Scoprire il paesaggio all’Accademia Carrara

Una delle chiavi di lettura attraverso la quale si può visitare e apprezzare la collezione permanente dell’Accademia Carrara di Bergamo, che sono tornato a visitare di recente dopo un bel po’ che non lo facevo, è quella con cui cogliervi la comparsa del paesaggio ovvero la sua invenzione.

La prima sala della collezione dell’Accademia infatti ospita opere del tardo Gotico create tra il Trecento e il Quattrocento attraverso gli stili in uso all’epoca. Nella seconda sala e quelle successive si entra nell’arte dal Cinquecento in poi e, nel passaggio tra le due sale, insieme ai visitatori “passa” anche l’invenzione del paesaggio, che da sfondo funzionale ai soggetti ritratti, quasi sempre in primo o primissimo piano, diventa soggetto autonomo o comunque caratterizzante le opere, grazie soprattutto alla produzione artistica dei pittori fiamminghi dalla fine del Quattrocento in poi e, in Italia, alle vedute prospettiche di Leonardo da Vinci. Nei dipinti esposti all’Accademia Carrara questo passaggio, questa autentica rivoluzione culturale ancor più che artistica, è assolutamente evidente e affascinante: osservandone molti, ci si rende ben conto di come le opere perderebbero parecchio del loro valore figurativo senza i paesaggi che vi si osservano, siano essi più o meno definiti, nonché del messaggio che comunicano.

Ugualmente, si può constatare come la scoperta dell’esistenza del paesaggio – che detta così, cioè che ci sia stato bisogno di scoprire il paesaggio, sembra una cosa assurda o paradossale e invece è proprio ciò che allora accadde: non si aveva idea di cosa fosse il “paesaggio”, fino al XV secolo! – abbia meravigliato e intrigato gli artisti dell’epoca, trasformando la gran parte dell’arte da raffigurazione delle persone a rappresentazione del mondo, con dentro l’uomo e la sua civiltà ma non più in qualità di protagonisti assoluti, semmai di comprimari al pari di ogni altro elemento che compone la realtà del mondo, a partire da quelli naturali che spesso diventano preponderanti in forza della loro potenza geografica e simbolica. Fino a che il Romanticismo e l’Impressionismo renderanno compiuta la visione e la concezione del paesaggio mettendo le basi della nostra attuale elaborazione culturale di esso nonché dell’immaginario con il quale lo identifichiamo.

Quello attraverso la scoperta del paesaggio è un piccolo ma affascinante viaggio nel viaggio artistico che l’Accademia Carrara permette di compiere. Non un museo tra i più grandi d’Italia ma, per molti versi, uno scrigno di bellezza artistica e di cultura umanistica di notevole pregio. Andateci a fare un giro, se siete a Bergamo: lo merita senza dubbio.

Un’altra ciclovia qui, un nuovo ponte tibetano là, una seggiovia lassù… che sarà mai?!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
«Che esagerazione!», «La stai facendo troppo grande!», «Mica stanno distruggendo l’intera montagna!» eccetera. A volte, quando scrivo di certe iniziative, opere, progetti che, ragionandoci sopra per quel poco che riesco cercando di coltivare il buon senso e la razionalità, a me (e non solo a me) paiono opinabili, privi di logica e/o impattanti, mi sono state rivolte affermazioni come quelle appena citate.

Be’, le capisco. Che sarà mai una ciclovia lunga un tot di chilometri e larga due o tre metri che attraversa un intero versante montano dove non c’è niente altro? O una cabinovia con la sua dozzina di pali oppure, e ancor più, un esile ponte tibetano o una passerella panoramica, roba che occupa qualche metro quadro di suolo e basta?

Già, uno zero-virgola percentuale di terreno occupato e consumato a fronte di ettari e ettari di montagna intatta, che sarà mai?

Le capisco, sì, come capisco il tizio che al bar, dopo aver bevuto già un po’, sostiene che lui l’alcol lo regge benissimo e dunque si beve ancora un bicchierino, solo uno, ma sì, l’ultimo e poi basta. Che sarà mai? Così quel bicchierino lo rende ancora più brillo e ancora meno capace di reggere l’alcol e ragionare ergo di limitarsi: si berrà un altro bicchiere, poi un altro, poi un altro… e infine collasserà, inevitabilmente. Insomma: capisco che non lo capisce, il rischio che corre e le relative conseguenze.

