Il significato di “vacanza”

C’è qualcosa, di materiale o immateriale – un luogo, un oggetto, un momento o un ricordo… – che immediatamente vi riporta alla parola “vacanza” e a quanto di annesso? Qualcosa, insomma, che della parola rappresenta per voi il significato più diretto, istantaneo e lampante?

Io ce l’ho. È una circostanza ben precisa, un certo momento che si manifesta in una porzione di luogo assolutamente determinata.

Quando si giunge all’inizio del villaggio di Madesimo, in alta Valle Spluga, una strada si stacca sulla destra, supera alcune case e si inoltra ascendendo in una bella pineta. Dopo circa 3 km quasi all’improvviso sbuca dal bosco oltre il cui limiti si manifesta la magnifica piana dell’Alpe Motta (di sotto, per essere precisi). Ecco, la strada che uscendo dalla pineta offre il primo contatto visivo, mentale ed emozionale dell’Alpe: questa circostanza, condensata in un istante sublime per chi vi scrive, è ciò che più immediatamente associo al termine “vacanza” (molto rozzamente uso le immagini tratte da Google Maps, peraltro primaverili, per cercare di rendervi l’idea di quanto sto narrando dacché non ne ho di mie e purtroppo non ho tempo di salire lassù per farne; vi chiedo venia per ciò).

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Questo perché a Motta vi ho passato praticamente tutte le mie vacanze estive dagli zero ai vent’anni, tornandoci poi anche in altri momenti, per weekend sciistici o per gite giornaliere: per me bambino seduto in auto con i miei genitori l’apparizione dell’alpe, dei suoi vasti prati con le mucche al pascolo, dell’ombroso e intrigante bosco alla destra, delle sue al tempo rare case, della sagoma dell’albergo che ci avrebbe ospitati, significava che la vacanza stava per iniziare. E quell’immagine così forte, con tutte le emozioni che generava, nel mio animo infantile e ingenuo tanto quanto sensibile e curioso si dev’essere fissata in modo assolutamente indelebile, ancor più che in forma di ricordo pur vivido nella mente, “allegando” poi a sé tante altre percezioni sensoriali in qualche modo conseguenti: lo scampanio delle mucche al pascolo, il profumo dei prati e del bosco, quello delle colazioni del mattino (molto semplici, pane, burro e marmellata fatti in casa: niente a che vedere con le colazioni internazionali degli hotel contemporanei eppure insuperabili da queste), il profilo dei monti che faceva da sfondo a Occidente alla terrazza dell’albergo, il fascino dell’ardita funivia che saliva a Motta da Campodolcino (presso la cui stazione di arrivo passavo ore intere ad ammirarla, sbigottendomi ogni volta che mi pareva precipitare a valle dopo aver superato il sostegno posto a picco sul bordo dell’alpe), l’odore di olio motore dei gatti delle nevi a riposo in un’officina adiacente all’albergo…

Poi, come detto, a Motta ci sono tornato innumerevoli volte e ci ritorno tutt’oggi; l’Alpe è ovviamente cambiata, ci sono più case d’un tempo, alcune hanno cambiato aspetto, impianti di risalita più moderni hanno rimpiazzato i vecchi skilift di quando ero piccolo e pure l’ardita funivia (piccolissima, in verità; aveva cabine da soli 15 posti!) è stata sostituita dalla prima funicolare sotterranea d’Italia. Eppure, ancora oggi, ogni qualvolta rivivo il momento dell’uscita dal bosco sull’Alpe lungo la strada che sale da Madesimo, ineluttabilmente ciò a cui penso subito è vacanza. Anche nel caso si tratti solo della visita di una giornata e a sera me ne torni a casa e anche se, negli anni successivi, ho avuto la fortuna di girare mezzo mondo per vacanze sia meramente ricreative che in forma di viaggi nel senso più pieno del termine, ma quella circostanza di Motta resta ancora insuperabile, al riguardo. E ormai credo che lo resterà perennemente.

N.B.: la foto in testa al post è tratta dal come sempre ottimo sito paesidivaltellina.it, curato da Massimo dei Cas. Cliccandoci sopra potrete leggere un articolo che racconta una bella escursione con la quale visitare la zona di Motta (con partenza a piedi da Madesimo) sulle orme di Giosuè Carducci, che per tanti anni passò le proprie vacanze estive in zona.

