Il cicloturismo montano tra buone opportunità e biechi opportunismi

[Cicloturismo lungo i laghi dell’Alta Engadina. Foto di Romano Salis per Engadin St. Moritz Tourismus.]
Un altro tema legato al turismo montano che suscita dibattiti sempre maggiori, non di rado surriscaldando gli animi, è quello del cicloturismo, muscolare o elettrico, e delle relative, conseguenti infrastrutture che in diverse località si sono realizzate e si realizzano al fine di sfruttare il fenomeno come fosse un ormai immancabile must have turistico alpino.

Si tratta in molti casi di una viabilità in quota “nuova” ma che spesso, e a volte inevitabilmente visti gli spazi a disposizione, intercetta e “ricopre” la rete viaria storica, quella delle mulattiere secolari e dei sentieri fino a oggi esclusivamente riservati ai viandanti a piedi, e non di rado risulta palese la scarsa o nulla attenzione dei promotori di tali opere rispetto al valore storico e culturale di quei manufatti vernacolari, autentici marcatori referenziali e identitari dei loro territori e delle comunità che li abitano e peraltro dotati di grandi potenzialità turistiche – un turismo di sicuro più prettamente culturale che sportivo-ricreativo, in gran crescita ma che non pare interessare granché i promotori turistici locali. Così, tra iniziative politiche poco competenti e superficiali che tendono a inchinarsi alle esigenze meramente commerciali dei soggetti imprenditoriali privati, e nel bailamme delle discussioni tra le parti “pro” e quelle “contro”, spesso fin troppo irrigidite sulle proprie posizioni contrastanti, diventa evidente il problema (solito da queste italiche parti, ahinoi) della mancanza di gestione di fenomeni che sarebbero da regolare fin da quando prendono a manifestarsi in maniera importante, per fare in modo che le loro potenzialità positive non diventino rapidamente delle grane croniche e delle rogne parecchio nocive per tutti, inclusi quelli che vi avrebbero ricavato dei vantaggi. Purtroppo la cura e la lungimiranza riguardo tali situazioni sono doti delle quali la politica è parecchio mancante, lo sappiamo bene: per andar di metafora, ci siamo abituati a costruire le case partendo dai tetti per poi dichiarare l’emergenza quando i tetti sono prossimi a crollare. È un peccato perché ci sarebbero le migliori circostanze per costruire cose belle, fatte bene e durevoli: ovviamente per ottenere questo occorrono meno impulsività e più ponderazione, ma è come pretendere che un asino si metta a volare, a quanto pare.

[In mtb verso Fuorcla Surlej, Alta Engadina. Foto tratta da percorsimtbvalbrembana.it.]
Detto ciò, credo che il principio di fondo (anche) di una questione del genere sia un semplice e logico compendio di pochi e altrettanto evidenti stati di fatto. Posto che le mulattiere secolari sono un bene storico da sottoporre a tutela e modificarne lo stato equivale a prendere una torre medievale e trasformarla in una banale villetta, posto pure che pedoni e ciclisti non possono restare sugli stessi percorsi al fine di evitare gli ovvi pericoli insiti in tale situazione, e posto altresì che le morfologie montane impongono innanzi tutto la loro percorrenza a piedi – la quale è peraltro una pratica storico-culturale strettamente legata alla storia e all’identità delle stesse montagne – prima che in altri modi i quali, nel caso, devono inesorabilmente considerare dei limiti oltre i quali andare è dannoso oltre che stupido, io dico che il problema, come sempre, non è semplicemente fare le cose ma farle bene. È (sarebbe) banale dirlo e invece non lo è affatto, viste certe opere o certi progetti. Fare le cose bene significa farle con competenza, consapevolezza di ciò che si sta facendo, conoscenza e rispetto dei luoghi dove “si fa” nei modi più compiuti e approfonditi, contestualità con le loro caratteristiche, senso di responsabilità, capacità di visione futura rispetto a ciò che resterà in quanto fatto. A volte lo si fa bene, altre volte malissimo (in tema di cicloturismo montano, ad esempio, ciò che si è fatto a più di 2000 m di quota in Val Poschiavina è un caso esemplare al riguardo). E se non si fanno bene, queste opere a mero uso turistico, chi le ha progettate, autorizzate e eseguite male deve ineludibilmente pagarne le conseguenze a livello giuridico oltre che politico. Molte, troppe cose si fanno con altrettanta leggerezza e senza concrete assunzioni di responsabilità, per di più spendendo somme ingenti di denaro pubblico. Poi, quando dopo qualche anno ci si rende conto del danno cagionato – e sia chiaro: quasi sempre se il progetto o l’opera sono stati concepiti male lo si comprende subito – ormai i buoi sono scappati dalla stalla e per rimediare tocca spendere altri soldi pubblici, sempre che un rimedio lo si possa attuare.

