La dote rara dei Piani di Nava

Ogni volta che raggiungo e poi attraverso i Piani di Nava, come la prima volta rimango piacevolmente sorpreso della bellezza particolare di questo angolo di Valsassina.

Sarà perché salendoci dalla via d’accesso principale, la carrabile cementata che sale da Baiedo – piuttosto monotona, anche se a tratti regala scorci interessanti – il bosco che l’avvolge termina quasi di colpo e, dopo una leggera svolta sulla destra, oltre una vecchia casa, ecco che i Piani è come se apparissero all’improvviso in tutta la loro ariosità morfologica, scintillanti di ogni tonalità che il colore verde può presentare. L’impressione è quella di un sipario frondoso che si apra all’istante così che ci si ritrovi su un palcoscenico di rara bellezza, sul quale tuttavia sono gli attori che diventano spettatori di un paesaggio soave e ospitale i cui elementi geografici e antropici “recitano” – son loro gli “attori protagonisti”, già – un copione inaspettato e coinvolgente. Gli ampi prati ondulati, le case che li punteggiano, le staccionate che disegnano i meridiani e i paralleli della piccola geografia locale, il bosco d’intorno e, attore non protagonista ma assolutamente presente, lì in alto a sinistra, la possente mole del Pizzo della Pieve, il quale sembra dare le spalle ai Piani ma non per scortesia, semmai per evitare di mostrare ai viandanti il suo vasto, ombroso e per certi versi inquietante versante nord est, la celebre “Parete Fasana” (dal nome di Eugenio Fasana che per primo la vinse insieme a Vitale Bramani, l’inventore della suola “ViBram”) ovvero l’“Eiger delle Grigne”, che s’innalza dal fondovalle della Valsassina per quasi 1700 metri dei quali 800 di parete rocciosa.

Ma della particolare bellezza dei Piani di Nava spicca al primo sguardo una peculiarità oggi non così frequente, sui monti: la notevole cura che i proprietari di stabili e terreni in loco evidentemente dedicano al luogo. I prati sono ben tenuti e regolarmente sfalciati, buona parte delle case sono ristrutturate e abitate e poche quelle che abbisognerebbero di interventi, le legnaie mirabilmente ordinate, la strada che attraversa l’altopiano (in verità i Piani di Nava sono una convalle, ma uso quel termine per maggior comprensibilità) anch’essa ben manutenuta, nulla appare fuori contesto o eccessivo. Sembra quasi un angolo di Svizzera finito chissà come all’ombra delle Grigne, il frutto di una relazione che mi verrebbe da credere ancora viva, solida e premurosa, quasi affettuosa degli abitanti con il luogo, sì che il paesaggio conseguente rifletta in maniera chiara tale armonia che contribuisce a acuirne il fascino e l’attrattiva. D’altro canto, e in tal senso, la gradevolezza del luogo determina in qualche modo nel viandante la speciale percezione della sua delicata bellezza, e l’impressione che chiunque transiti dai Piani debba osservare verso il luogo un’attenzione particolare, se possibile anche maggiore rispetto a luoghi montani più selvatici e rudi. Inoltre che, il viandante il quale giunga lassù, debba ugualmente porre attenzione alla comprensione della peculiare armonia locale tra uomo, territorio e paesaggio: una dote rara, come detto, nonché preziosa, emblematica per ogni altro luogo montano e oltre modo pedagogica per chiunque frequenti i monti, i quali sono quasi sempre (le eccezioni risultano rarissime) il frutto della più virtuosa interazione tra uomo e Natura. Ed è inutile rimarcare che questa interazione troppo spesso non genera frutti – e relazioni, luoghi, paesaggi – altrettanto virtuosi. Anche per questo, ribadisco, i Piani di Nava sono un angolo alpestre così bello, da salvaguardare quanto più possibile.

P.S.: non trovate altre immagini dei Piani di Nava da me prodotte, salvo quella recente lì in testa al post, perché non credo di essere un così bravo fotografo, e dunque lascio il compito a quelli veramente bravi le cui immagini dei Piani potete trovare facilmente sul web.