La città del futuro

[Foto di Denys Nevozhai da Unsplash.]
Negli ultimi anni si è avviato un dibattito vivace e spesso molto interessante sul futuro delle città, che a seguito dell’emergenza Covid e di tutti gli annessi e connessi – soprattutto in chiave sociale e sociologica – si è anche ampliato a riflessioni e proposte sempre più concrete anche perché inesorabilmente necessarie.

Nell’ambito dello spazio-mondo antropizzato, è inutile dire che la città rappresenta da sempre il modello abitativo umano per eccellenza, e ciò nel bene e nel male ovvero manifestando l’eccellenza della pratica dell’abitare, qualsiasi cosa possa voler significare nella forma e nella sostanza, e parimenti la rozzezza o il degrado di essa. Già prima del Covid c’era una distanza sempre più estremizzata tra i limiti appena citati, con da una parte neo-luoghi frutto di riflessioni architettonico-urbanistiche (ma anche sociali, economiche, sociologiche, antropologiche…) ponderate e innovative, capaci di “fare” la città ovvero di farne gli abitanti, e dall’altra parte i tanti, troppi non luoghi frutto della mancanza di quelle riflessioni e del perseguimento di interessi meramente e bassamente materiali, la cui presenza in città ne ha distrutto e ne distrugge l’urbanità generando inevitabilmente altrettanti non abitanti, “cittadini” solo di nome in preda a fenomeni di spaesamento, alienazione, desocializzazione e senza un autentico legame culturale con la città abitata. La pandemia, come detto, ha ancora più radicalizzato le varie differenze interne al corpo-città e i relativi scollamenti evidenziando soprattutto gli elementi più controversi e devianti, la cui pericolosità, a seguito dei lockdown forzati, del distanziamento sociale, dell’impossibilità di mettere in atto la socialità naturale di una città e di ogni altra cosa correlata, si è rivelata in modi lampanti e inquietanti.

Tuttavia, ribadisco, la città rappresenta ancora oggi il modello pratico fondamentale scaturente dalla pratica dell’abitare umano oltre che l’ecosistema antropico più emblematico, e lo è per se stessa così come per qualsiasi altro spazio antropizzato, che abbia forma di agglomerato abitato oppure di semplice spazio umanizzato a fini funzionali ma nel quale vi sia interazione tra abitanti pur temporanei nonché tra essi e il luogo – citandomi immodestamente, non è per un mero caso se lo scrivente si occupa di progetti culturali per la montagna ma tra gli ultimi libri ne ha scritti due su altrettante città, entrambe assai emblematiche per ciò che urbanamente (ancor più che urbanisticamente) rappresentano. È soprattutto nelle città che nascono e si sviluppano i modelli relazionali sociali più diffusi (in forme così palesi da poter essere agevolmente studiate e analizzate), ed è dalle città che quei modelli vengono poi esportati (o imposti) altrove insieme a correlati schemi urbanistici, non di rado con (de)contestualizzazioni piuttosto tragiche: basti pensare a certi villaggi montani la cui struttura originaria è stata stravolta a fini turistici assumendo le fattezze di una periferia cittadina, con condomini orribili, parcheggi enormi, strutture commerciali e altre opere (con tutte le forme mentis che si portano dietro, peraltro) del tutto avulse dal contesto territoriale e culturale locale. Le città, insomma, ampliano su macroscale tutte quelle problematiche proprie dei processi di antropizzazione e urbanizzazione di ogni spazio abitato e lo fanno nel bene e nel male, appunto, mantenendosi un modello di sviluppo e di innovazione ovvero di degrado e di inganno della pratica umana dell’abitare, così che il dibattito sul futuro delle città assume un valore e un’importanza assoluti, soprattutto dove e quando metta finalmente da parte il carattere di univocità tirannica che i modelli dell’abitare cittadino hanno assunto soprattutto negli ultimi secoli e sappia considerare, accogliere e sviluppare modelli alternativi, magari nati proprio dove di “città” e “urbanità” non verrebbe immediatamente in mente di disquisire – le aree rurali e i piccoli borghi, per dire – ma di contro dove le differenti dinamiche sociali, economiche, culturali presenti possono generare altrettanto differenti pratiche dell’abitare antropico: al riguardo penso al modello della “metro-montagna”, ad esempio, sviluppato in primis da Giuseppe Dematteis.

