Certezze e dubbi

Siamo stesi su un confortevole prato dopo l’energica ascesa lungo irte e perigliose balze alpestri (beh… più o meno) quando il segretario – personale a forma di cane: Loki, sì – mi guarda con quel tipico sguardo che assumono i cani che di mestiere fanno i segretari personali quando vogliano palesemente sottoporre una domanda ben precisa: «Ma cosa sono quei cosi che tieni davanti agli occhi?»

«Occhiali da sole, per proteggersi dai raggi solari», gli rispondo, certo come sono (vedi sopra) che Loki mi abbia posto esattamente quella domanda. Di rimando il peloso segretario assume un’aria che è la tipica aria che ti presentano i cani aventi specifiche mansioni professionali di segretariato quando, dopo la domanda di prima e la conseguente risposta, vogliono indubitabilmente ribattere: «Me li fai provare?»

«Ok, provali pure» gli dico:

Ecco: invece il gesto che fa dopo con la zampa destra non l’ho capito proprio:

Avrà voluto dirmi «Uuuh, che figata!» oppure «Bah, ma che schifezza!»? Qualcuno che sta leggendo ha maggiore esperienza al riguardo?

Fatto sta che poi il segretario ha rapidamente archiviato la questione assumendo una nuova espressione che è inequivocabilmente l’espressione con la quale i cani, non solo quelli che di mestiere fanno i segretari personali, vogliono rimarcare una cosa ben chiara: «Fame!» Il che mi ha inesorabilmente imposto di doverlo accontentare (accidenti, ma chi comanda qui? Io o lui?) e non mi ha permesso di dirimere il dubbio suddetto, già.

Una consapevolezza fondamentale che la montagna ci dà

[La Grigna Settentrionale, o Grignone. Foto di Luca Casartelli, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La recente, drammatica scomparsa in montagna di una persona conosciuta, mi ha fatto nuovamente riflettere su queste circostanza tanto tristi e, inevitabilmente per chi frequenti i monti, non così rare, su quanto risultino sempre così sgomentanti e scombussolanti – il caso in questione soprattutto, visto che la persona è mancata per un incidente su una montagna che aveva salito più di 5.600 volte e, dunque, della quale conosceva veramente ogni sasso.

Sono eventi che colpiscono in modo particolare perché siamo abituati ad associare alla montagna sensazioni di bellezza paesaggistica, di incanto geografico, di qualcosa che per i più vari motivi non fatichiamo a pensare come a un Eden sulla Terra, e ciò nonostante chiunque sia quanto meno edotto dei rischi che la frequentazione della montagna nei suoi versanti più scoscesi, e in certi casi non solo in quelli, impone di affrontare. Eppure, anche se la triste casistica degli incidenti in zone montane deve essere aggiornata con frequenza costante, in un ambito così bello fatichiamo, quasi ci rifiutiamo di considerare il pericolo nella sua forma più fatale: giustamente, d’altro canto, ma forse anche per questo la morte in montagna, anche quando accade in zone obiettivamente pericolose, lascia sempre sgomenti, ancor più perché di frequente, nei casi che coinvolgono persone che la montagna la conoscono e frequentano, accade non per imprudenza, imperizia o per chissà quale sfortunato gioco di probabilità ma per qualcosa di realmente imprevedibile, di ineluttabile o imponderabile, ciò che di solito definiamo un po’ superficialmente “fatalità”. Il tutto, ribadisco, in luoghi che altrimenti ci appaiono come le più gioiose manifestazioni del “bello” che la Terra ci sa donare, apparentemente lontanissimi da qualsiasi pensiero di morte.

D’altro canto, è anche vero che dal mondo che noi osserviamo ricaviamo una visione e un’idea mediate da noi stessi e dalla nostra sensibilità, emotiva, intellettuale e culturale – il “paesaggio”, appunto – alle quali conferiamo una forma culturale e per questo rendiamo passibili di ulteriori associazioni di uguale natura, che nel complesso determinano l’immaginario comune e condiviso al riguardo. Da sempre alle montagne associamo dunque impressioni di bellezza, di soavità e parimenti di pericolo, di paura; visioni che accomuniamo direttamente alla nostra idea di “vita” e altre che invece ci richiamano più o meno direttamente la sua fine, la morte. A volte tali naturali e comprensibili associazioni, al di là della loro congenita retorica d’altro canto vernacolare, vengono esagerate al punto da diventare mere stupidaggini, come quando – proprio nei casi di cronaca – la montagna, magari in altre sedi “bellissima”, “affascinante”, “scuola di vita”, si trasforma in “traditrice”, “assassina” o altri vaneggiamenti del genere. Ripeto: ciò non è sbagliato, anzi è comprensibile, tuttavia, che lo sia poco o tanto, giustamente o no, è comunque un processo culturale di matrice univoca, nel senso che la montagna resta lì, rimane ciò che è nel suo spazio e nel suo tempo – uno spazio che l’uomo cerca di far proprio senza mai riuscirci del tutto e un tempo che è quello della Terra, non degli uomini – e siamo noi a decidere tutto quanto, a dire, ingiungere, definire, credere.

