Il grande collegamento funiviario attorno al Cervino e il “flop” di turisti: ma quale senso può avere l’esperienza dell’alta quota se raggiunta a bordo di una funivia?

 (Articolo pubblicato in origine giovedì 1 agosto su “L’AltraMontagna”, qui.)

Un commento recente inserito qui sul blog in calce a un articolo che ho scritto sul “Matterhorn Alpine Crossing”, il collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt che sorvola i ghiacciai tra il Cervino e il Monte Rosa del quale qualche mese fa sulla stampa si è rimarcato il “flop” di turisti, mi ha suscitato alcune interessanti riflessioni sulla questione. Il cui nocciolo, secondo molti, ovvero la causa principale dello scarso successo turistico – per il momento –, sarebbe l’elevato costo: 240 Franchi svizzeri (CHF), ad oggi pari a poco più di 250 Euro, per l’andata e il ritorno, che si dimezza a metà per passeggeri fino a 16 anni. In buona sostanza, una famiglia con due figli non ancora maggiorenni, includendo le spese accessorie (carburante, pasti, souvenir, eccetera), per un viaggio giornaliero sulle funivie italo-svizzere rischia di spendere quasi 1000 Euro: chiaramente qualcosa di improponibile per molti. D’altro canto quella dei costi è un’evidenza che è stata rimarcata da molti fin dall’apertura del “Matterhorn Alpine Crossing” un anno fa, prima che uscissero le notizie sulla scarsa affluenza.
Nel commento citato, il lettore tuttavia rimarcava che si trattava comunque di uno spettacolo meraviglioso e di averci portato la madre, la quale altrimenti lassù mai ci sarebbe potuta arrivare.

In effetti 240 CHF o 250 Euro a persona per la trasvolata funiviaria è una spesa notevole; d’altro canto è in linea con il costo dei biglietti di attrazioni alpine simili: ad esempio per un’andata e ritorno completa sulla celeberrima Jungfraubahn quest’anno si spendono 234 CHF, pari a poco più di 244 Euro. Più o meno la stessa cifra del “Matterhorn Alpine Crossing”. D’altro canto, quest’ultimo consta di ben nove grandi impianti funiviari, alcuni dei quali all’avanguardia: la spesa, divisa per essi, equivale a 26,66 CHF a tratta, andata e ritorno. Per fare un paragone casuale, il costo del biglietto di andata e ritorno per l’estate 2024 della sola funivia del Sass Pordoi (Canazei, Val di Fassa), uno degli impianti più frequentati dai turisti che fanno vacanza da quelle parti sulle Dolomiti, è di 28 Euro: in pratica lo stesso prezzo di una singola tratta del “Matterhorn Alpine Crossing”, ma nessuno pare che se ne lamenti troppo. Ovvio che sia così: al Pordoi basta una tratta funiviaria per godere dell’esperienza offerta dal luogo, a Zermatt ce ne vogliono nove per l’intera traversata. Tutto è relativo, insomma, sia nel “bene” (il tipo di esperienza fruibile) che nel “male” (il costo da sostenere per fruirla) ma, come si è cercato di mettere in evidenza, le proporzioni sostanziali non cambiano.

C’è un altro punto di vista, in verità, con il quale si può osservare la questione, che concerne il senso del sostenere una spesa così ingente in relazione all’esperienza che si acquista. Cioè, molto semplicemente: ha senso spendere centinaia di Euro in quel modo e per acquistare quell’esperienza, oppure no?

Sia chiaro: non è una domanda retorica, ognuno può rispondere legittimamente ciò che vuole e ritiene giusto – al netto di casi particolari come, per citare il commento citato poco sopra, la persona che ha difficoltà a deambulare e dunque non potrebbe godere del paesaggio delle alte quote alpine se non usufruendo di una funivia. D’altro canto, a quel punto di vista si può aggiungere una prospettiva ancor più culturale, che tocca pure aspetti etici: quale esperienza alpina si vive raggiungendo l’alta quota a bordo di una funivia? Quanto si può dire autentica quell’esperienza rispetto al contesto nel quale si svolge e a ciò che dovrebbe trasmettere di quel contesto?