A proposito di città del futuro, alcuni dei contributi recenti più interessanti li ho trovati negli scritti di Maurizio Carta, autore del recente saggio Futuro. Politiche per un diverso presente edito da Rubbettino: ad esempio in [Nuovo Abitare] Reimmaginare le città della prossimità aumentata, pubblicato su “Ag|Cult” il 1 febbraio di quest’anno, Carta scrive:

Da urbanista e “futuredesigner”, che da anni lavora sulle metamorfosi urbane, sono convinto che serva una riflessione competente e sistemica per imparare dalla crisi, per rivoluzionare i nostri comportamenti una volta superata la pandemia, e per evitare – o mitigare – la prossima crisi. Non significa abbandonare le grandi città, come propongono alcuni, né associare al distanziamento fisico necessario per ridurre il contagio il distanziamento urbano, producendo, come conseguenza, una dispersione urbanistica che aggraverebbe l’impronta ecologica.
Ritengo, invece, che dobbiamo aggiornare al tempo post-pandemico quelle che definisco “città aumentate”, sistemi urbani capaci di amplificare la vita comunitaria senza divorare risorse: città più senzienti per capire prima e meglio i problemi, più creative per trovare risposte nuove, più intelligenti per ridurre i costi, più resilienti per adattarsi ai cambiamenti, più produttive per tornare a generare benessere, più collaborative per coinvolgere tutti e più circolari per ridurre gli sprechi ed eliminare gli scarti. Città a prova di crisi. Voglio proporre qui un modello di “città della prossimità aumentata”, ad intensità differenziata, policentriche e resilienti, con un più adeguato metabolismo circolare di tutte le funzioni, con una maggiore vicinanza delle persone ai luoghi della produzione e ai servizi, con una nuova domesticità/urbanità dello spazio pubblico. Dobbiamo usare la creatività del progetto, imparando dalla natura che si evolve per innovazioni, per adattamenti creativi e per inedite cooptazioni. Nel concreto, dobbiamo progettare la rigenerazione delle nostre città perché siano antifragili, capaci di usare le crisi per innovare, luoghi mutaforma capaci di adattarsi alle diverse esigenze delle città anti-sindemiche. Non più il tradizionale elenco di funzioni separate (figlio dell’urbanistica del Movimento Moderno, della città-macchina), ma, imparando dall’intelligenza e dalla creatività della natura, un fertile bricolage di luoghi che siano insieme case, scuole, uffici, piazze, parchi, teatri, librerie, musei, luoghi di cura, interpretando ruoli differenziati.

Qui invece trovate un altro interessante e recente contributo che disserta intorno al citato saggio di Maurizio Carta: [Sviluppo locale e Comunità] La forma della città del futuro. Ne cito un passaggio per chiudere in modo intrigante questo mio articolo:

Il futuredesign delle città del diverso presente per il futuro che vogliamo, soprattutto delle città mediterranee dovrà agire entro un nuovo urbanesimo che operi, non più come un set lineare di istruzioni fondiarie alimentate dal consumo di suolo e dalla rendita, ma come un sistema vivente, che evolva con le persone, che si sviluppi circolarmente, non producendo rifiuti, che si reinventi e si rinvigorisca attraverso la metamorfosi. Richiede un urbanesimo capace di essere nuova guida sapiente dei processi insediativi attraverso l’integrazione con la sostenibilità ecologica, con la gestione dell’uso dei suoli, con l’efficienza energetica, con la progettazione di nuove forme dell’abitare, senza sottrarsi dalla produzione di valore, ma anzi accettando la sfida di tornare a produrre «valori», materiali e immateriali.
Le città contemporanee sono organismi vibranti di luoghi e comunità, di dati e informazioni, di sensori e attuatori, di azioni e reazioni generati sia dalle persone che dall’ambiente. Le città devono essere più reattive ai nostri cambiamenti comportamentali, fungendo da dispositivi abilitanti per migliorare la nostra vita contemporanea. Una città più intelligente non sarà quella che aggiunge tecnologia ed efficienza al suo organismo tradizionale, ma dovrà essere una città che innova profondamente le sue dinamiche di sviluppo, che rivede il suo modello insediativo e che ripensa il suo metabolismo, che rinnovi il patto sociale con i suoi cittadini, fondato sul binomio spazio-società.
È una città che genera cittadini intelligenti e attivi investendo nel capitale umano e sociale, nei processi di partecipazione, nell’istruzione, nella cultura, nelle infrastrutture per le nuove comunicazioni. Una città che innova il software (il modo di abitare, produrre, muoversi) e non solo l’hardware, che rielabora un modello di sviluppo sostenibile, garantendo un’alta qualità di vita per tutti i cittadini e prevedendo una gestione responsabile delle risorse attraverso una nuova politica, più aperta e condivisa.

