(An)Notare ciò che altri non notano

La relazione tra immagina­zione e territorio è l’esplorazione della poetica di una vita da scrittore, l’atto di scrutare dove tutti gli altri sono passati senza notare altro che spazio o oggetti.

[Davide Sapienza, I Diari di Rubha Hunish (Redux), Lubrina Editore, Bergamo, 2017, pag.205.]

Trovo molto bella questa definizione di Davide Sapienza sull’atto della scrittura letteraria in relazione al territorio, ovvero al mondo, ai luoghi, ai paesaggi dei quali si scrive. Lo scrittore è un autore, e l’accezione originaria di tale vocabolo è “accrescitore”: lo scrittore deve essere colui che nota ciò che gli altri non constatano, dunque colui che attraverso la propria scrittura, e la narrazione che vi scaturisce, accresce la realtà a cui fa riferimento ovvero il citato “territorio” – sia esso spazio fisico o ambito immateriale, ne arricchisce il senso, il valore, la sostanza, lo spettro dei significati, mettendo il tutto a disposizione del lettore e da esso tutto fruibile.
Ciò rimette al centro della questione “scrittura letteraria” qualcosa che io ritengo del tutto fondamentale: bisogna scrivere quando si ha qualcosa da dire e da comunicare, e qualcosa che sia nuovo dacché frutto del proprio ingegno (“L’arte o è plagio o è rivoluzione”, diceva Gauguin), dunque che possa accrescere il bagaglio culturale e/o emozionale del lettore, accrescendone la conoscenza della realtà che ha intorno – anche in riferimento a opere di fantasia, ribadisco. D’altro canto anche la fantasia è un territorio da esplorare, esattamente come lo spazio fisico – anzi, le due esplorazioni devono procedere in consonanza. Da qui nasce la poetica, da qui si genera quella visione aumentata del mondo che ogni autore, ma in fondo qualsiasi individuo, dovrebbe sapientemente coltivare.

P.S.: cliccate sulla copertina del libro per leggere la personale recensione de I Diari di Rubha Hunish.

GeographicArt #3

(Cliccate qui, per capire meglio perché vi proponga carte geografiche.)

#3: Nicolaus Germanus, Cosmographia Claudii Ptolomaei Alexandrini, 1467.

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La cosmografia tolemaica dell’Italia elaborata dal cartografo tedesco Nicolaus Germanus (che per inciso fu il primo nella storia ad aver raffigurato la Terra come un globo), pubblicata nel 1467, è probabilmente una delle prima carte geografiche basate sul metodo di rappresentazione cartografica di Tolomeo che raffigurano l’Italia come unità geografica singola, separata dal resto del territorio europeo. Mappe come questa, dunque, hanno rappresentato un elemento solo apparentemente “scontato” e invero assai importante nella definizione dell’entità e dell’identità geopolitica italiana nel corso dei secoli.

Di antiche storie scritte “sul” Monte di Brianza

Questa volta io e Loki, il mio fidato segretario personale a forma di cane – sempre più abile nella sua mansione di «scovavecchisentieri» -, siamo andati a leggere antiche narrazioni di paesaggi antropici inscritti con caratteri selciati di vario stile sulle “pagine” del libro-Monte di Brianza, lì dove le prime propaggini prealpine si innalzano tra la pianura alto-milanese e la valle dell’Adda, le cui acque da poco uscite dal Lago di Como fluiscono verso Sud.

Anche qui, a poche centinaia di metri in linea d’aria da strade ipertrafficate e abitati rumorosi, boschi giovani ma già orgogliosamente rigogliosi nascondono e sovente inglobano nel proprio manto virente innumerevoli segni umani che oggi raccontano – a chi sa coglierle – di relazioni ormai dimenticate degli abitanti di queste zone con il monte e i suoi fianchi i quali, sempre aguzzando la curiosità e lo sguardo per intrufolarsi tra le ramature ombrose e i fitti cespugli, rivelano la presenza frequente di terrazzamenti e altri adattamenti che l’uomo ha invocato alla montagna e la montagna – d’altro canto qui del tutto bonaria e quasi del tutto priva di precipitevoli rudezze più classicamente alpestri – per secoli ha concesso.

Poi, anche qui come in innumerevoli altri posti, tutto è cambiato: per fortuna (forse) per gli abitanti, purtroppo per la montagna, che da inseparabile sodale di esistenza e resilienza quotidiana è diventata quasi del tutto estranea, all’improvviso lontana, quasi temuta con questi suoi boschi ora così densi e ombrosi da sembrare diffidenti verso chi ora li penetra.