Non è un riferimento indiretto e polemico verso quelli che usufruiscono di tali infrastrutture funiviarie che salgono molto in alto sulle montagne in modi palesemente inconsapevoli – il pensiero corre alle frequenti foto di persone che vagano sui ghiacciai in bermuda e sneakers, certo – ma proprio a ciò che essi possono percepire, comprendere, elaborare e rendere nozione esperienziale del luogo così speciale nel quale si trovano – esclusivamente grazie alla tecnologia funiviaria, appunto. Questione non nuova, sia chiaro, ma nata fin dall’inizio del secolo scorso, quando le prime funicolari e funivie raggiunsero le vette di sempre più montagne alpine, inaugurando il fenomeno della “panoramicizzazione” del paesaggio che è tutt’oggi parte integrante dell’immaginario comune sulle montagne.

Anche in questo caso le opinioni al riguardo possono essere numerose e differenti, senza dubbio. È tuttavia interessante aggiungere un’osservazione, molto pratica ben più che polemica: chi non avesse difficoltà motorie di sorta e un minimo grado di allenamento potrebbe godere di un’esperienza autenticamente alpina e glaciale affrontando un’escursione nella zona sorvolata dal “Matterhorn Alpine Crossing” e anche oltre, superando i fatidici 4000 metri di quota, con l’accompagnamento di una guida alpina. In questo caso la prima citata famiglia con due figli non ancora maggiorenni, supponiamo sotto i sedici anni, invece di spendere 750 Euro per la fruizione del collegamento funiviario ne spenderebbe 125 per la guida più 55 (salendo da Cervinia se adulti, la metà sotto i sedici anni) per gli impianti, per un totale al massimo di 180 Euro a persona: un costo più di quattro volte inferiore a quello del “Matterhorn Alpine Crossing” per un’esperienza in quota innegabilmente più autentica e compiuta.

Ecco, potete ben capire perché sia legittimo porsi le domande prima rimarcate e, forse, anche da dove nascano almeno in parte i problemi del grande collegamento funiviario intorno al Matterhorn/Cervino.

(Le immagini delle funivie del “Matterhorn Alpine Crossing” presenti nell’articolo sono tratte dalla pagina facebook.com/zermattbergbahnen.)

Addio Lugano bella (che andiamo sul Lago di Como!)

Curiosamente qualche giorno fa, pressoché in contemporanea su due quotidiani on line differenti che raccontano territori contigui e molto simili ma in due paesi diversi (per certi verso molto diversi)  – il Lago di Lugano in Ticino, Svizzera, il Lago di Como in Lombardia, Italia – sono uscite le notizie che vedete qui sotto:

Solo qualche anno fa si sarebbe potuto pensare il contrario: il Lago di Lugano come meta gettonatissima e VIP, il Lago di Como molto meno. Ora invece la situazione si è ribaltata: in Svizzera si piange, in Italia si ride. Complice l’arrivo a maturazione delle dinamiche turistiche (sia di massa che di lusso) che da qualche tempo contemplano come meta privilegiati i laghi prealpini italiani e – forse soprattutto – le tante celebrità che sulle rive del Lario hanno preso casa (da Clooney in poi) o dicono di volerla prendere (Taylor Swift l’ultima) regalando al territorio e alle sue località il marketing più efficace possibile (altro che quella boiata di “Open to meraviglia”!), i laghi lombardi sembrano in netto vantaggio su quelli ticinesi.

Ma non sono tutte rose e fiori, visto che ormai con frequenza per il Lago di Como si parla di overtourism, di servizi carenti, di disagi per i residenti e – inevitabilmente, mi viene da pensare – di toast il cui taglio a metà viene fatto pagare 2 Euro (ricordate?). Ovvero, agli italiani va il successo turistico ma forse manca l’organizzazione elvetica. In pochi chilometri di distanza, insomma, cambiano destini turistico-commerciali e capacità politico-organizzative.

È la cresta di un’onda destinata a correre a lungo, probabilmente ancora spinta dalle dinamiche post Covid (peraltro in comune con altre mete italiane e lombarde in particolare), oppure è solo un momento particolare destinato a non durare, vuoi anche per le criticità e le carenze sopra rimarcate? Di sicuro è una situazione che offre numerose opportunità a fronte di certi potenziali svantaggi: si possono mettere in equilibrio le une e gli altri, basta tenere al centro – a mio parere – i luoghi, le loro specificità, le comunità che li abitano e il bagaglio culturale che li rende speciali. Non è cosa semplice, ovvio, ma se la predisposizione mentale è fin dal principio quella giusta possono uscirne grandi cose per tutti. In fondo, Lombardia e Ticino sono la stessa terra, divisa solo da una linea di confine che mai come qui è stata rigida ed è labile.

P.S.: cliccate sulle immagini per leggere i rispettivi articoli. Ovviamente il titolo del post richiama la famosa canzone (il cui vero titolo è Addio a Lugano) di Pietro Gori, interpretata nel tempo da molti grandi artisti musicali.

