, ma solida e concreta come le montagne che dobbiamo salvaguardare. Che sono di tutti noi e per ciò nessuno si può permettere di distruggere a proprio piacimento e tornaconto. Saliamo in quota sugli alpeggi e avviamo la ribellione più virtuosa e benefica che si possa realizzare! Ribelliamoci al-peggio!

Ciclovie montane, “cattedrali nel deserto” turistico del futuro prossimo

Quanto vale una radice?
Un gradino di pietra, un muro storto? Un piccolo solco inciso nella cotica erbosa, contornato dai rododendri?
Cosa rappresenta una vecchia pista? Un’antica via? Cosa giustifica la cancellazione dei segni di passaggio impressi nei sentieri noti e meno noti disseminati sulle nostre montagne?
Per secoli abbiamo camminato a piedi per queste vie accidentate, aperte a tutti. Generazioni di donne e uomini hanno vissuto e lavorato lungo questi sentieri. Oggi stanno sparendo, non tanto per l’assenza di una misurata manutenzione ordinaria collettiva, ma per l’insana follia di “valorizzazione” che li vede sacrificati in nome di nuove accessibilità.
Mentre in città i camion spianano i ciclisti per l’assenza di piste ciclabili, in Valtellina si spianano i sentieri per il sollazzo su due ruote.
Tra Retiche ed Orobie un esercito di ruspette ed escavatori liscia, scassa e spiana, senza ritegno, senza pudore.
Ricordatevi che la terra con acqua diventa fango.
Maledetti.

Non posso che concordare, pienamente e amaramente ma pure nervosamente, con quanto afferma Michele Comi – guida alpina della Valmalenco, assai nota e rinomata, che ciò che scrive se lo vede davanti quotidianamente – riguardo il fenomeno delle ebike in montagna, la cui trasformazione in moda turistica massificata è diventato ormai il nuovo “mantra” politico di tanti comuni in crisi con il turismo sciistico, in forza del cambiamento climatico in corso, che intendono così “destagionalizzare” (?) i flussi turistici, fregandosene bellamente della salvaguardia dei propri territori e ignorando che è la loro tutela a rappresentare il valore turistico assoluto il quale può fare la fortuna di essi nel lungo periodo, mentre al contrario, con certe iniziative pensate con la pancia più che con la testa (e sovente realizzate parimenti: basta constatare la pessima qualità di certi lavori a scopo turistico in quota), ci si fa illudere di un successo effimero – ma facile da vendere nella propaganda elettorale agli elettori troppo svagati – e così si ignora che ci si sta scavando la fossa sotto i piedi, a sé stessi e all’intera comunità che si amministra.

Ma attenzione: ogni fenomeno sociale e di costume che viene trasformato in “moda” si sviluppa lungo una parabola che conosce un’ascesa e poi inevitabilmente registra una conseguente discesa e un declino. Bene, vi sono già segnali in tal senso, riguardo il fenomeno dell’ebiking montano. E se tutto quello scassare le montagne per farci passare orde di cicloturisti d’ogni genere e sorta, in primis quelli meno avvezzi alla pratica, rappresentasse già ora la costruzione di un’enorme e devastante cattedrale montana nel deserto turistico prossimo venturo?

P.S.: ovviamente, il “problema” non sono le mtb, elettriche o muscolari che siano, e chi intende utilizzarle, ma la trasformazione della loro pratica in un ennesimo strumento di svendita commerciale e monetizzazione dei territori montani a beneficio della loro turistificazione massificata e a totale discapito della salvaguardia del loro ambiente naturale e del paesaggio. Sia ben chiaro ciò.

Lorenzo Pavolini e la scomparsa del Calderone

[Lorenzo Pavolini al Ghiacciaio di Fellaria, in Valmalenco. Foto di ©Michele Comi.]