Di quante cose che hanno rovinato, abbruttito, degradato, distrutto un’infinita di luoghi dove prima c’era poco o nulla, si è detto «Che sarà mai?!» oppure, a chi metteva in guardia dai rischi, «Che esagerato, che catastrofista!»… si sono sminuiti i rischi, si sono sottovalutate le conseguenze a volte in buona fede o per mera “ignoranza” (cioè per non capire realmente ciò che stava accadendo) e altre volte no, in malafede, per inseguire interessi e tornaconti particolari. Fatto sta che, in un modo o nell’altro, i rischi si sono palesati, sono diventati danni e, a forza di «Che sarà mai?!», in certi casi si sono trasformati in veri e propri disastri, difficilmente sistemabili.

Ecco: sarebbe il caso di evitarli alla fonte, questi danni, di evitare quel “bicchierino del che-sarà-mai” il quale invece non è che l’inizio della fine. Magari non sarebbe così, non finirebbe in maniera così disastrosa: ma chi è disposto a correre il rischio e ad assumersene poi le responsabilità? Non è meglio semmai pensare ad altre cose da fare, meno rischiose e pericolose, e non essere così arroganti da risolvere il tutto con il solito «Che sarà mai!», con la convinzione più o meno legittima di essere sempre dalla parte della ragione, del giusto e mai dell’insensatezza e dello sbagliato?

In sociologia esistono varie teorie che descrivono e spiegano perché, spesso, soffriamo della cosiddetta “illusione di infinitezza”, cioè di come ci convinciamo di poter avere a disposizione certe cose all’infinito – dall’ambiente naturale alla sobrietà mentale – e invece no, non è affatto così. Il bicchierino di chi crede di reggere l’alcol e invece no è la ciclovia in più, il ponte tibetano dove prima non c’era nulla, la cabinovia, la strada, il parcheggio, la palazzina e tutto il resto che si piazza in una zona ancora intatta perché «Che sarà mai, tanto di spazio ce ne un sacco a disposizione!». Così realizzata, edificata, installata una prima cosa, se ne piazza un’altra al servizio della prima oppure ancora perché che-sarà-mai, poi un’altra ancora che tanto ci sono già le altre due, poi un’altra, poi un’altra… un altro bicchiere, un altro, un altro ancora fino al collasso. E finché succede all’ubriacone be’, sono affari suoi, ma quando succede alle nostre montagne, al loro ambiente naturale, al paesaggio, alla loro anima, alla relazione culturale, di chi le vive e ci abita, sono affari di tutti perché le montagne sono un patrimonio culturale collettivo, come dice la nostra Costituzione.

Dunque, ribadisco: siamo disposti a correre questi rischi e a mettere in pericolo le nostre montagne? Siamo disposti a cedere la responsabilità della loro tutela a quegli amministratori pubblici che invece accondiscendono a obiettivi e interessi così rischiosi e pericolosi come se sulle montagne non avessero alcuna responsabilità o trascurassero di averne?

Alla Sassella Sondrio fa il dito medio (di cemento e asfalto) a se stessa e al suo paesaggio

Intanto, a Sondrio, la politica locale continua senza sentir ragioni l’iter per il cosiddetto “svincolo della Sassella” (ne ho scritto più volte, qui), una delle “opere olimpiche” non realizzate per i Giochi con la quale si ritiene di migliorare la viabilità cittadina deturpando uno dei luoghi più belli di Sondrio, vero e proprio biglietto da visita storico-culturale per chi giunge dalla bassa Valtellina soprattutto grazie alla presenza del Santuario della Sassella, bene storico-architettonico medievale (ma di probabili origini ancora più antiche) identitario per i sondriesi, meta di una bella e abituale passeggiata dal centro cittadino, dalle cui mura il nuovo svincolo passerà a pochi metri. Circostanza, questa, che ha maturato il netto parere contrario all’opera da parte della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio: «L’intervento è tale da incidere negativamente, in misura che rimane molto sensibile, sui valori paesaggistici espressi dalle presenze antropiche e naturali. L’introduzione del nuovo insieme di manufatti comporta un pesante aggravio della situazione esistente, in quanto produce la saturazione di un’area posta tra l’edificazione e il versante che ne mortifica le visuali e la percezione.»

