Gli “illuminati”

Sono convinto da sempre che gli “animali” – che l’uomo definisce così quasi sempre con accezioni di sprezzante superiorità, più che con significato biologico – siano creature ben più intelligenti dei supponenti umani, più sagge, perspicaci, sagaci… più illuminate, insomma. E di questa cosa ne sono ancora più convinto ora che, da più di un anno e mezzo ormai, ho preso alle mie dipendenze Loki con mansioni di segretario personale a forma di cane, il quale, pur tra comprensibili intemperanze giovanili, mi dona di frequente pillole di saggezza canina assolutamente brillanti.

Eccolo infatti qualche sera fa, Loki, mentre riceve un’ennesima “illuminazione”. Chissà da chi e da dove, poi. Da una coscienza animale superiore, da una misteriosa dimensione ultraterrena, da un’avanzatissima razza aliena con la quali gli animali sono in contatto, da qualche entità divina certamente ben più degna di tal titolo rispetto a quelle umane. Mah!

Comunque, una cosa del tutto affascinante, già.

Poi, be’, ecco… in verità sarei curioso anche di sapere chi e cosa abbia “illuminato” Loki per ispirargli questo (e alcune altre simili condotte):

Forse, non so – sono le classiche eccezioni utili a confermare la regola suddetta. Per carità, ci sta: può ben essere che anche tra gli animali nessuno è perfetto – anzi, nessuno è perfettamente illuminato. In fondo, se i così “civili” e “intelligenti” umani si limitassero come i cani a sbrindellare qualche strofinaccio, o cose analoghe, piuttosto di costruire armi di distruzione di massa oppure di spingere il pianeta sull’orlo del collasso ambientale, credo che vivremmo in un mondo migliore. E meglio illuminato, senza dubbio.

L’esame di italiano di quel calciatore (un post particolarmente sarcastico)

[Immagine tratta dal web.]
Mi sono imbattuto qui e là sul web nelle notizie riguardanti la questione di quel calciatore al quale è stato “truccato” l’esame di italiano pur di fargli prendere la cittadinanza per ragioni di ingaggi milionari, nonostante lo stesso «non coniuga i verbi» e «parla all’infinito».

Ora, posto che verso il calcio, i calciatori e le vicende ad essi correlate ho lo stesso interesse che potrebbe avere un boscaiolo dell’Alaska in un corso di portamento per mannequin, sono ben d’accordo che se un tizio non parli l’italiano ad un livello accettabile non possa pretendere di ottenere la cittadinanza. Ma d’altro canto mi chiedo, sarcasticamente tanto quanto obiettivamente: e allora tutti quegli “italiani” che la cittadinanza ce l’hanno dalla nascita e non sono in grado di parlare, scrivere e intendere l’italiano ad un livello accettabile, quella cittadinanza se la meritano pienamente? Se dovessero loro affrontare un esame di italiano, ovviamente privo di sotterfugi e aiutini, come se la caverebbero? Se la vedrebbero confermata, la cittadinanza?

A leggere gli scritti e sentire le parole di non pochi “italiani”, io qualche dubbio al riguardo ce l’avrei, ecco. Senza contare poi l’ipotesi di aggiungere eventuali altri esami sulla conoscenza geografica o culturale dell’Italia: così facendo temo che San Marino finirebbe per avere una popolazione maggiore, già!

Ma forse, appunto, sono solo troppo sarcastico. Chiedo perdono, nel caso.

La fine (prevedibile) di certo turismo alpino

«E voi ancora non avete visto niente… Se vi inoltrerete un po’ nel paese, non troverete più un cantuccio che non sia truccato e pieno di meccanismi come il palcoscenico dell’Opera: cascate illuminate a giorno, contatori all’ingresso dei ghiacciai, e per le ascensioni ferrovie idrauliche e funicolari senza risparmio. Peraltro, la Compagnia, per far piacere alla sua clientela di inglesi e di americani arrampicatori, ha conservato ad alcune montagne famose, come la Jungfrau, il Monaco, il Finsteraarhorn, il loro aspetto pericoloso e selvaggio, nonostante che anche quelle non presentino ormai più pericoli delle altre.»
«Ma i crepacci, caro mio, quei terribili crepacci… Se, presémpio, uno ci cascasse dentro?»
«Cascherebbe sulla neve, signor Tartarino, e non si farebbe niente di male: c’è sempre, laggiù in fondo, un portinaio, un cacciatore o qualche altro che vi raccatta, vi spazzola, vi sbatte e vi domanda con buona grazia: ‘Ha bagagli il signore?’»

(Alphonse Daudet, Tartarino sulle Alpi, 1885, citato in Paolo Paci,  L’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, Corbaccio, 2020, pag.276.)

[Una raffigurazione di Tartarino sulla copertina di una vecchia edizione dell’opera di Daudet pubblicata da Bietti nel 1967; fonte qui.]
Anche Daudet, grazie alle (dis)avventure alpine del suo celeberrimo Tartarino, intuì benissimo – e fu tra i primi a prevederlo con tanta vividezza – la degradante fine che avrebbe (e ha) fatto in molti casi il turismo sulle Alpi. Eppure, ancora oggi in tante località si continuano a perseguire e imporre modelli di turismo che sviliscono la montagna e vi causano danni incredibili – cioè proprio da non credere che possano essere cagionati e che li provochino quelli che si fanno credere i “difensori” dei monti, quelli che “li hanno a cuore”, che li vogliono “valorizzare”… quando invece ne guastano la realtà, il valore, la cultura e qualsiasi buon futuro.