Montespluga, piccolo gioiello alpino

[Foto di Markus Spiske da Unsplash.]

Da tutte le parti rocce brulle e grigie, le cui cime erano coperte di neve, una valle dove per la neve non si vedeva uno stelo, per non parlare di arbusti o di alberi: in breve, un deserto pauroso, desolato, al di sopra del quale folate di venti italiani e tedeschi si scontrano e accumulano di continuo nuvole grigie, un deserto più orribile del Sahara e più prosaico della brughiera di Lünenburg.

Proprio no. A Friedrich Engels, il celebre filosofo tedesco sodale di Karl Marx, non piacque affatto la conca ove è situato Montespluga, poco sotto il passo omonimo tra Lombardia e Grigioni sul versante italiano (in comune di Madesimo, per la precisione), e in quel modo lo descrisse nel suo racconto Escursioni in Lombardia, pubblicato nel 1841 con lo pseudonimo di “Friedrich Oswald”. Probabilmente per un giudizio così inquietante giocò il fatto che Engels transitò da quelle parti in primavera, che lassù significa ancora inverno pieno (anche oggi, nonostante il cambiamento climatico), e probabilmente in una giornata dalla meteo non tanto favorevole.

Di contro è vero che la piana di Montespluga, a quel tempo occupata per buona parte da magri pascoli e torbiere (come si può vedere nel dipinto del 1823 sopra pubblicato) e oggi dal bacino artificiale dell’omonimo lago, così circondata da monti non elevatissimi ma assai aspri, ricchi di gande, totalmente priva di alberi e costantemente spazzata dai venti che dalla valle elvetica del Reno si incanalano e penetrano – non di rado con veemenza – in quella che sul versante italiano scende verso la Valchiavenna e il Lago di Como, conserva un aspetto rude, ostico, quasi nordeuropeo, apparentemente poco ospitale.

[Foto di Martina Mainetti da Unsplash.]
Ma al di là delle arcigne condizioni ambientali che caratterizzano la zona, o forse anche in forza di quelle e dell’innegabile fascino che donano al luogo e allo spirito dei viaggiatori più sensibili (checché ne dicesse Engels), Montespluga rappresenta un piccolo ma sublime gioiello, tra i villaggi montani di questa porzione delle Alpi. Per il paesaggio potentemente alpestre, appunto, per il suo ambiente naturale “primordiale”, per le montagne d’intorno le quali, a fronte della non esagerata altezza, possiedono peculiarità interessanti – ad esempio alcuni ghiacciai sui versanti meridionali, quasi una rarità ormai – per la storia millenaria dei transiti lungo questo corridoio alpino (qui fin dal I secolo a.C. passava la romana Via Speluca, che univa Milano con Lindau) nonché per l’altrettanto notevole fascino della strada che valica lo Spluga, uno dei capolavori ingegneristici di Carlo Donegani (del quale vi ho già detto qui). Per tutto questo, senza dubbio, ma forse anche più perché il suo aspetto da autentico “villaggio di frontiera” – in senso geografico, ambientale, antropologico oltre che amministrativo, visto che sullo Spluga la frontiera in effetti c’è – è rimasto sostanzialmente immutato da più di un secolo a questa parte, come si può ben vedere dalle immagini “comparative” che vi propongo qui sotto.

Ovviamente molti degli edifici sono stati ristrutturati, alcuni nuovi se ne sono aggiunti ma pressoché nulla, miracolosamente (visti altri “casi” alpini sul tema), ha turbato l’armonia antica del luogo così come di conseguenza, la relazione con esso di chiunque lo viva, residente o viandante, preservandone il profondo ed emozionante fascino. Si può anche pensare di intravedere, in uno degli alberghi più antichi di Montespluga, le fattezze della Cà de la Montagna, edificio nel quale almeno dal Seicento, se non prima, trovavano riparo viandanti e animali da soma che affrontavano la traversata dello Spluga, e che ha fornito il toponimo locale del luogo dove è situato il villaggio, Pian della Casa.

Montespluga è bello da visitare in ogni momento dell’anno – salvo quando sia sepolto da metri di neve ma in tal caso il problema è semmai raggiungerlo, posta la chiusura della strada dello Spluga – tuttavia, tra l’avvolgente e silente quiete invernale e la vivacità a volte esagerata dell’estate, quando da e per lo Spluga transita un traffico turistico notevole, vi consiglio di visitarlo nelle “mezze stagioni” (contando che ci siano ancora!): magari a giugno, quando i prati della conca brillano già di un verde intenso che s’intona magnificamente al blu scintillante delle acque del lago mentre i monti sono ancora ammantati di neve, oppure a settembre, quando diventa visibilissima e sorprendente la trasformazione del paesaggio il quale dopo i fulgori estivi si prepara all’inverno prossimo mentre il traffico veicolare ormai diminuito di molto sulla strada del passo agevola la quiete e una condizione di piacevole e intensa meditazione spiritual-paesaggistica.