[Un rendering dello svincolo per come apparirebbe dalla zona del Santuario, i cui primi muri vedete a destra. Immagine tratta da https://primalavaltellina.it.]
Un parere chiaro, inequivocabile, che avrebbe quanto meno fatto riflettere al riguardo ogni soggetto dotato di buon senso: ma ormai sappiamo che, quando vuole conseguire a tutti i costi i propri gretti scopi, la politica italiana se ne frega bellamente di tutto e tutti, buon senso incluso. Il problema del traffico della zona esiste e va risolto ma con logica, efficacia, attenzione, visione territoriale organica, non con un progetto banale fatto di slogan ideologici e qualche rendering strumentale, peraltro di pessima fattura. Un progetto, quello che si vuole imporre, il quale non risolverà un bel nulla ma sposterà solo il problema del traffico altrove lungo la SS38, ma con cui si decide di degradare una porzione di paesaggio locale fondamentale: grazie ai politici locali il nuovo biglietto da visita di Sondrio sarà fatto di cemento, asfalto, traffico più veloce di prima e più rumoroso, di mortificazione del paesaggio cittadino. Il tutto al costo (per ora) di 15 milioni e rotti di soldi pubblici, ovviamente. La “legacy olimpica”, già, pure questa.

[Lo svincolo della Sassella secondo Michele Comi.]
No: in questo modo, con queste iniziative, con un tale pensiero amministrativo, con cotanta assenza di cura per il territorio e di visione politica – qui nel senso più nobile del termine – la Valtellina continua a prendere a calci tanto il paesaggio locale quanto il proprio futuro. Non vi invidio, amici sondriesi, ma comunque vi auguro che possiate beneficiare di cose, opere, iniziative ben migliori e più vantaggiose per la vostra quotidianità nei prossimi anni. E ricordate: il paesaggio che abitate e vivete siete voi, quello svincolo ve lo stanno facendo addosso, sul vostro corpo cittadino, sulla vostra anima urbana. Sappiatelo.

I record dello sci e la neve al Sole

[Foto di Mirosław i Joanna Bucholc da Pixabay.]
Ora che la stagione sciistica 2025/2026 sta per finire, fioccano a destra e a manca le dichiarazioni dei responsabili dei comprensori sui record di presenze, di skipass venduti, di giorni di apertura delle piste, eccetera. Dati formalmente indiscutibili, funzionali al tentativo di consolidare lo sci come un’economia imprescindibile per i territori di montagna, secondo i dettami del “pensiero” della stessa ANEF, l’associazione che raduna gli impiantisti italiani.

Tutto legittimo, sia chiaro. Ma non obiettivo, così come non lo può essere l’analisi di un bilancio aziendale che si basi sui soli ricavi conseguiti o sul volume della produzione, ma si guardi bene dall’evidenziare i costi e tutte le numerose variabili che, in fin dei conti, determinano l’utile o la perdita finali di un’azienda. Cioè quello che innanzi tutto sono i comprensori sciistici: aziende che producono – devono produrre – utili altrimenti finiscono per chiudere. Inoltre, su quei dati dagli aleggiano i soliti fantasmi: la crisi climatica e gli impatti ambientali dell’attività dei comprensori, mai citati se non di sfuggita ed evitando bene di considerarne il portato economico, il quale a sua volta va ad appesantire la sostenibilità finanziaria dei comprensori sciistici. Che non a caso continuano ad avere un bisogno più o meno disperato – dipende dai singoli casi – dell’aiuto pubblico in forma di finanziamenti e bandi, che ne evidenzia il reale stato economico. Ma siccome «Senza lo sci la montagna muore!» – il consueto mantra di ANEF – guai a pensare che i comprensori-aziende possano essere in grado di reggersi finanziariamente in piedi da soli, come di norma accade con ogni altra impresa di natura industriale. L’economia aziendale per loro funziona in modi diversi e ben bizzarri, evidentemente!

