Quello deve essere stato uno degli ultimi orsi della regione. Verso la fine del secolo erano praticamente estinti. Lupi e linci ci avevano lasciato la pelle già prima, adesso era la volta degli orsi. Che smania avevano gli uomini di eliminarli. Avevano paura per i loro animali domestici? Per le pecore e le capre che spesso effettivamente erano vittime del loro appetito? O si trattava piuttosto di un impulso irrazionale: eliminare, cacciare, brama di persecuzione, un po’ come certi popoli che possono provare piacere a eliminare dei compatrioti d’altra etnia?
Compatrioti: è assai interessante che Peer utilizzi questo termine per mettere in relazione, seppur indiretta ma senza dubbio emblematica, uomini e orsi. Gli uni e gli altri abitanti degli stessi monti, razze diverse e separate ma ciascuna delle quali ha costruito nel tempo la propria comunità alpestre resiliente, su quei monti, dunque comunque per molti versi accomunate in un’unica “storia geografica” peculiare. Finché, come riflette Peer, l’uomo ha rotto la propria relazione armonica con il resto del mondo naturale autoeleggendosi razza dominante e soverchiante, così da arrogarsi il diritto – impulsivo e irrazionale anche perché dall’uomo ritenuto addirittura “piacevole” ovvero appagante la propria brama di dominio, appunto – di perseguitare, eliminare, cacciare, sterminare altre creature i cui diritti di presenza e di sussistenza su quei monti erano gli stessi, non certo minori o secondari perché generati da una comunità inferiore (anzi!), fino al punto di annientarle totalmente.
Ora, persino considerando la necessità di proteggere i propri animali e le proprie cose o i bisogni sussistenziali, non è sul serio un comportamento terrificante e totalmente folle, quello che troppo spesso gli uomini hanno manifestato, e purtroppo di frequente manifestano ancora, nei confronti dei “compatrioti” viventi nei loro stessi territori?
Da molto tempo non vedevo la prima dimora della mia vita, e in fondo non avevo nessun motivo di venire fin qui dopo tanti anni. Cosa ci faccio a Carolina? Sono venuto quasi per caso, senza aspettative. Non c’è un granché da vedere in un posto così solitario; qui l’Engadina si nasconde, qui non hanno dipinto né Segantini né Giacometti.
Carolina è solo una stazione della Ferrovia Retica, cinque chilometri sopra Zernez, cinque sotto Cinuoschel. In fondo solo una stazione d’incrocio in mezzo al bosco, due binari su pietrisco scuro, quattro case uguali per gli impiegati, ora disabitate; ormai qui ci abita solo un alternativo, e la maggior parte dei treni passa senza fermarsi. Una fontana asciutta e inclinata da una parte al sommo dello spiazzo, un magazzino per materiali e attrezzi, proprio dietro una gola profonda e un grande viadotto. Per il resto solo bosco.
[La stazione di Carolina. Foto di Klaus Kämpfe – ckkaempfe.de, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]Uno degli incipit più belli che ultimamente abbia letto, questo che apre l’opera autobiografica del grande autore svizzero di lingua romancia: delicato eppure intrigante, minimale e al contempo profondamente espressivo nonché in grado, con così poche parole, di tratteggiare vividamente il piccolo mondo alpestre nel quale Il rumore del fiume è ambientato. Un incipit a suo particolare modo “programmatico” e del tutto proporzionato al valore letterario del testo che avvia, del quale a breve potrete leggere, qui sul blog, la mia “recensione”.