Il flop della funivia tra Cervinia e Zermatt e “l’inaffondabile” Titanic

Non so se, dopo pochi mesi di esercizio, i risultati del “Matterhorn Alpine Crossing” si possano realmente definire «un flop». Certo riscontrare nell’articolo a cui si riferisce l’immagine qui sopra (cliccatela per leggerlo) che «circa 8.000 sciatori hanno risalito il Klein Matterhorn ogni giorno, solo 800 persone hanno preso la cabinovia di collegamento con l’Italia» e dunque che «Una cosa comincia a essere certa: la funivia di tutte le funivie, che avrebbe dovuto funzionare tutto l’anno, dovrà ridimensionare le proprie ambizioni e accontentarsi del turismo estivo» suona molto come un’ammissione di sconfitta, sia morale che ancor più economica: far girare un impianto del genere solo pochi mesi all’anno, al netto di imprevisti, intemperie, manutenzioni eccetera, in buona sostanza significa non ammortarlo e perderci soldi.

D’altro canto, posta la grande enfasi che era stata spesa in occasione dell’inaugurazione dell’impianto quasi fosse la nuova e definitiva “ottava meraviglia” del mondo alpino, quando ho letto la notizia lì sopra mi è venuto in mente – un po’ cinicamente, magari – il Titanic. All’epoca a sua volta definito l’ottava meraviglia del mondo e diffusamente considerato «inaffondabile». Ma sappiamo tutti la triste fine che fece, già.

L’ordine della vita nel paesaggio

[Foto di Susanne Stöckli da Pixabay.]

Perché un rapporto con il paesaggio sia duraturo, dev’essere reciproco. Al livello in cui la terra ci fornisce il cibo non è difficile da comprendere e la reciprocità viene spesso ricordata nella preghiera di ringraziamento prima dei pasti. Al livello in cui il paesaggio ci appare bello o spaventoso e ci colpisce, oppure al livello in cui ci fornisce le metafore e i simboli per indagare nel mistero, è più difficile definire la reciprocità. Se ci si avvicina alla terra con un atteggiamento d’obbligo, disposti a rispettare cortesie difficili da esprimere e che possono essere anche un semplice gesto delle mani, si stabilisce una considerazione dalla quale può emergere la dignità. Da questo rapporto dignitoso con la terra è possibile immaginare un’estensione di rapporti dignitosi in tutta la propria vita. Ogni rapporto viene formato con la stessa integrità, che inizialmente spinge la mente a dire: le cose nella terra si armonizzano in modo perfetto, anche se cambiano sempre. Io desidero che l’ordine della mia vita sia organizzato nello stesso modo in cui trovo la luce, il movimento leggero del vento, la voce di un uccello, la forma d’un baccello che vedo davanti a me. Voglio in me stesso questa impeccabile, incontestabile integrità.

(Barry LopezSogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, pag.387; orig. Arctic Dreams, 1986.)

Un necessario senso della misura

[Tundra in Groenlandia. Foto di NTNU Vitenskapsmuseet – Moser på Nordøst-Grønland, CC BY 2.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Quando camminavo nella tundra e incontravo lo sguardo di un lemming oppure scoprivo le tracce di un ghiottone, mi sentivo confuso per la fragilità della nostra saggezza. Il modello del nostro sfruttamento dell’Artide, la crescente utilizzazione delle sue risorse naturali, lo stesso desiderio di “farne uso” sono molto chiari. Che cosa manca in noi, mi chiedevo, per farmi sentire tanto a disagio in una regione di uccelli cinguettanti, di caribù lontani e di lemming bellicosi? È il senso della misura.
Poiché l’umanità è in grado di aggirare la legge dell’evoluzione, dicono i biologi evoluzionisti, ha il dovere di darsi un’altra legge se vuole sopravvivere, se non vuole depredare la propria base alimentare. Deve imparare questo senso della misura; deve trovare un modo diverso e più saggio di comportarsi nei confronti del territorio. Deve prestare maggiore attenzione agli imperativi biologici del sistema del protoplasma messo in moto dal sole, e dal quale dipende l’umanità stessa. Non perché debba farlo o perché sia priva d’inventiva, ma perché vi è in questo il culmine della saggezza cui aspira da secoli. Dopo aver preso in mano il proprio destino, ora l’uomo deve pensare con intelligenza critica ai campi in cui deve cedere.

(Barry LopezSogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, pag.56; orig. Arctic Dreams, 1986.)