In verità, se i dati sull’andamento della stagioni sciistiche, da qualche tempo a questa parte, fossero resi noti nella loro completezza e con un’adeguata contestualizzazione alle realtà territoriali alle quali fanno riferimento, la situazione che ne scaturirebbe sarebbe moooolto meno aurea. Comprendo che gli impiantisti, nella strenua e sempre più disperata difesa delle loro attività, cerchino di nasconderne gli aspetti più spiacevoli e problematici; tuttavia, siccome spesso e volentieri per tenerli così celati si spendono ingenti somme di denaro pubblico che potrebbero altrimenti essere impiegate per molti altri comparti di altrettanto pubblico interesse e utilità per i territori montani e le loro comunità, questo atteggiamento in senso generale sta diventando sempre meno accettabile e, francamente, meno onesto: non tanto da parte degli impiantisti (che in fondo “rispondono” di ciò che fanno solo ai loro bilanci aziendali, giusto o sbagliato che sia) quando dei soggetti pubblici che al riguardo tengono loro bordone, che invece dovrebbero rispondere delle proprie azioni all’intera collettività.

Dunque, come prendere quei dati diffusi dalle stazioni sciistiche che inneggiano a destra e a manca ai “record” della stagione? Be’, esattamente per ciò che sono ovvero da cui “derivano”: come neve al Sole, reale e bellissima da vedere sul momento, suggestiva da raccontare alla stampa ma il cui valore concreto purtroppo svanisce rapidamente – e svanirà così sempre di più, in futuro.

In montagna è questione di buon senso

[Foto di Giovanni Nicolini su Unsplash.]
Studiando i paesaggi montani mi occupo anche del loro ambiente – uno degli elementi fondamentali per fare il paesaggio – ma non oso definirmi “ambientalista”: perché (al netto dell’ottusa strumentalizzazione ideologica alla quale il termine è sottoposto) non credo di avere i titoli per farlo né la necessaria coerenza, e perché in effetti tutti noi siamo l’ambiente, ne siamo parte integrante insieme a qualsiasi altro organismo vivente anche se ce lo scordiamo regolarmente – così ci viene più facile assoggettarlo ai nostri voleri, senza però capire che ogni danno inferto all’ambiente è un atto di autolesionismo. Il nocciolo della questione, dunque, non è essere ambientalisti ma non esserlo: è una specie di alienazione, di estraneità del sé come si dice in psicologia.

Piuttosto, studiare i paesaggi montani e dunque adoperarsi per la salvaguardia dei loro ambienti in quanto parte inscindibile di essi, dal mio punto di vista significa innanzi tutto tutelare il buon senso. Perché in un ambito variamente delicato e complesso come quello montano la presenza dell’uomo è basata da sempre sul buon senso, per motivi talmente ovvi che trovo inutile rimarcare. Lo era in passato e lo rimane anche oggi come lo rimarrà domani e d’altro canto noi Sapiens, pretesi ipertecnologici dominatori assoluti del mondo, in montagna veniamo “rimessi a posto” rapidamente: basta un’esondazione, una frana o una nevicata intensa a dimostrarci totalmente in balìa dell’ambiente naturale e sostanzialmente impotenti. Per fortuna.

La salvaguardia ambientale è un’azione di buon senso alla massima potenza, per ciò che ho detto poc’anzi: il che non significa affatto che nell’ambiente naturale non si possa fare nulla, ma vuol dire che tutto ciò che si vuole fare deve essere basato sul buon senso. E in montagna il buon senso è una somma ponderata di diversi “sensi”, ad esempio:

