Una città figlia della terra e del cielo

[Foto di MemeCas, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

L’arrivo non mi deluse. Vidi uno stradone fresco, alberato, e in fondo un colle, con case e chiese e palazzi e campanili e giardini sospesi nel cielo di crepuscolo. Qualcosa di accessibile e, insieme, di eccelso. Non la finivo più di ridire a me stesso che la bellezza di questa città era quanto mai originale e singolare. L’idea di una città cosiffatta, con la sua acropoli accessibile insieme ed eccelsa piantata li sull’ultimo sperone dei monti per scrutare le valli cupe dell’Alpi e mirare il gran piano di chiaro colore, non poteva esser venuta in mente a nessuno; ed ora sorta così, come una figlia della terra e del cielo, degna amata dagli uomini. Sicché, vivendoci dentro, doveva parere impossibile che tutte le altre città non fossero fatte a quel modo, divise in parti alta o bassa, come a Venezia si vorrebbe che tutte le città fossero di acqua e di marmo.

(Giuseppe Antonio Borgese, La città sconosciuta, Sellerio, 1986; 1a ed. 1926. La città della quale sta raccontando lo scrittore palermitano è Bergamo. Nella foto qui sotto si può vedere la città nella prospettiva visiva di chi vi arrivasse in treno suppergiù negli anni in cui la visitò Borgese.)

[Immagine di pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]

Un ossimoro

Ossimòro: s. m. [dal gr. ὀξύμωρον, comp. di ὀξύς «acuto» e μωρός «stupido», con allusione al contrasto logico]. – Figura retorica consistente nell’accostare nella medesima locuzione parole, espressioni o immagini che esprimono concetti contrarî.

Ecco. Ora, l’immagine che vedete lì sopra, tratta dal profilo Instagram di una celeberrima località sciistica (chi abbia un minimo di conoscenza delle montagne la saprà identificare facilmente, credo) ma riproducibile in ciò che mostra in chissà quante altre, a me va benissimo, nel senso che è una località famosa, siamo nel clou della stagione sciistica, è ovvio che ci sia il pienone di turisti e che a tali turisti siano offerti certi servizi di accoglienza, svago e ricreazione in quota, e l’economia locale, e l’indotto… Posso capire, in un contesto del genere mi può stare bene, lo ribadisco, gioco forza o meno.

Tuttavia, a essere sinceri, a me quell’immagine mi pare proprio un’efficace rappresentazione visiva del termine «ossimoro», già.

Magari sbaglio, non dico di no. Però la mia impressione fondamentale al riguardo, dal primo istante in cui ho osservato l’immagine, è quella espressa. Inesorabilmente.

Il mondo salverà il mondo #10

(Cliccate qui, per capire meglio.)

#10: Ferdinand Hodler, Das Jungfraumassiv von Mürren, 1911

Il paesaggio è cultura

[Foto di Paul Gilmore da Unsplash.]

Cosa intendiamo più propriamente quando ci riferiamo ad un paesaggio? Un paesaggio è il segno tangibile e durevole della progettazione, del lavoro, della coltivazione e formazione di un territorio; nel paesaggio si trasfonde lo “spirito” di una comunità in un certo tempo, i suoi valori, le sue occupazioni e preoccupazioni, i fini immediati e remoti per i quali lo si è trasformato, mantenuto, alterato o cancellato. Però un paesaggio non permane nel tempo, infatti evolve in relazione al mutare dei motivi e dei bisogni siano essi materiali o psicologici -, al mutare del senso che gli uomini danno al loro vivere, alla loro idea di felicità. Un paesaggio esprime dunque un’identità? Sì, però nella misura in cui favorisce un’identificazione, ovvero mi identifica, mi rappresenta. Nel momento in cui mi riconosco in esso, quel paesaggio è anche espressione della mia identità, è mio non perché lo domino ma in quanto lo abito ed esso nel contempo abita in me. Solo dopo aver dato un’identità al paesaggio possiamo dire di ricevere, anche, un’identità.

Questo è un passaggio di una bella riflessione di Giovanni Widmann, docente di filosofia e storia a Cles (Trento), intitolata Il paesaggio è cultura e pubblicata nel sito di Mountain Wilderness. Riflessione bella perché condensa alcuni dei concetti fondamentali sul tema del paesaggio esprimendone la sostanza in modo chiaro, rimarcando l’importanza ineludibile del valore culturale di esso per chiunque vi interagisca, sia esso abitante permanente, residente temporaneo o visitatore occasionale. Noi “creiamo” il paesaggio e, di rimando, il paesaggio crea noi: questa relazione è tra le più essenziali alla base del nostro stesso essere “civiltà” che abita il mondo – l’abitare è la prima forma di civilizzazione, in fondo – e la sua conoscenza è uno degli elementi culturali primari per dare sostanza alla nostra civiltà, oltre che per salvaguardare il mondo stesso e la bellezza dei suoi paesaggi.