Per tutto questo mi viene da pensare che la reale ineluttabilità, sui monti e in relazione ai noi e le montagne, è proprio la difficoltà permanente di capire che lassù vi è la vita nella sua più completa manifestazione, che inesorabilmente contempla la morte – è ciò che dà valore alla vita, d’altro canto – e questa cosa va compresa a fondo per far che noi si possa affrontare certe tragedie così infauste, certi lutti tanto improvvisi e laceranti, che forse non riusciremo ad accettare in senso emotivo (ognuno può e deve vivere circostanze così difficili come preferisce) ma intellettualmente sì, conferendoci un rapporto più equilibrato, più sensibile e più consapevole con la montagna e la sua realtà. Gli alpinisti – quelli che “rischiano la vita” come si usa dire in questi casi in modo alquanto banale e assolutamente fuorviante – lo sanno bene, non per questo sono pronti all’evento estremo ma lo accettano in quanto elemento ineluttabile del loro “paesaggio montano”, compendio di materiale e immateriale (come ogni paesaggio del mondo, ma in montagna ovvero negli spazi meno vocati alla presenza umana anche di più e in modo più stretto). Se la montagna è una scuola di vita, come quel vecchio detto tanto retorico quanto obiettivo recita, è – deve anche essere – un “esercizio alla morte”, o meglio deve comprendere anche questa prerogativa. Lo so, certamente detta così sembra una cosa terribile ma, a ben vedere, rappresenta un insegnamento universale, valido per qualsiasi circostanza della nostra vita, del nostro agire nel mondo, del nostro esistere in esso. Che non significa affatto cercare o sfidare la morte, nessun essere vivente sano di mente può realmente farlo, significa piuttosto avere coscienza che la vita, in quanto tale e in tutta la meraviglia che è quando la si vive pienamente, viene definita e diventa compiuta anche in forza della sua fine. Rifiutare questa verità, seppur possa essere comprensibile, rappresenta comunque a sua volta una devianza mentale, il frutto di una cultura diffusa che non esiterei a definire ipocrita oltre che superficiale.

D’altro canto, prendere coscienza della fine della vita diventa uno stimolo fondamentale a viverla nel modo più virtuoso (non nel senso moralista del termine, ovvio) e proficuo possibile, ricercando costantemente la più profonda relazione tra spazio vissuto, ogni altro soggetto che con noi convive quello spazio, il tempo, il paesaggio – nuovamente inteso nella sua più ampia accezione antropologica, quella che ci definisce nel mondo e definisce il mondo per noi con tutto ciò che contiene. La montagna è certamente un ambito che offre ogni prerogativa immaginabile e non per perseguire quello scopo, e lo è proprio anche nel metterci di fronte l’intero spettro vitale quale parte di quella dimensione duale che determina molta parte dell’essenza montana: basso/alto, terra/cielo, orizzontale/verticale, morbido prato/dura roccia/ spazio antropizzato/spazio selvaggio, umano/animale, orrido/sublime, serenità/paura, sicurezza/pericolo e così via… fino a vita/morte. Il nostro immaginario mediato, anche quando poggiato sulla più ampia e fervida retorica, qui non può farci nulla, non può propendere solo per una delle due parti, non può non riconoscere la compresenza e la correlazione tra di esse: non sarebbe un immaginario ma un inganno, altrimenti. Deve riconoscere, contemplare, meditare, comprendere, assimilare. Anche se pare qualcosa di scomodo e di irritante oltre che di angosciante: ma lo è proprio quando la necessaria presa di coscienza non si attiva, non avviene e si lascia che vinca una visione artefatta e meramente funzionale alle nostre convinzioni e alle apprensioni. Quella presa di coscienza che, ribadisco, la montagna richiede, affinché la si possa vivere pienamente e profondamente, nei momenti belli e meno belli, fino a che le vette dei monti e le stelle in cielo sfavillando supremamente diventeranno una cosa sola così che, in una così compiuta e accogliente luce, chiunque lassù possa essere – sostantivo e forma verbale al contempo -, anche chi non c’è più ma resta, sulle montagne, a manifestarlo nell’assenza che si fa presenza percepibile e imperitura.

