Il paesaggio è nulla

[Henri de Toulouse-Lautrec, “M. Fabre, Officier de reserve”, olio su tela, 1891, Buenos Aires, Museo Nacional de Bellas Artes: uno dei rari dipinti di Toulouse-Lautrec che ritrae un “paesaggio”.]

Non esiste che la figura, il paesaggio è nulla, non dovrebbe che essere un accessorio. Il paesaggio dovrebbe essere usato solo per rendere più intelligibile il carattere della figura.

(Henri de Toulouse-Lautrec, citato in Douglas Cooper, Toulouse-Lautrec, Edizione d’Arte Garzanti, Milano, 1963, pag.6.)

Trovo molto interessante questa citazione del grande Toulouse-Lautrec in quanto del tutto contestuale alla sua peculiare arte, così capace di raffigurare la comédie humaine del suo tempo che viveva nel chiuso delle sale da ballo, dei casino o delle case d’appuntamento parigine, quasi sempre di notte e praticamente mai all’aperto, costruendo così un immaginario ambientale che non aveva bisogno di “paesaggi” ma, nel caso ve ne fosse qualche accenno, li rendeva funzionali e accessori ad esso. Altrettanto interessante, riportando le parole di Toulouse-Lautrec all’interno di un punto di vista “paesaggistico” e partendo dall’assunto che ho appena rimarcato, è che il principio “anti-paesaggio” espresso dal grande pittore francese è in fondo simile a quello che sta alla base dello sfruttamento dei paesaggi a scopo turistico, resi ugualmente funzionali e accessori a una fruizione meramente ludica, da comédie humaine contemporanea. Con una differenza, però: il godereccio popolo notturno ritratto da Toulouse-Lautrec non ricercava nemmeno il paesaggio, anzi, in qualche modo lo riteneva superfluo e lo sostituiva con i luoghi del divertimento cittadino; l’altrettanto godereccio (per così dire) popolo turistico contemporaneo invece pretende un paesaggio che faccia da sfondo alle proprie attività ludiche, ma lo usa come fosse similmente un luogo di mero divertimento, una scenografia senza senso ne forma e con solo una forzata sostanza ricreativa, facendone di fatto qualcosa di parimenti superfluo. Ah, be’, ce n’è pure un’altra, di differenza: almeno allora c’era un mirabile artista come Toulouse-Lautrec a fissare il tutto sulla tela e sulla carta in dipinti e disegni memorabili; oggi invece ci sono dei banalissimi smartphone e l’immagine evanescente dei social, a fare ciò.

In verità, oggi, dalle scienze umane e della Terra è risaputo il contrario di quanto affermato dal pittore francese: le figure umane, con la loro presenza e la relativa relazione, sono quelle attraverso le quali si può rendere più intelligibile il paesaggio. E pure, a ben vedere, nel paesaggio inteso come rappresentazione culturale del territorio l’uomo non è che un accessorio. Che può generare (ovvero concepire e significare) il paesaggio, certamente, ma che, se non è in grado di compiere tale azione culturale, non è affatto indispensabile a esso.

Ultrasuoni #13: The Dandy Warhols

[Foto © Chad Kamenshine, dalla pagina facebook della band.]
A volte il mondo musicale è assai “bizzarro”: offre il più grande successo a gruppi e cantanti a dir poco mediocri (la maggioranza, oggi – parere personale, ovviamente) mentre permette che piccoli/grandi gioielli pienamente dotati di talento, tecnica, classe e altre simili doti restino nascosti e ignorati. Poi, in alcuni casi, tali gioielli nascosti diventano di colpo “famosi” ma, paradossalmente, comunque restano sconosciuti ai più.
Prendete i The Dandy Warhols, ad esempio: li conoscete tutti (o quasi) per questa canzone la quale, tuttavia, probabilmente non sapete che è un loro brano e dunque credo che comunque continuiate a non conoscerli granché; eppure la band di Portland è tra quelle che, pur in mezzo a cose scialbe e discutibili, come poche altre ha sempre avuto la capacità di scrivere brani che erano (e sono) delle hit perfette, da primi posti nelle top ten di tutto il pianeta dacché dotate di un appeal commerciale semplicemente irresistibile, come e ben più che quel suddetto celeberrimo brano ultramediatizzato. Prendete ad esempio un album abbastanza poco considerato come This Machine, del 2012, e beccatevi in rapida sequenza – come li si ascolta nella track list – due brani come The Autumn Carnival:

e la seguente Enjoy Yourself:

Oppure fate un salto indietro nel tempo – per comprendere come quelle facoltà i The Dandy Warhols le abbiano da sempre – e ascoltatevi un brano come Not If You Were the Last Junkie on Earth tratto da The Dandy Warhols Come Down, album del 1997:

A mio parere, delle hit potenzialmente perfette, appunto – e sono solo alcuni buoni esempi tra tanti.
Ecco, ribadisco: i The Dandy Warhols (il quale peraltro è un nome assolutamente geniale!) avevano una forza e un appeal commerciale infinitamente maggiori della gran parte degli “artisti” musicali che in questi anni hanno scalato le vette delle classifiche. Eppure, ci ricordiamo solo di quel “famigerato” brano senza (quasi) nemmeno conoscere il loro nome di chi l’ha creato.