Le decisioni “impopolari”

[Immagine tratta da “Greenme.it” che ha pubblicato un ottimo report sul tema: cliccate sull’immagine per leggerlo.]
Leggere sugli organi d’informazioni dell’aggravarsi costante, di ora in ora, dell’emergenza idrica nel Nord Italia e al contempo del fatto che tanti amministratori pubblici dei territori colpiti dalla siccità non prendano decisioni concrete (e non diffondano soltanto mere “raccomandazioni” sostanzialmente simboliche) in tema di risparmio delle risorse idriche perché impopolari, fa capire bene  – a me almeno lo fa – a quale infimo livello di meschinità sia ormai giunta molta politica nostrana, del tutto incapace di “ragionare” se non a mero vantaggio del proprio sedere – come verbo, “s. sugli scranni del potere”, e sostantivo, “la faccia come il s.” – ovvero del più bieco tornaconto elettorale.

E poi, una volta superata (speriamo!) tale emergenza, cosa faranno di altrettanto concreto, secondo voi, per fare in modo che non la si debba più affrontare o, nel caso, la si possa gestire meglio?

Chissà, forse metteranno in atto le stesse concretissime iniziative realizzate per risolvere il problema dell’inquinamento nella Pianura Padana, già.

Be’, le scommesse sono aperte. Ecco.

Una “sollevazione popolare” inevitabile

Ciò che non poteva non accadere sta accadendo – inevitabilmente, appunto.

È in corso infatti una piccola ma appassionata sollevazione popolare contro le panchine giganti, o “big bench” che dir si voglia, che giorno dopo giorno sta diventando sempre più grande, decisa e condivisa. D’altro canto chiunque abbia solo un minimo di sensibilità nei confronti della montagna e del valore dei suoi paesaggi, oltre che un ordinarissimo buon senso, sta capendo che un oggetto come la panchina gigante, così palesemente fuori contesto, inutile e degradante qualsiasi luogo di pregio nel quale viene piazzato con la pretesa di “valorizzarlo” (un termine, «valorizzazione», che sta diventando abusato e sempre più travisato come forse mai, prima d’ora), è sostanzialmente inaccettabile: una sorta di “raggiro turistico” che puntualmente genera l’esatto contrario di quello che, a parole, vorrebbe suscitare. È qualcosa di inesorabilmente brutto, sotto ogni punto di vista, che rischia di rovinare la bellezza delle montagne e la loro cultura, anche per come tali manufatti decontestuali finiscano per attirare un pubblico a sua volta fuori contesto, verso il quale non si produce nessuna opera di conoscenza e di sensibilizzazione nei confronti del paesaggio ove viene richiamato ma, anzi, se ne stimola la fruizione più superficiale e banalizzante. Un fenomeno che, sul momento, forse fa gridare i suoi sostenitori al “successo” ma che in breve tempo, e con modalità del tutto prevedibili, ci dovrà far constatare il degrado di tanti, troppi luoghi affascinanti delle nostre montagne, trasformati in altrettanti anonimi e deprimenti non luoghi.

Ma la sollevazione popolare, come detto, diventa sempre più grande e pure più autorevole: è il segno della sua solida fondatezza e non di meno la prova che, al contrario di quel celebre passaggio manzoniano, il “senso comune” non può e non deve vincere sempre sul buon senso. Per dire, lo scorso 13 giugno “Il Dolomiti” ha ripreso e rilanciato un ottimo articolo di Pietro Lacasella, pubblicato in origine qualche settimana fa su “Alto-Rilievo / Voci di montagna”:

Ieri (27 giugno) invece “BergamoNews” dà conto del sondaggio lanciato dal sito “ruralpini.it” circa il gradimento o meno delle panchine giganti – potete partecipare al sondaggio quii cui risultati al momento sono inequivocabili:

Ruralpini.it peraltro anticipa la prossima messa a punto di una petizione unitaria che punta a far dichiarare una “moratoria”, uno stop a questa moda delle panchinone, da sottoporre agli amministratori pubblici dei territori interessati.