Luigi Casanova è presidente onorario di Mountain Wilderness, associazione ambientalista che si è distinta nella difesa degli spazi selvaggi dall’antropizzazione indiscriminata. Casanova di professione è custode forestale in Val di Fassa e Val di Fiemme. Il suo è un punto di vista radicale e combattivo. Nel 2017 ha partecipato al convegno Unesco in Val Pusteria, in cui si lanciò un allarme: i flussi del turismo, entro il 2030, sarebbero aumentati del 30% a livello globale. Attualmente, mi ricorda, l’Alto Adige è visitato da 9 milioni di turisti l’anno, il Trentino da 5 milioni. «Di tutte le proposte nate in quel convegno non è rimasto nulla, nessuna traccia nella riflessione dei politici o del mondo dei partiti che governano le Dolomiti. Poi è avvenuto ciò che è avvenuto l’anno scorso, e tutto si è complicato». Faccio notare a Casanova che ai territori investiti dal flusso di turisti e denaro corrispondono intere vallate spopolate, tra il bellunese e la Carnia. «È vero, da una parte le terre abbandonate, dall’altra le terre “obese” del Trentino, Alto Adige e Cortina, abitate da personaggi pieni di sé: non sanno più dove buttare i soldi, non ne hanno mai abbastanza». Criticare i turisti, mi spiega, non aiuta a mettere a fuoco i veri problemi della montagna. «Quando le strade di penetrazione ai rifugi vengono raddoppiate in ampiezza, quando accanto agli impianti di sci si allestiscono centri con parchi avventure, questa è una scelta e una responsabilità degli imprenditori che vogliono aumentare i profitti continuamente, non del cittadino che poi usufruisce di queste strutture. Hanno addomesticato la gente delle valli, che la pensa come loro e, al massimo, li invidia: siamo noi montanari ad avere perso la cultura del nostro territorio, delle nostre tradizioni. E insieme rischiamo di perdere la montagna. Manca la gestione del territorio, perché si fa fatica a togliere i sassi, tagliare gli arbusti, l’erba. Avere cura della montagna significa tutto questo. Tra dieci anni, quando non ci sarà più nessuno che va a pulire il bosco, le canaline delle strade forestali per mantenere i drenaggi, nessuno che tiene aperti i sentieri, che turismo potranno proporre? La situazione è sfuggita di mano e la trasformazione a cui stiamo assistendo è violenta e veloce, proprio sotto i nostri occhi».
Questo è un brano tratto da un bell’articolo di Nicola De Cilia pubblicato il 1 luglio scorso sull’altrettanto notevole rivista “Gli Asini”, intitolato Una montagna di gente. L’impatto del turismo nelle località alpine; cliccate qui per leggerlo nella sua interezza. Posto tale titolo “programmatico”, l’articolo offre, pur nella necessaria stringatezza, un chiaro panorama della particolare e per certi versi bizzarra realtà turistica alpina divenuta palese a seguito dell’emergenza Covid ma invero già in maturazione da qualche tempo.
È un tema che ho trattato più volte anch’io, qui sul blog e altrove: in particolare in questo articolo, quasi un anno fa, interrogavo me e i miei lettori su come, quanto e perché una tale inopinata invasione turistica dei monti, e delle località alpine in particolare, potesse essere considerata un’opportunità o di contro una calamità. Perché è sicuramente bello che molta gente comune, non avvezza alle alte quote, “scopra” la montagna, la sua bellezza, le sue prerogative, il suo valore; è molto meno bello che lo faccia in maniera assai superficiale, sull’onda di “mode” del momento ovvero di mere e spesso bieche strategie turistico-commerciali, ed è ancor meno bello che da un’esperienza così potenzialmente didattica, illuminante, ravvivante la mente e l’animo, se ne torni a casa senza nemmeno aver capito dove si trovasse, cosa abbia visto e magari con un paio di “originali” gadget «Made in China» in valigia. Come spiega Luigi Casanova in un passaggio del brano sopra citato, spesso c’è di mezzo «una responsabilità degli imprenditori che vogliono aumentare i profitti continuamente», i quali «hanno addomesticato la gente delle valli, che la pensa come loro e, al massimo, li invidia». Invece, i primi custodi della montagna, non solo dal punto di vista politico, amministrativo, economico e quant’altro ma, soprattutto, dal punto di vista culturale, sono i montanari. Sembra un’ovvietà, questa, e invece non lo è. D’altro canto chi per primo ha il dovere e il diritto di far comprendere la bellezza e il valore delle montagne se non chi le abita, magari da secoli? Le montagne non vivono con il turismo, come la politica vuole far credere per basare su ciò un gran giro di denari e di interessi particolari: vivono grazie a chi le vive, e solo se qualcuno le vive e lo fa a fondo e consapevolmente possono vivere anche di turismo, un turismo che le aiuterà a costruirsi un buon futuro e che in questo modo non diventerà il sipario che inevitabilmente e definitivamente calerà sul loro paesaggio, come in molti luoghi sta accadendo.