Ma quassù, se pur a molti questo luogo suscita ormai un che di selvaggio, in verità c’è ancora un paesaggio, diverso da com’era un tempo ma nemmeno troppo. Il libro-territorio ha pagine polverose e un po’ sgualcite sulle quali tuttavia si possono ancora leggere piuttosto bene molte scritte, numerose narrazioni, diverse storie stese sul monte come sul tempo che raccontano il paesaggio e che consentono al viandante di farne parte, anche solo per qualche momento. Trovo sempre affascinante constatare la realtà di questi luoghi nei quali la Natura s’è rapidamente ripresa lo spazio che aveva concesso all’uomo, il quale in origine glielo aveva richiesto, a volte anche in modo pressante e poi, nel giro di breve tempo, ha deciso di disinteressarsene. Affascinante è il contrasto tra il bosco rigoglioso che ammanta la gran parte del monte e di primo acchito suscita sensazioni di vigorosa selvatichezza inglobando rapidamente ogni cosa, come se fosse lì da secoli, e la presenza comunque ancora lampante di tantissime tracce umane che raccontano d’un passato assai meno selvatico, appunto. Come la bellissima mulattiera selciata che io e Loki abbiamo seguito: nella prima parte assai deteriorata al punto da poter essere confusa con l’alveo di un ruscello in secca (ma che tale ritorna a essere nel caso di forti piogge, temo), la mulattiera rivela se stessa e la propria storia penetrando sempre più nel bosco e salendo in quota, quando comincia a diventare visibile l’artificialità della disposizione delle pietre che spuntano dal terreno le quali poi si conformano in una selciatura ormai evidente e particolare, diversa rispetto a quelle che si possono riscontrare a solo pochi km di distanza sui monti dell’altra sponda della valle dell’Adda (storicamente un altro mondo, tuttavia, che il fiume ha diviso politicamente e sotto certi aspetti anche culturalmente per molti secoli) e con peculiarità a volte insolite – come l’improvviso cambio di tipologia di selciato che si vede bene in una delle immagini che vi propongo qui.

Poi, la mulattiera – le cui origini, al di là della selciatura oggi visibile, sono sicuramente antiche, visto che porta a un nucleo abitato già citato su documenti dell’anno 1085, sbuca nel bosco e giunge nei pressi della propria meta, a suo modo del tutto emblematica rispetto – ovvero in antitesi – all’itinerario appena percorso e altrettanto parossistica riguardo la relazione tra l’uomo contemporaneo e la montagna che si è sviluppata dal dopoguerra in poi, quando l’ambiente naturale è spesso diventato uno mero strumento da sfruttare per ricavarne interessi e tornaconti del tutto avulsi dal contesto geografico, dalla sua storia e dal patrimonio culturale che il paesaggio conserva. Sto parlando di Consonno, sì: forse uno dei primi non luoghi in altura nel senso più significativo della definizione (quando la definizione non esisteva ancora, peraltro). Ma in effetti questa è un’altra (non) storia, ecco.

Il paesaggio contiene tutto

[Foto di Jonny Gios da Unsplash.]

Ogni linguaggio con cui si esprime il paesaggio è alla fine il linguaggio della società che lo ha segnato, lo ha fatto proprio, lasciandovi il marchio del proprio passaggio. Ciò nei modi pertinenti al proprio modo di produzione, che ha nel territorio e nelle sue risorse uno dei suoi termini fondamentali. Come si comprende, non tutte le complesse elaborazioni interne di una società trovano la loro proiezione nel paesaggio; ma è vero che il paesaggio racconta sempre una società, i suoi rapporti interni, le sue dinamiche demografiche, i suoi squilibri sociali, le proprie capacità tecniche, il proprio culto per la natura, e persino la propria fede religiosa, il suo modo di fare poesia, i propri modi di autorappresentarsi e rappresentare il mondo, ecc. Il paesaggio alla fine contiene tutto, tutte le verità che le società umane sanno inscrivere in esso e raccontare. Non solo, ma in una visione del mondo come quella che la scienza oggi ha messo insieme si può dire che tutto ciò che resta di una società, come di altre specie viventi, è quel poco che precipita negli strati geologici (l’archeologia in fondo riguarda il breve periodo di tempo relativo alla storia dell’uomo), scanditi secondo ritmi di milioni di anni e dai quali ci divide una sorta di muro del suono, di discontinuità rispetto ai ritmi della storia umana.

[Eugenio TurriIl paesaggio racconta, saggio presentato al convegno della Fondazione Osvaldo Piacentini a Reggio Emilia nel marzo del 2000. Qui trovate alcuni degli articoli che ho dedicato a Turri, una delle figure fondamentali per chiunque si occupi e s’interessi di paesaggio, geografia e relazioni tra uomo e ambiente. Nell’immagine in testa al post vedete il Castlerigg Stone Circle, nell’Inghilterra nord-occidentale, uno dei più importanti siti archeologici megalitici d’Europa: per saperne di più cliccate qui.]

 

Il mondo salverà il mondo #18

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#18: Ivan Konstantinovič Ajvazovskij, Da Mleta a Gudauri, 1868.