Ringrazio di cuore Filippo Macchi per avermi segnalato il testo di Widmann – che potete leggere nella sua interezza qui – e per aver indirettamente (ma non troppo) “ispirato” questo mio articolo.

A caccia di storie scritte sul terreno

In questo “non inverno” appena concluso, così tremendamente avaro di neve e di gelo, io e Loki, il mio segretario personale a forma di cane, ci siamo dedicati alla ricerca di testi scritti sul territorio. Sì, sul territorio, scovati tra la terra, i sassi, l’erba ingiallita dalla siccità, i rovi che avanzano ove più nessuno o quasi transita. Ecco dunque che io e Loki, per l’occasione insignito anche della mansione di pathfinder (che sarebbe “cercatore di sentieri” ma scritto all’inglese fa più figo, e d’altro canto Loki è anglosassone d’origine), siamo andati sui monti intorno a casa a caccia di vecchie vie rurali, di sentieri un tempo fondamentali per i territori in cui si dipanano e oggi dimenticati o quasi oppure frequentati ma senza la sensibilità di capirne la storia, di antiche mulattiere quasi scomparse sotto il terriccio e tra la vegetazione che d’improvviso, per certi brevi tratti, a volte solo per qualche metro, tornano visibili nelle loro fattezze originali, in alcuni casi incredibilmente ben conservate, in altri ormai diroccate ma che con un attimo di attenzione sanno ancora svelare la loro primigenia struttura.

I segni umani lasciati sul terreno nel corso dei secoli, siano essi forme strutturate e evidenti di territorializzazione, come edifici e opere di governo del territorio, ma pure minime tracce consunte dal tempo e spesso sprofondanti sotto la superficie come antichi sentieri e vie selciate, lentamente ma inesorabilmente svanenti e per questo così affascinanti da ricercare e “scoprire”, si possono interpretare – ma vorrei scrivere si devono interpretare – anche come i segni di un codice alfabetico inscritto dall’uomo sulla superficie dei luoghi in chi ha vissuto e con i quali ha interagito, la scrittura di una narrazione geostorica che sa raccontare molto della relazione tra uomini e luoghi, a patto di saperla percepire e poi, per quanto possibile, leggere. È una scrittura che non è fatta da tante singole lettere ma da un tratto continuo che si sviluppa lungo la pagina di un libro la cui decifrazione si genera dalla lettura contestualizzata alla pagina stessa, cioè al territorio e ai luoghi presso i quali viene letta. Come per ogni pratica di scrittura sviluppatasi nel tempo, la pagina del libro può presentare un unico tratto ben definito oppure diversi tratti, cancellazioni, sovrascritture a volte ancora visibili e a volte non più. Inoltre, le pagine sono tante quanti sono gli spazi abitati, vissuti e modificati dall’uomo in quel dato territorio: può scaturire la lettura di un’unica e consequenziale narrazione, pagina dopo pagina, mentre in alcuni casi la lettura genera un racconto differente da una pagina all’altra, come fossero tante storie di un unico libro ma con soggetti diversi, determinati dalle pagine stesse, appunto.

Insomma, lo avrete capito: il territorio è un libro aperto sul quale l’uomo ha scritto e impresso nel corso dei secoli innumerevoli storie usando i tratti che il territorio stesso gli ha consentito di scrivere, con cui ha espresso la sua presenza in quei luoghi, la sua quotidianità, i suoi bisogni, le necessità, l’intraprendenza, a volte le sue paure, in certi casi le sue utopie. Le narrazioni che ne scaturiscono sono interpretabili, a loro volta, come un’altra manifestazione del paesaggio di quei luoghi: infatti ogni libro scritto ha bisogno del saper leggere per palesare e conseguire il proprio valore culturale, il che è proprio ciò che accade con il paesaggio, manifestazione mediata degli elementi materiali percepibili nel territorio e degli elementi immateriali ovvero culturali di chi li percepisce. Per questo mi viene da pensare al paesaggio, anche, come una sorta di biblioteca potenzialmente dotata di tanti volumi quante sono le interpretazioni culturali del territorio relativo ma che tuttavia abbisogna di lettori attenti o, per meglio dire, di chi sia capace di leggere quei libri, per acquisire il valore e la considerazione che gli spetta. Un valore e una considerazione che risultano fondamentali per la salvaguardia di quei luoghi, per la comprensione della loro storia, delle peculiarità, della bellezza, della cultura aulica o popolare che conservano ma che risulta parimenti importante per noi, che quel paesaggio concepiamo, abitiamo, viviamo, riconosciamo e con il quale ci identifichiamo. Se si cancellassero per sempre, quelle scritte impresse sul territorio, sarebbe come se perdessimo il diario degli ultimi secoli della nostra storia, ovvero una parte importante della nostra memoria. Perderemmo un po’ noi stessi, insomma, avendo peraltro ben scarse possibilità di ritrovarci.