Proprio strana a volte la musica, già.

Lawrence Ferlinghetti

…L’universo trattiene il suo respiro
C’è silenzio nell’aria
La vita pulsa ovunque
La cosa chiamata morte non esiste.

(Da Un mucchio di immagini spezzate in Poesie. Questi sono i miei fiumi (Antologia personale 1955/1993) Newton, Roma 1996, traduzione di Lucia Cucciarelli, pag.53.)

Clic.

Snatch – Lo strappo

Ho rivisto Snatch – Lo Strappo, di Guy Ritchie.
Rivisto, già, perché dopo aver visto l’ultima pellicola dell’ex Mister Madonna, The Gentlemen, mi è tornata la voglia di rivedere quel film visto in sala all’epoca dell’uscita, ormai venti e più anni fa, del quale serbavo un piacevolissimo ricordo.

Be’, anche dopo due decenni riconfermo quel piacere di visione: in Snatch – versione all’ennesima potenza del già divertente predecessore Lock & Stock – Pazzi Scatenatitutto o quasi gira alla perfezione, il ritmo è sovente tiratissimo, il plot narrativo si dipana senza alcun intoppo e le varie sotto-storie (una peculiarità del regista inglese, quella di girare film con sceneggiature che si svolgono su più piani, continuamente intrecciati e sovrapposti) vi si incastrano benissimo, gli attori sono azzeccati, i personaggi ben delineati, le scenografie perfette (seppur inevitabili: sempre di Londra e circondario si tratta, con Ritchie), la colonna sonora di gran pregio, la commistione tra dramma e humor ben riuscita, con alcune scene notevoli e gag esilaranti che schizzano fuori all’improvviso da situazioni all’apparenza noir e violente. Insomma, a mio modo di vedere è quello che si dice un cult movie che dopo vent’anni non ha perso un grammo del suo fascino, ma che temo rappresenti bene il film che ogni regista vorrebbe girare e che al contempo si augura di non girare del tutto. Sì, nel senso che con Snatch Guy Ritchie ha certamente firmato il suo personale “capolavoro” il quale, di contro, è inesorabilmente diventato metro di paragone per tutte le opere successive, che infatti non ne hanno uguagliato, e di tanto, ne i successi di pubblico ne tanto meno quelli di critica (salvo rari casi). Fino almeno al recente The Gentlemen, con il quale Ritchie ha pensato bene di tornare alla formula della commedia d’azione così ben rappresentata con Snatch, ottenendo risultati interessanti e gradevoli ma, di nuovo, senza ripetere il colpo grosso di allora.

Vedetevelo, Snatch: vi divertirà sicuramente, io credo, o magari vi irriterà, che tuttavia per un film del genere è comunque un “bel” risultato, per certi versi ricercato, in fondo.

P.S.: cliccate anche sulla locandina del film, lì sopra, per saperne di più al riguardo. Invece non cliccateci sopra se non volete uno spoiler!

Iain Sinclair, “London Orbital. A piedi intorno alla metropoli”

Non mi era mai capitato prima, forse, di intessere con un libro attraverso la sua lettura un rapporto di amore/odio – anzi, uso termini meno iperbolici e più consoni: di concordanza e di dissenso – come con London Orbital. A piedi intorno alla metropoli dello scrittore, filmmaker e psicogeografo gallese – ma ormai londinese honoris causaIain Sinclair (Il Saggiatore, 2016, traduzione di Luca Fusari, cura di Nicoletta Vallorani).
Perché (lato concordante) London Orbital è la narrazione di un fenomenale esperimento di walkscape, di esperienza psicogeografica e da “urban stalker” (nel senso strugackijano del termine poi assunto e contestualizzato da Francesco Careri nella sua definizione delle pratiche del camminare come interpretazioni primarie dello spazio e letture artistiche del mondo – “walkscapes”, appunto) compiuto da Sinclair percorrendo a piedi l’autostrada M25, chiamata “London Orbital” in quanto gira intorno all’intera area città di Londra e alla sua area metropolitana, con un tragitto di 200 km perennemente ingolfati di traffico, rumore, inquinamento, che egli segue per andare alla (ri)scoperta delle periferie londinesi e del loro ingente, incredibile, inopinato carico di bizzarrie incoerenze, ipocrisie urbane. Un non luogo autostradale diffuso di genesi conservatrice-thatcheriana compiuto tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, la M25, che secondo Sinclair fa il paio con un altro non luogo, urbano dacché concentrato sulla penisola cittadina di Greenwich, lungo il Tamigi, e di genesi stavolta laburista-blairiana, ovvero il Millennium Dome. Entrambi i progetti legati da uno stesso principio di grandeur politico-propagandistica dalla sorte fallimentare e invero dimostrazione del menefreghismo strafottente verso la cultura dei luoghi e verso la necessaria attenzione antropologico-culturale alla relazione delle persone che quei luoghi abitano, degradata e calpestata per inseguire meri interessi di parte e tornaconti particolari.
Così Sinclair, accompagnato da alcuni fidati compagni di viaggio, parte proprio dal Dome per circumnavigare (in senso antiorario) Londra lungo il percorso della M25 []

[Foto © Anna Sinclair, tratta da qui.]
(Leggete la recensione completa di London Orbital cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)