Mi son rimaste impresse le parole di Giovanni Prandi, del Servizio Glaciologico Lombardo, che si occupa di quelli che fino a ieri erano i fratelli maggiori del Calderone sul Gran Sasso d’Italia, il più meridionale e anche il più piccolo dei ghiacciai d’Europa. Diceva di salire al Fellaria, al Forni, all’Adamello come per andare a trovare un famigliare, cioè qualcuno con cui hai un rapporto ineliminabile, che assume la massima ampiezza tra formalità e sostanza degli affetti. Qualche settimana prima la notizia ormai definitiva che il Calderone non è più un ghiacciaio, ma un glacionevato, aveva mosso dentro di me l’esigenza di andare a trovarlo, come si va da un fratello per capire meglio come sta, che al telefono non basta.
A me glacionevato fa pensare a un nuovo prodotto da gelateria, di quelli che stanno nel frigo con il vetro trasparente appannato, tra zuccotti semifreddi e ghiaccioli artigianali. Da tenere aperto meno possibile! Altro che eroici ricordi di quadri della natura trascorsi, di quando mio padre mi convinceva a salirci con gli sci in spalla sul Calderone, in una estate freschissima di quarantacinque anni fa, anno baricentro della storia contemporanea italiana, il 1978 […]

Mi ha fatto molto piacere conoscere di persona – e passare con lui una bella giornata alpestre, tale anche proprio per la sua mirabile presenza – Lorenzo Pavolini, scrittore, regista e autore radiofonico, vicedirettore della rivista “Nuovi argomenti”, “socio” dell’amico Davide Sapienza nella creazione dei podcast Nelle tracce del lupo e Ghiaccio sottile per Rai Play Sound, gran viaggiatore, appassionato di montagne (ma pure di mare e di vela) nonché – last but not least – autore de La scomparsa del Calderone, il racconto pubblicato lo scorso agosto su “Il Post” del quale avete letto lì sopra l’incipit. Un testo che Lorenzo ha dedicato al ghiacciaio più meridionale d’Europa, quello del Calderone appunto, annidato tra le pareti sommitali del Gran Sasso – “la” montagna per i romani come lui e per chi vive sull’Appennino, non solo in quanto la più elevata della catena. Anzi: ex ghiacciaio, purtroppo, per come sia stato definitivamente declassato a glacionevato, termine che identifica una formazione nevosa perenne che non possiede il movimento verso valle e la vitalità tipica del ghiacciaio vero e proprio. Declassamento che, nel caso del Calderone, rappresenta una sorta di attestazione della prossima estinzione e sancisce che sull’intera catena appenninica non esistono più ghiacciai: non che il Calderone fosse chissà quale apparato glaciale, visto che già da lustri risultava in costante contrazione, eppure era un “pezzo” fondamentale di Gran Sasso e della memoria di chiunque sia salito lassù, identitario e referenziale per la montagna e l’intera zona circostante,  – lo spiega bene Lorenzo nel suo testo.

Il Gran Sasso resta lì, ci si può ancora salire in vetta e da lassù godersi il panorama, guardare verso Ovest che se si è fortunati si vede Roma – come scrive Pavolini chiudendo il proprio scritto. Eppure, nel bene e nel male, la montagna non sarà più come prima: chi nasce oggi e tra venti o trent’anni salirà in vetta nemmeno si renderà conto di passare sul luogo dove un tempo c’era un ghiacciaio – un ghiacciaio a poca distanza da Roma! – e forse non saprà neanche della sua esistenza ormai svanita. Avrà ancora senso quella strofa citata da Lorenzo di un canto popolare che dice «So’ sajitu aju Gran Sassu, so’ remastu ammutulitu… me parea che passu passu se sajesse a j’infinitu!»? Dobbiamo augurarcelo: tutto si trasforma nel tempo, in fondo anche le montagne più ciclopiche e apparentemente immutabili e parimenti anche noi che le saliamo, muta il paesaggio esteriore, muta quello interiore e viceversa. Ma dobbiamo augurarci pure che la nostra relazione armoniosa con le montagne e l’ambiente naturale non muti affatto. In fondo è il modo grazie al quale il Calderone potrà restare sempre presente, sulla sua montagna, anche quando tra cent’anni nemmeno un frammento di ghiaccio avrà resistito alle condizioni ambientali, lassù. E Lorenzo durante quella bella giornata in quota passata insieme me il valore imprescindibile di quella relazione con le montagne me l’ha dimostrata nel modo migliore e più illuminante possibile.

[Veduta aerea della parte sommitale del Gran Sasso, con la conca glaciale del Calderone. Foto di qualche anno fa, trovata sul web.]