[Lavori per l’orribile ciclovia della Val Poschiavina, in Valmalenco.]
Infine, è bene non dimenticare che, come ho accennato poco fa, in montagna esiste il senso del limite, un valore che purtroppo la società contemporanea da tempo sta cercando di demolire e che è soprattutto l’industria turistica, la quale spesso si presenta come paladina della valorizzazione dei luoghi ove opera, che si disinteressa bellamente di qualsiasi limite pur di massimizzare i propri tornaconti. Dunque, tornando al tema cicloturistico, se per certi versi è comprensibile che si sviluppino le infrastrutture atte alla sua pratica divenuta così popolare, per altri versi non si capisce proprio perché si pretenda di far arrivare i cicloturisti anche dove l’intelligenza imporrebbe il solo transito a piedi e, per fare ciò, si costruiscano tracciati tanto confortevoli per i ciclisti, desiderosi di ciclopiste “cittadine” anche a 2500 m di quota, quanto terribilmente impattanti nell’ambiente montano e disturbanti qualsiasi altra sua frequentazione.

Perché? Volontà genuina di sostenere il più possibile un nuovo fenomeno turistico, oppure mera (e non di meno bieca) pretesa di sfruttarlo per ricavarvi i massimi tornaconti disinteressandosi di ogni altra cosa, innanzi tutto dell’ambiente montano e della sua cura?

Una domanda che, per il momento, sembra generare una risposta abbastanza chiara e univoca. Già.

Il “caso San Primo” domani sera, 14 aprile, a Cantù

Bisogna ammettere che il progetto di sviluppo turistico pensato per il Monte San Primo, in provincia di Como, con il quale con finanziamenti pubblici si vorrebbero installare impianti sciistici e relativo innevamento artificiale a 1100 m di quota (dove già esisteva una stazione sciistica chiusa anni fa per mancanza di neve e per conseguente insostenibilità economica) mette d’accordo sempre più persone. Sì, d’accordo nel ritenerlo un progetto totalmente insensato e uno sperpero di denaro pubblico.

Ma è bene continuare con l’opera di sensibilizzazione al riguardo, non solo per chi ancora pensasse di poter sostenere lo scriteriato progetto del San Primo ma pure, in senso generale, per mettere in evidenza come altri interventi proposti in diverse località delle montagne italiane di simile portata e paragonabile insensatezza, per i quali quello del San Primo è un caso certamente emblematico, rappresentino una grande minaccia sia per le montagne e sia per lo sviluppo sostenibile equilibrato, mirato al futuro e realmente proficuo delle comunità residenti.

Il “caso San Primo” verrà dunque approfondito domani sera, 14 aprile, a Cantù, come potere rilevare dalla locandina qui sopra riprodotta. Per chi non conosca ancora al meglio la questione, sarà senza dubbio una serata tanto interessante quanto illuminante. Non per essere «contro lo sci» o che altro ma a favore delle nostre montagne e del loro miglior futuro possibile.

(Qui trovate l’elenco degli articoli che ho dedicato alla questione del Monte San Primo.)