Come ribadisco, è un momento di potenziale opportunità o di possibile disastro e il limite tra questi due futuri prossimi è sempre più sottile e fragile: dobbiamo agire per ampliarlo e rinforzarlo il più possibile, prima che sia troppo tardi.
Gasperino: …Ma che li tieni tu li conti? Amministratore: Sono il suo umilissimo amministratore signor Marchese… Gasperino: E fammeli vedé ‘sti conti. Quanto spennemo dentro ‘sta casa? Amministratore: Ma perché? Non si fida di me? Sono generazioni che amministriamo la sua famiglia… prima mio nonno, poi mio padre e adesso io… Gasperino: Ma che t’offenni? Per esempio, quanto ‘o pagamo er carbone? Famme sapè. Amministratore: Mmmh il carbone… Gasperino: Il carbone! Quanto ‘o pagamo? Amministratore: E che possiamo pagare… Gasperino: E che possiamo pagare? Quanto ‘o pagamo? Amministratore: Sette paoli il quintale. Gasperino: E ‘a carbonella? Amministratore: Quattro. Gasperino: E le fascine, pe’ accenne er foco? Amministratore: Cinque a dozzina. Gasperino: E ‘a legna? Amministratore: E quella non la compriamo, viene dai nostri boschi… la vendiamo. Gasperino: E quanto ce famo? Amministratore: Dieci al quintale. Gasperino: ‘O vedi che semo coijoni! Ma come, compramo tutto a tre volte il prezzo corente e solo ‘a legna ‘a vennemo alla metà?! Dice nun me fido… Ho fatto bene a vedé i conti… artro che. Se tu me freghi qui, me freghi su tutto! Perciò sei un ladro; sei ladro tu, tu padre e tu nonno e io ve licenzio a tutti e tre. Aspetta ‘n pò, prima da fa’ fagotto dimme na cosa… Ma quer vinello che se semo bevuti giù a tavola, ma che ‘o famo noi? Amministratore: Si signore, viene dalle vigne del Mascherone… Gasperino: Siii?!? E quanto ce n’avemo? Amministratore: Parecchie botti di quello nuovo più quello vecchio imbottigliato. Gasperino: E ‘ndo stanno tutte ste botti e ste bottije… ortre che a casa tua? Amministratore: Giù in cantina. Gasperino: Allora io vado in cantina e tu te ne vai affanculo, brutto ladro.
Della serie: vizi atavici di un paese senza speranza (con possibile soluzione, ad aver gli attributi di praticarla. Ad averli, già – altro vizio, anzi, altra pecca…).
Il concetto di “bello” è senza dubbio uno dei più indefinibili e per questo (ma non ineluttabilmente, spesso semmai per ignoranza generale del suo valore) dei più distorti tra quelli che utilizziamo per definire il mondo in cui viviamo attraverso l’immaginario comune proprio della nostra cultura condivisa – o di ciò che riteniamo tale. John Cage ha ragione: se ci fermassimo a riflettere – con adeguata cognizione di causa, ovvio – sul perché certe cose le consideriamo “belle” e di contro certe altre “brutte”, probabilmente non sapremmo rispondere se non attraverso opinioni parecchio banali e vuote. Ciò appunto perché, io credo, di fronte al “bello” e al “brutto” ragioniamo per meri stilemi di un immaginario che assumiamo meccanicamente in quanto parte integrante del modello culturale primario sul quale basiamo la considerazione del nostro mondo. Certamente questi stilemi sono in parte giustificati e giustificabili da una genesi storica, filosofico-estetica, antropologica che fornisce loro un valore logico e apprezzabile ma sovente risultano invece del tutto artificiosi e campati per aria, imposti in base a ideali funzionali a certo marketing e ai relativi tornaconti.
E se per avviare quello che a mio parere è un necessario processo di riscoperta e rivalorizzazione del concetto di “bello” e “brutto” (sarà per questo che la bellezza non sta affatto salvando il mondo, come sosteneva il dostoevskijano Principe Myškin?) dovessimo innanzi tutto mettere in discussione, almeno con noi stessi e nelle nostre personali convinzioni, ciò che crediamo e riteniamo “bello” e ciò che dichiariamo “brutto”? Un po’ come, nel principio, dichiarava Nietzsche (in Umano, troppo umano, 1878) riguardo la fede nella verità, che comincia col dubbio in tutte le verità finora credute. Ecco, così.