La geografia è pericolosa

La geografia è pericolosa, perché non mente. La geografia rende liberi, invita all’esplorazione, alla scoperta, alla realizzazione di un legame più forte con tutto ciò che sta intorno a noi. Per questa ragione una relazione primaria e fondamentale è stata trasformata, per una larga maggioranza dell’umanità inurbata, in un coacervo di paure e istinti aggressivi, inevitabilmente destinati a scaricarsi sul territorio in forma di prevaricazione, noncuranza, distacco: una relazione che tanto somiglia a quel criceto che invece di procedere resta immobile correndo nel cerchio, e che a sua volta si riflette nell’impoverimento dell’alfabeto emozionale dell’immaginario individuale e collettivo.

(Davide SapienzaIl Geopoeta. Avventure nelle terre della percezioneBolis Edizioni, 2019, pag.13.)

Il delitto perfetto (delle librerie di Roma)

(Foto di Matteo Abati, tratta da https://www.teatroecritica.net/2018/08/98238/)

Qualche giorno fa Claudio Morici ha pubblicato un “pezzo” su Internazionale dal titolo Il delitto perfetto, indagini sulla chiusura delle librerie a Roma che già risulta programmatico circa i contenuti offerti, col valore aggiunto del punto di vista assolutamente vivido e sagace dello scrittore romano (che “conosco” anche per aver letto questo suo libro).

Vi invito a leggerlo nella sua interezza (cliccate sull’immagine di Morici in testa al post per farlo) perché è estremamente interessante, e aiuta a far capire come funziona l’editoria contemporanea (spoiler: abbastanza male) e come ciò vada a coinvolgere quell’elemento socioculturale (oltre che economico, ovviamente) fondamentale per ogni comunità civica che è la libreria – quella vera, voglio dire, non quelle che sembrano supermercati.

Qui copio/incollo un breve estratto, che per quanto mi riguarda trovo assai significativo circa “lo stato dell’arte” sul tema. Il resto, come detto, lo potete leggere su Internazionale.

Il fattore stupidità
Credo che le librerie, come i libri, come le biciclette, come le gite al mare e gli adolescenti megalomani come me che rubano libri pensando di avere ragione, non moriranno mai di vecchiaia. Quello che ho capito in questa piccola indagine, è che non c’è un unico assassino. Le piccole librerie romane stanno morendo per un insieme di fattori. Sono bombardate da questi fattori. Arrivano fattori terra-aria, fattori a grappolo, fattori che pensi che sia una penna, la tocchi e ti esplodono in faccia.
E purtroppo in pochi le difendono, questo è il vero problema. Se vogliamo trovare un unico nemico direi che è sempre lo stesso, da anni, da secoli, il nemico dei libri e delle librerie. La stupidità.
Un caso esemplare è quello di Claudio Madau, 37 anni, libraio di Roma. È stato premiato dal presidente della repubblica Sergio Mattarella perché “esempio di civiltà”. È diventato una specie di eroe nazionale insieme ad altre 33 persone perché si è inventato “Dottor libro”: presentazioni di libri organizzate in ospedale.
Il 5 marzo scorso, quando gli hanno dato la medaglia – con la cerimonia, le telecamere dei tg e tutto il resto – chissà se hanno anche capito che la sua libreria, proprio accanto all’ospedale San Giovanni, ha chiuso da tempo. In due anni e mezzo di lavoro estenuante, senza aiuti, senza finanziamenti, hanno provato a vendere libri e a dare “esempi di civiltà”, ma non guadagnavano niente. E qui volevo inventarmi una bella battuta per sdrammatizzare la loro situazione, ma forse è meglio astenersi.

I libri godono di vita eterna

C’era come la sensazione che mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godono di eternità. Quand’ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca a Reykjavik, Valladolid, Vancouver.

(Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, traduzione di Elena Loewenthal, Feltrinelli, 2003.)

In Piazza del Sole

Recatevi, una sera limpida di tardi autunno, poco prima che venga notte, in Piazza del Sole; fermate i passi di qua del cerchio luminoso entro cui continua la vicenda degli uomini; guardate, di fronte, la gran massa cupa compatta della rupe, si cui sta, affilato come in un’attonita attesa, il Castello d’Uri: nell’intenta contemplazione accoglierete nell’animo una voce intensamente segreta e, malgrado il muto urto del tempo, consolante.

(Giorgio Orelli, Pomeriggio Bellinzonese e altre prose, Edizioni Casagrande, 2017, pag.13-14.)

Se l’esperto oggi non esperisce più

In diversi ambiti è in atto una tendenza che mette in discussione o non riconosce l’importanza del ruolo dell’esperto, trattando competenze e conoscenze specifiche al pari di opinioni qualsiasi e quindi valevoli l’una quanto l’altra. […] Già Edgar Morin e Norberto Bobbio hanno concepito il ruolo dell’esperto non tanto come colui che possiede certezze, conoscenze, competenze solide, stabili e permanenti, piuttosto come qualcuno che individua bisogni, pone domande e dubbi. Qualcuno che tratta la conoscenza ben sapendo quanto sia immenso e illimitato ciò che non conosce. I fenomeni in atto richiedono una ridefinizione del ruolo dell’esperto, degli strumenti di lavoro, delle metodologie, delle relazioni. Un rischio odierno, all’opposto, è la tendenza all’iper-specializzazione del sapere, che porta alla frammentazione sempre più specifica della conoscenza. Dall’urbanistica alla antropologia, dalla medicina alla cultura, dalla biologia alla psicologia, dall’economia all’informazione, le modalità per cercare di rispondere a tali problematiche stanno nella necessità di “legare le conoscenze separate, compartimentate, disperse” (Edgar Morin, 2018). Solo la connessione tra le conoscenze può infatti tener conto della complessità dei problemi e solo la consapevolezza della loro interrelazione può indicare soluzioni efficaci.

(Francesco De Biase – nella foto qui a lato -, saggista e dirigente pubblico del Comune di Torino, riflette su cause e conseguenze della crisi che sta investendo il ruolo dell’“esperto” nel tempo contemporaneo, in qualsiasi area del sapere, nell’editoriale di Artribune #44. Un argomento intorno al quale per altre vie mi sono trovato di recente ad avere a che fare e sul quale ho meditato: senza dubbio rappresenta una questione di cruciale importanza riguardo la produzione, la gestione e la diffusione di cultura nella società di oggi, ove a fronte di una disperato bisogno di contenuti culturali di elevata qualità – in ogni ambito – si assiste troppo frequentemente a delegittimazioni della cultura, di chi la produce e del suo fondamentale valore sociale e politico. Potete leggere l’interessante testo di De Biase al completo cliccando qui.)