Sulla strategia condivisa di sviluppo turistico per l’alto Lago di Como

Ciò che si sta attuando nel bacino dell’alto Lago di Como tra i soggetti privati locali consorziati e i comuni rivieraschi, i quali non hanno solo un meraviglioso patrimonio paesaggistico lacuale a disposizione ma pure un altrettanto spettacolare entroterra montano, conosciuto e apprezzato dal pubblico molto meno di quanto meriterebbe, per come se ne può leggere sugli organi d’informazione – cliccate sull’immagine lì sopra per leggere uno degli articoli al riguardo – mi sembra un’iniziativa tanto lodevole quanto importante, anche per la sua valenza esemplare.

L’asse costituito tra i trecento operatori economici privati riuniti nel consorzio North Lake Como – Associazione Turismo e Commercio Alto Lago di Como, e i diciannove comuni del territorio in questione, peraltro diviso tra le provincie di Como e Lecco, ha lo scopo – dichiarano i promotori – «di definire una strategia integrata, promuovere la destinazione turistica attraverso il coordinamento di azioni comuni, realizzare iniziative di informazione ed assistenza e attuare progetti specifici volti a valorizzare il patrimonio ambientale, culturale e storico dell’Altolario, per ragionare come un’unica realtà territoriale e non come una frammentazione di paesi scollegati. Questo vuole essere solo un primo passo che porti successivamente alla costituzione di un ente giuridico privato-pubblico che abbia come soci, oltre agli attuali associati di North Lake Como, anche tutte le Amministrazioni Comunali.» Credo sia la strada giusta, questa, per mettere in atto la migliore e più equilibrata (nonché condivisa) valorizzazione economica, culturale, sociale e, per diretta conseguenza, turistica dei territori come quello in questione che, per diverse ragioni e nonostante le peculiarità e le potenzialità presenti, non hanno mai, o non ancora ovvero solo marginalmente, goduto di un’efficace messa in luce delle loro valenze.

Troppe volte, in circostanze simili, si assiste ad iniziative frutto di provincialissimi e gretti campanilismi, incompetenze inesorabili, assenza di dialogo, incapacità di fare rete dettata più da egoismi e volontà di protagonismo che da ostacoli effettivi nonché, ultimo ma non ultimo, dalla scarsa o nulla conoscenza e comprensione dei propri territori, dei paesaggi peculiari, delle referenze identitarie, delle potenzialità e, cosa ancor più grave, della cognizione di dover tenere sempre al centro di tutto la comunità residente prima che qualsiasi altra cosa, compreso il turismo pur nelle sue forme più agognate. Che è fondamentale, inutile dirlo, ma solo quando messo in equilibrio con i luoghi, gli abitanti e la loro realtà, in una correlazione virtuosa e in progresso costante che generi un sostegno reciproco i cui profitti – non intendo solo quelli finanziari, ovviamente – vadano in primis a vantaggio del territorio e del suo sviluppo. Perché non bisogna dimenticare che più un territorio sta bene con se stesso – per così dire – e più farà stare bene chiunque lo visiti: affinché ciò accada, devono partecipare all’opera più soggetti locali possibili, pubblici e privati appunto, senza alcuna limitazione. La condivisione di un successo inizia dalla condivisione della sua concezione, delle scelte al riguardo e degli sforzi atti alla sua costruzione; peraltro ciò è anche un’ottima garanzia di persistenza del successo ottenuto proprio perché basato su un ampio spettro di promotori e proponenti, una rete sociale nel senso più compiuto del termine che sostiene il turismo nel proprio territorio perché sostiene innanzitutto il territorio, creando così le condizioni migliori per sviluppare un’accoglienza e un appeal turistici che saranno sicuramente apprezzati da tutti i visitatori.

