Un’impressione

Ci sono certe volte che sono lì a casa a fare cose e mi si avvicina Loki, il mio segretario personale a forma di cane, si siede di fronte a me e mi guarda fisso, come se da un momento all’altro – mi viene da pensare – debba mettersi a parlare e dire qualcosa del tipo:

«Anche quel senso della verità, che in fondo è il senso della sicurezza, voi uomini l’avete in comune con noi animali: non ci si vuol lasciar ingannare, non si vuol esser tratti in errore da noi stessi, si presta un diffidente ascolto all’esortazione delle proprie passioni, ci si domina e si rimane in agguato contro se stessi; tutto questo l’animale come me lo comprende parimenti all’uomo, anche in noi il dominio di sé si sviluppa dal senso del reale, dalla saggezza. Parimenti l’animale osserva gli effetti che esercita sulla rappresentazione di altri animali, e da lì noi impariamo a rivolgere il nostro sguardo indietro su noi stessi, a considerarci «oggettivamente»; così abbiamo il nostro grado di autocoscienza. Noi animali giudichiamo i movimenti dei nostri nemici e amici, impariamo a memoria le loro peculiarità, su queste ci regoliamo: verso individui di una determinata specie rinunziamo una volta per tutte alla lotta e così, nell’avvicinare alcuni tipi di animali, indoviniamo l’intenzione di pace e di accordo. Gli inizi della giustizia, come quelli della saggezza, della moderazione, del coraggio, – in breve tutto ciò che voi definite virtù socratiche, è di carattere animale: una conseguenza di quegli istinti che insegnano a cercare il cibo e a sfuggire ai nemici.»*

Ecco, ho proprio quest’impressione, che Loki mi possa fare un discorso del genere, quando mi guarda in quel modo così fisso e (io penso) profondo.

Invece no, se ne resta lì a osservarmi in silenzio e per tale motivo a me il dubbio su quello che vorrebbe o potrebbe dirmi, peraltro condito da un certo vago imbarazzo, rimane.
Già.

Consigli buoni per tutta la vita

In queste pagine faccio dell’ironia sui miei genitori, ma ciascuno di loro mi ha insegnato cose che mi sono state utili per tutta la vita. Mio padre: quando compri un giornale all’edicola, non prendere mai quello in cima. Mia madre: l’etichetta dei vestiti va sempre dietro.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.29.)

Noi e gli animali

Più passa il tempo e più noi umani arriveremo a dimostrare, anche scientificamente e non solo etologicamente (l’esempio proposto dall’immagine qui sopra – fateci clic per saperne di più – è solo l’ultimo di una serie già lunga), che come e noi e forse più di noi gli animali hanno intelligenza, perspicacia, razionalità, consapevolezza di sé, sensibilità, carattere, emozioni, umori, stati d’animo, sogni, fantasie e ogni altra cosa che, con la solita e parecchio miope presunzione, crediamo siano solo nostre prerogative, di noi razza “dominante”. Capiremo che ogni animale possiede quelle doti, probabilmente in forme diverse dalle nostre – cosa che ce le rende difficili da comprendere, insieme a quella nostra superbia – ma con paragonabili valenze, capiremo che anche loro, in modi assai strutturati come i nostri, pensano, riflettono, meditano, almanaccano, decidono, discutono, amano, odiano, gioiscono, sperano, soffrono, si divertono eccetera, magari scopriremo pure facoltà intellettive e psichiche che nemmeno immaginiamo persino nelle creature che riteniamo più primitive e “banali” (tipo le seppie, appunto) o altre prerogative imprevedibili e incredibili. È solo una questione di tempo, di studio scientifico e di maggior sensibilità nei loro confronti ma, io credo, arriveremo a quella conoscenza compiuta.

Ma quando ci arriveremo, ora io mi chiedo, che faremo noi umani? Sapremo riequilibrare la nostra razza, il ruolo e la presenza nel mondo abitato rispetto a tutte le altre creature? Avremo la capacità di ammettere l’insussistenza della nostra presuntuosa superiorità dominante e di relazionarci con gli animali – tutti gli animali – in un modo finalmente e naturalmente armonioso?

Oppure, se mai conseguiremo quella conoscenza scientifica riguardo i nostri coabitanti, su questo pianeta, non sapremo fare nulla di tutto ciò, la ignoreremo per ottusità o per strafottenza e continueremo a crederci superiori, più intelligenti, più progrediti ergo ineluttabilmente dominanti? O, ancora peggio, ci sentiremo addirittura minacciati dagli animali, così “simili” se non superiori a noi, e diventeremo ancor più crudeli di quanto – per motivi opposti – già non siamo con essi?

Che faremo, insomma?

In tal caso, forse non solo ai posteri avremo da domandare l’ardua sentenza.

Banksy, Reading

In effetti, a prescindere dal giochetto circa la sua identità nascosta o da altre simpatiche (e furbe) speculazioni, Banksy è forse oggi l’unico artista di fama che possa realmente fregiarsi del termine col suo senso pieno e assoluto: ovvero non solo colui che opera nel campo dell’arte come creatore o come interprete, possibilmente di opere di pregio e ingegnosità rimarcabili, ma ancor più colui che è capace di interpretare la realtà e le cose umane con sguardo alternativo, innovativo, rivoluzionario, magari pure sovversivo ma nel modo più virtuoso possibile, e con capacità espressive generalmente comprensibili da chiunque. In base a tutto ciò, dunque, Banksy è il solo artista capace di andare anche oltre quel termine e la sua dimensione, diventando una figura storica fondamentale nel panorama socioculturale – ergo politico – internazionale, ben più che tanti altri personaggi pubblici e autorità politici di identità mediatica assoluta (ancorché del tutto forzata)  e inversamente proporzionale al loro valore storico. Basti constatare infatti la eco mediatica di ogni sua nuova realizzazione, ovunque appaia: come o forse più di quella suscitata dai “grandi” leader politici mondiali – e molto più giustificata, per giunta.

Insomma: Banksy rules, ever and ever!

P.S.: cliccate qui per saperne di più sull’opera apparsa a Reading, dall’articolo relativo su “Artribune” (dal quale ho tratto anche le immagini).