[Immagine tratta da www.viaggiarenews.com.]
Insomma: proprio no, io con le impressioni di Friedrich Engels su Montespluga non mi trovo affatto d’accordo. Sarà che ho passato molte estati della mia infanzia e fanciullezza lì vicino, a Madesimo, e dunque la zona la conosco e l’apprezzo da sempre, relativamente alla mia esistenza, oppure sarà che effettivamente l’alta Valle Spluga possiede caratteristiche peculiari sotto molti punti di vista e un paesaggio che facilmente emoziona chiunque vi transiti. Tuttavia, sia quel che sia, Montespluga è veramente un piccolo gioiello antropico-alpino da godere, dal quale farsi affascinare e per il quale augurarsi che possa salvaguardarsi nella sua così particolare essenza ancora a lungo, sempre vivo, giammai museificato ma quale manifestazione assai virtuosa e potentemente emblematica della presenza umana nei più elevati e “difficili” territori delle Alpi.

P.S.: le immagini sono tratte da (dall’alto in basso e dove non già indicato in didascalia): commons.wikimedia.org, albergopostaspluga.it, bellitaliainbici.it, commons.wikimedia.org, tripadvisor.it, albergopostaspluga.it, it.wikipedia.org.

 

Prima la “Dol dei Tre Signori”!

Ringrazio molto – anche a nome dei miei colleghi – la redazione di “News Prima” per il bell’articolo-recensione dedicato lo scorso 26 luglio alla guida “Dol dei Tre Signori”, della quale sono autore insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles: insieme abbiamo narrato la storia, la geografia, le genti, il paesaggio, la bellezza, il valore, i tesori, l’identità, l’emozione e lo stupore dei monti della Dorsale Orobica Lecchese, tra i territori prealpini più spettacolari d’Italia.

«Un fiume di pietra, boschi e prati che scorre alto sopra le nostre teste, raggiunto da sentieri come affluenti che scorrono verso l’alto salendo da vallate ricche di storia e tradizioni: valle San Martino, valle Imagna, Valsassina, valle Taleggio, valle Brembana, val Varrone, valle Gerola e Valtellina». Così gli autori della guida “DOL dei Tre Signori” descrivono la Dorsale Orobica Lecchese, un itinerario escursionistico che unisce le province di Bergamo, Sondrio e Lecco ispirandosi a un tracciato millenario, dimenticato per molto tempo fino alla sua riscoperta a metà degli anni Novanta. Il cammino e i paesaggi della Dorsale Orobica Lecchese costituiscono un patrimonio di grande rilevanza culturale e l’idea è stata quella di creare un vero e proprio brand territoriale, “DOL dei Tre Signori”, per le province di Bergamo, Lecco e Sondrio, unite appunto dal Pizzo dei Tre Signori, che per secoli ha collegato la Repubblica di Venezia, il Ducato di Milano e il Cantone dei Grigioni.

Potete leggere l’articolo nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post.

Vi ricordo che la guida “DOL dei Tre Signori”, dopo essere andata esaurita in allegato prima a “L’Eco di Bergamo” e poi a “La Provincia di Lecco”, in queste settimane è a disposizione di escursionisti e amanti dei territori montani nelle edicole valtellinesi e valchiavennasche in abbinamento con il quotidiano “La Provincia di Sondrio”. Inoltre il volume è disponibile e ordinabile in alcune librerie della catena Libraccio delle provincie di Bergamo, Lecco, Brescia, Monza-Brianza, Lodi, Varese, Como e Milano.
Per saperne di più sulla guida cliccate qui, oppure qui per avere ulteriori informazioni su dove trovarla e come acquistarla.

Dunque, ve lo ribadisco ancora una volta e, ora, con il prezioso supporto di “News Prima”: buona lettura e buone camminate lungo la Dol dei Tre Signori!

Land (&) Art #8

Sopra: Massimo Bernardi, Mosaico Astratto; courtesy Galleria il Melograno, Livorno.

Sotto: Favela di Rocinha, Rio de Janeiro, Brasile: immagine tratta da Google Maps.

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.