Mi auguro dunque che l’iniziativa dell’Alto Lario abbia successo e sappia conseguire quei risultati che una joint venture tra pubblico e privato come questa deve saper conseguire. In tal caso, rappresenterà un modello concreto di azione virtuosa nell’ambito della promozione e della valorizzazione turistica dei territori locali, da importare e imitare con le necessarie contestualizzazioni anche in altre zone – e non serve andare troppo lontano per trovarne di bisognose al riguardo… al lato opposto della riva orientale del Lario, ad esempio. D’altro canto, ribadisco, quelle dell’alto bacino lariano sono zone veramente meravigliose e in gran parte da scoprire da parte di un turismo di qualità e non certo di quantità, lento, consapevole, che sappia riconoscere la bellezza genuina e l’attrattiva nonché scoprire le peculiarità speciali e per nulla scontate di uno degli angoli più affascinanti del nord Italia.

(Nelle immagini fotografiche, due vedute della zona dell’alto Lago di Como, tratte da routes.tips.)

Montagne che così nemmeno in Norvegia ce ne sono

[Immagine tratta da www.avventurosamente.it.]

Sono persuaso che una simile zona sciistica non esiste nell’Europa Centrale e che nemmeno quella della Norvegia più decantata, un Finse ad esempio, non abbia la varietà di pendii e di tinte di questo Campo Imperatore, illuminato da quel caldo sole d’Italia che i nostri amici di lassù mai avranno.

[Aldo Bonacossa, Gran Sasso d’Italia, paradiso dello sci, ”Rivista Mensile del CAI”, 1923; citato in Stefano Ardito, “Più bella del Nuvolau di Cortina”, su “La Rivista del Club Alpino Italiano” nr°1, marzo 2023. Nelle immagini, due visioni panoramiche invernali e estive dell’altopiano di Campo Imperatore.]

Stefano Ardito, nell’articolo qui sopra menzionato, racconta dell’esplorazione sciistica del Gran Sasso d’Italia da parte del leggendario conte Aldo Bonacossa, figura imprescindibile nell’alpinismo del Novecento e per la conoscenza delle montagne italiane. D’altro canto, indirettamente (ma nemmeno troppo) Ardito rimette in luce la bellezza peculiare e per molti versi straordinaria di quella parte d’Appennino, dal fascino intenso e potente, il quale realmente ricorda regioni lontane e più “esotiche”: l’Europa Centrale o la Norvegia secondo Bonacossa, mentre a me vengono in mente certi altopiani dell’Asia centrale – con le dovute proporzioni ovviamente.

[Foto di Lilloleonardo, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
D’altro canto tutti gli Appennini sono monti fantastici, che da lontano – cioè da quassù dove sto io, sulle Alpi – mi pare di percepire ancora (al netto dei locali) troppo poco considerati, poco apprezzati, dall’anima montana potente eppure scarsamente intesa. Come se soffrissero d’una sorta di soggezione nazionale nei confronti delle più imponenti Alpi, quando invece gli Appennini e la catena alpina hanno in fondo una sola cosa in “comune”: la Bocchetta di Altare, ove le due dorsali si originano. Per il resto gli Appennini sono un mondo montano peculiare, una catena “mediterranea” dalle cui sommità è quasi sempre visibile il mare – o più d’uno – con paesaggi di eccezionale bellezza e interesse generati anche da una relazione dell’uomo con i territori per molti aspetti più articolata e profonda di quanto accaduto per le Alpi. D’altronde, se in Italia di wilderness si volesse parlare, anche empiricamente, verrebbero in mente certi angoli appenninici più che altri alpini: territori che conservano un’anima naturale ancestrale entro la quale spesso la civiltà umana sembra lontanissima, a volte anche del tutto assente.

Insomma, c’è assolutamente da ritornare sui passi del conte Bonacossa, lombardo doc (di famiglia pavese) che dalle “sue” Alpi scese spesso a esplorare gli Appennini trovandovi sempre cose notevolissime, e lo dico innanzi tutto a me stesso. Offrono spazi e paesaggi ineluttabili, nei quali spero di vagabondare presto.