Infine, sempre ieri “L’Adige” ha riportato le osservazioni di Annibale Salsa, uno dei più importanti antropologi italiani soprattutto in tema di montagne (è stato anche Presidente Generale del CAI) e autore di molti saggi illuminanti al riguardo, che a loro volta risultano inequivocabili e peraltro rimarcano quanto ho scritto poco sopra in tema di nuovi non luoghi:

Ma se ne trovano molte altre, di opinioni e osservazioni contrarie alle panchine giganti, altrettanto autorevoli: basta fare una rapida ricerca sul web (e qui trovate un buon sunto al riguardo, curato da ruralpini.it).

Insomma, non si capisce proprio sulla base di quali convinzioni i promotori delle panchine giganti e chi li sostiene, innanzi tutto a livello politico-amministrativo locale, possano giustificare la loro installazione, non si capisce come possano avallare tali opere con animo apparentemente così leggero e con tanta – mi permetto, con tutto il rispetto – superficialità nei confronti dei loro territori, siano essi di montagna oppure no. E non si capisce nemmeno come non capiscano, essi, che a venir danneggiati dalle megapanchine non sono solo i luoghi amministrati e le loro valenze culturali ma pure la reputazione nei loro confronti e – nel caso di cariche politiche – il loro stesso consenso elettorale, appena al di fuori dalla personale schiera dei sodali. D’altro canto, nemmeno le montagne capirebbero perché, per contemplare e comprendere la loro bellezza, così palese, ci debba essere bisogno di una specie di giostra che nulla c’entra con tale bellezza e anzi, ribadisco, la degrada inesorabilmente. Non si capisce proprio, già.

[Uno dei miei primi contributi sul tema, lo scorso 26 gennaio sul quotidiano “La Provincia di Lecco”.]
(Per tutte le immagini presenti nel post: cliccateci sopra per ingrandirle o per leggere l’articolo originario.)

Armonie musicali in armonie montane

Ho la fortuna di conoscere personalmente Giuseppe Capoferri, apprezzato baritono classico dal prestigioso curriculum artistico e altrettanto ammirevole organizzatore di eventi culturali, che cura con grande impegno e passione autentica. Ma i suoi non sono eventi come tanti altri, dal momento che Giuseppe li realizza nei “suoi” (e miei) territori montani, portando esibizioni di qualità artistica assolutamente elevata e importanti iniziative in ambito musicale in luoghi, contrade e paesi sui monti tra lecchese e bergamasca, sovente piccoli e poco conosciuti gioielli di architettura rurale e di bellezza paesaggistica, ricchi di storia e di umanità, che sanno offrire una inopinata tanto quanto sublime scenografia per gli eventi proposti, in un potente connubio tra paesaggi naturali e paesaggi sonori che rende tali eventi dei momenti artistici estremamente affascinanti, per quanto possibile da non perdere.

Qui sopra vedete le locandine delle rassegne organizzate e curate da Capoferri lungo l’estate 2022. Se siete di zona o passerete qualche giorno di vacanza nelle località sedi degli eventi oppure se potete arrivarci, partecipatevi: vi assicuro che saranno esperienze veramente intense e armoniose, proprio come sa esserlo la grande arte musicale.

In vacanza anche noi

[Coira, giugno 2010. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Un tempo si sarebbe voluto andare in vacanza anche noi, io da giovanotto qualche volta andavo a Coira, e mi sarebbe piaciuto berci un caffè, ma non ce n’era nemmeno per quello, altrimenti al ritorno avrei dovuto fare l’ultimo pezzo a piedi anziché in treno. E oggi corrono in vacanza da perdere le ciabatte, possibilmente in aereo, c’è da aver paura che ‘sti uccelli vengano giù dal cielo. E poi arrivano qui e ti cacciano via, dice l’Otto, chiudono le baracche e sprangano tutto quanto, sorride, leva la birra e il cappello e dice alla vostra. Il Luis scuote la testa, ti prendono a pedate con scarpe che non son mai grandi abbastanza.

(Arno CamenischUltima SeraKeller Editore, 2013, traduzione di Roberta Gado, pagg.42-43.)