  • Quello propriamente detto, ovvero la «Capacità naturale, istintiva, di giudicare rettamente, soprattutto in vista delle necessità pratiche». Definizione tanto ovvia e elementare quanto trascurata se non dimenticata, anche perché spesso il buon senso «se ne sta nascosto, per paura del senso comune» (Manzoni, I Promessi Sposi, cap.XXXII).
  • Il senso della vita, del quale l’ambiente, in quanto insieme degli elementi fisici, chimici e biologici nei quali gli esseri viventi vivono, influenzandosi e interagendo a vicenda e con lo spazio circostante, è sul nostro pianeta la manifestazione primaria (perché senza interazione tra specie viventi non ci sarebbe “ambiente” e la vita non avrebbe granché senso).
  • Il senso del contesto, cioè la necessaria consapevolezza dello spazio, del luogo, del territorio con le sue realtà, le peculiarità e le criticità prima di potervi inserire o modificare qualcosa ovvero di decidere cosa farci. È ciò che può rendere qualsiasi opera umana in ambiente consona, adeguata, contestuale al luogo o viceversa che ne denota il carattere alienato, troppo impattante, fuori contesto, a volte degradante.
  • Il senso della misura, chiaramente legato al precedente, con il quale rende, ad esempio, un grattacielo in città un capolavoro architettonico e lo stesso grattacielo tra le montagne un pugno nell’occhio. Ma vale anche – altro esempio – per una funivia dalla capienza troppo elevata, consona al business del suo gestore ma non alla salvaguardia ambientale della vetta montana sulla quale giunge. E quante volte il turismo di massa appare ne più ne meno che come una forma di bulimia patologica a danno dei luoghi e degli ambienti coinvolti?
  • Il senso del limite, a sua volta legato ai due precedenti e, per certi aspetti, loro origine. La “cultura” (virgolette necessarie) del no limits pervade da tempo la nostra società, e se qualche lustro fa sembrava una cosa fighissima, ora molti dei danni conseguenti sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto quando tale cultura venga applicata al consumo delle risorse naturali, dei beni comuni ambientali, del territorio, della sua bellezza (perché anche gli aspetti immateriale si consumano, degradandosi e esaurendosi). Questo vale tanto di più in montagna, ambito che è fatto per sua natura di limiti (la vetta, quello principale), la cui pretesa di superamento genera inevitabilmente conseguenze negative e pericolose.
  • Il (per così dire) sesto senso, cioè la capacità di prevedere e comprendere più o meno istintivamente il portato delle azioni e delle opere umane sull’ambiente nel futuro, prossimo e lontano. Se oggi si fa qualcosa in montagna che apparentemente non genera impatti negativi, quante certezze autentiche ci sono che lo stessa condizione sia garantita anche nel futuro? Nel caso in cui non si abbia la capacità di garantire ciò, molto semplicemente quel qualcosa non andrebbe fatto, perché non si manifesterebbe la facoltà di prevedere e, nel caso, prevenire, le sue eventuali conseguenze negative. Non è prudenza eccessiva, è normalissima saggezza e pure una declinazione del più ordinario istinto di sopravvivenza, in fondo.
  • Il senso civico: già, perché noi siamo ambiente e l’ambiente è parte del paesaggio che a sua volta è compendio di fatti naturali e fattori umani (cioè sempre noi), dunque la cura dell’ambiente è anche una manifestazione «della responsabilità che spinge un individuo a cooperare per il benessere e il miglioramento del mondo in cui vive», quindi anche dell’ambiente. Il che è la definizione di “senso civico” appunto, anche in chiave politica.

Ecco. Buon senso. Ci vuole così tanto a capirlo e manifestarlo? O, per dirla in senso opposto: cos’è che impedisce a molti di non saperlo manifestare e praticare? Forse è ancora il «senso comune» di cui scriveva Manzoni, l’opinione collettiva errata e irrazionale che domina la società e che viene funzionalmente indotta per secondi fini, fatta di convinzioni si autoalimentano specialmente nei momenti di crisi culturale (e il presente per molti versi lo è, un momento del genere) che mette a tacere chiunque provi a ragionare logicamente cioè con buon senso, spingendo invece molti individui a conformarsi per paura di essere o sentirsi isolati.

O forse è solo una questione di interessi, di tornaconti personali, di convenienze particolari, di soldi. Ma è un po’ come pensare di arricchirsi ricavando dei buchi nello scafo di una nave: prima o poi affonderà con tutto e tutti quelli che ci sono a bordo.