Perché ancora oggi, dopo quasi un secolo e mezzo da quei primi illuminanti moniti e dopo tutto quanto accaduto fino ai giorni nostri, molte zone delle Alpi devono sottostare alle convinzioni, alle opere e alle relative conseguenze di così inopinate e pericolose menti bacate?

Apocalypse Now (al Rifugio Gherardi, sulle Alpi Bergamasche)

Eccoli, sono tornati! Non avevo dubbi che sarebbero ricomparsi!

Chi sono?

Sono quelli che «Ah, noi amiamo e valorizziamo la montagna!» Ah sì? Con gli elicotteri?

Quelli che «Suvvia, una domenica ogni tanto!» ma già nella sola bella stagione in corso l’elenco delle elicotterate si sta allungando… l’anno prossimo quante saranno, e in quanti posti?

Quelli che «raggiungere i rifugi ed esplorare le nostre montagne con l’elicottero significa rispondere adeguatamente alla nuova domanda del turismo 2.0», già, come no, due-punto-zero, con un mezzo rumoroso e inquinante che distrugge qualsiasi relazione culturale con il paesaggio montano – che poi, suvvia, quella dichiarazione lì sopra fa ridere anche senza nemmeno commentarla!

Quelli che «l’esperienza visiva e sensoriale di poter vedere il nostro territorio dall’alto è impressionante!» Ah, bene, allora distruggiamo le vette dei monti, che tanto non servono più! C’è l’elicottero per salire più in alto e vedere meglio, no?

Quelli che «In silenzio, sostando sulle rive del laghetto si può sentire il “respiro” delle montagne» e pensano veramente di essere seri e sembrare credibili, a dirlo pubblicamente.

Quelli che «così in montagna ci possono andare anche anziani e gente che fatica a camminare», ma intanto sulla locandina lì sopra non l’hanno nemmeno indicata, questa possibilità, ben sapendo (più o meno consciamente) quanto sia falsa.

Quelli che, dopo l’elicotterata, «al rifugio troverete pizzoccheri fatti a mano!» Che è un po’ come invitare a guidare l’auto superando tutti i limiti di velocità e passando ai semafori col rosso ma poi fermarsi con tutta calma a lavarla e lucidarla di fino. Una roba senza alcun senso, suvvia!

Quelli che, per di più, credono di rivalutare e salvaguardare in questi modi le montagne, mentre invece le degradano e ne sviliscono la bellezza, la conoscenza, il valore culturale e la consapevolezza ambientale.

Quelli che pensano di portare più gente al proprio rifugio con l’attrattiva degli elicotteri, e invece ne perderanno un sacco. Ad esempio ci sono io, che tante volte sono stato nel rifugio in questione, e che me ne guarderò bene dal tornarci, per parecchio tempo.

Quelli che sono rifugi del CAI, un associazione che si dice “ambientalista”. Eh già, proprio vero!

E poi ci fu quello che, tempo fa, disse:

«Un viaggiatore che parta per la montagna lo fa perché cerca la montagna, e credo che rimarrebbe assai contrariato se vi ritrovasse la città che ha appena lasciato.» [1]

Era Amé Gorret, un personaggio che credo non abbia bisogno di presentazioni per chiunque frequenti i monti, e scrisse quelle parole più di un secolo fa. Aveva già capito come certi “amanti e custodi della montagna” l’avrebbero ridotta, la montagna.

Lo sapranno, quelli del rifugio in questione, chi era l’Abbé Gorret? Sapranno leggere e soprattutto meditare quelle sue parole?

Per il bene presente e ancor più futuro della montagna, c’è solo da augurarselo.

[1] L. Colliard (a cura di), Abbé Amé Gorret: autobiographie et écrits divers, Valtournenche, 1987, pag.145. Citato in E. Camanni, La nuova vita delle Alpi, Bollati Boringhieri, 2002, pag.83.

Quelli che “se la tirano” e Herbert Von Karajan

[Bernstein, Böhm e Karajan. Fonte: Wikimedia Commons.]
Stavo dissertando con un’amica di come, nella società di oggi, la mancanza di talenti, di doti e di capacità sia ormai stata elevata a (aberrante) “motivo” di importanza e prestigio, al punto che più uno “se la tira”, come si dice in tali casi, meno ha ragioni e giustificazioni per farlo. Eppure, viene di conseguenza osannato da tanti, nemmeno fosse un genio, un fuoriclasse, un fenomeno assoluto. La nullità inopinatamente spacciata per valore e imposta come tale, insomma.

A tal proposito, mi torna sempre in mente un classico e divertente aneddoto che sembra fare da necessaria eccezione a confermare la “regola” suddetta, una storiella che narra di come, un giorno, Leonard Bernstein, Karl Böhm e Herbert Von Karajan (tre giganti assoluti della musica classica nel Novecento, inutile dirlo) si ritrovano insieme e si mettono a discutere su chi sia il più grande tra i direttori d’orchestra. La discussione si anima e Bernstein ad un tratto sbotta: «Dio mi è apparso e ha detto che sono io!». Al che Böhm scuote la testa: «Impossibile, è apparso anche a me e ha detto che sono io!». A quel punto interviene Karajan: «Strano, non mi pare di aver mai detto niente del genere!»

Ecco. Mi diverte sempre ricordarla.
Per dire, poi, come cambiano i tempi e le cose del mondo, già.
In fondo l’Olocene, l’era nella quale viviamo definita in modo assai consono anche Antropocene, è pure e non poco il Tipotacene (da Τίποτα, “niente”).