Un esempio di saggezza montanara?

Castelguidone, piccolo comune montano della provincia di Chieti a 775 m di quota, 301 abitanti. Alle recenti elezioni per il rinnovo della giunta comunale: una sola lista in lizza, peraltro con candidato forestiero, 278 aventi diritto al voto. Votanti: uno. Ma con scheda bianca, dunque voti: zero (clic).

E se questa fosse una peculiare tanto quanto significativa manifestazione di autentica saggezza montanara politicamente declinata?

La felicità nel paesaggio

[Foto di Joel Holland da Unsplash.]

Ho visto un bambino di due anni, che non aveva mai lasciato Londra, in occasione della sua prima passeggiata in campagna. Era inverno e tutto intorno non vi era che fango e umidità. Per l’occhio dell’adulto non vi era nulla di piacevole, ma il bambino fu colto da una strana estasi; si inginocchiò sulla terra umida e nascose il viso nell’erba, emettendo inarticolate grida di delizia. Quella gioia che egli stava provando era primitiva, semplice e profonda. Il bisogno organico che in quel momento veniva soddisfatto è così profondo che coloro nei quali è spento sono di rado completamente sani.

[Bertrand RussellLa conquista della felicità, traduzione di Giuliana Pozzo Galeazzi, Longanesi & C., Milano, 1969, cap. IV; 1969, pag. 63; ultima ediz. it. TEA, 2003. Orig. The Conquest of Happiness, 1930.]

La gioia di quel bambino per la scoperta di una Natura a lui ancora sconosciuta e per ciò così meravigliosa, descritta da Bertrand Russell, mi ricorda quella che, io credo (ma lo affermo soprattutto per esperienza personale), chiunque prova in altre forme, magari più “adulte” ma nella sostanza ugualmente profonde, di fronte alla scoperta di un “nuovo” sublime paesaggio – a patto che si mantenga la mente curiosa e l’animo sensibile alla bellezza (nel senso più pieno del termine, non solo in quello estetico) che ci può offrire il mondo d’intorno. Quando si giunge in cima a un colle o a una montagna oppure si valica un passo, si supera un versante montuoso e finalmente si guarda dall’altra parte, o quando si esce da un folto bosco in aperta campagna e d’improvviso sembra che tutto si apra, si ampli, prenda forma e armonia, s’illumini e si colori oppure riveli qualcosa di inaspettato e per ciò sorprendente, qualcosa che sembra la rivelazione di un segreto del quale forse prima non sapevamo nulla e ora non solo pensiamo di sapere tutto ma è pure una sapienza della quale non possiamo più fare a meno… Ecco: di momenti del genere, di “scoperte” così capaci di generarci una gioia «primitiva, semplice e profonda» ce ne sono a iosa intorno a noi, in qualsiasi parte del mondo. Bisogna solo percepire quel «bisogno organico» di relazione con la Terra, con la Natura, con il paesaggio, e per fare ciò bisogna soltanto essere realmente vivi e per ciò sensibili verso l’ambiente del quale siamo parte.

Ha dunque ragione Russell nel concludere, riguardo quel bisogno, che coloro nei quali è spento «sono di rado completamente sani»: è una mancanza di sanità che, appunto, è probabilmente la conseguenza d’una similare nonché, mi permetto di dire, triste carenza di vitalità. Cioè di vita, vera, piena, compiuta.

Il “Patto del non racconto”

Vi sono luoghi così rari e preziosi che meritano di non essere raccontati, se non per quello che suscitano in noi quando li attraversiamo.
Ormai abbiamo fatto il giro del globo e il globo è finito. Più conosciamo in superficie ogni spazio remoto, meno sappiamo penetrarlo nel dettaglio.
Più cediamo alla spettacolarizzazione, più rinunciamo a conoscere per davvero questi ultimi spazi selvaggi, ormai ridotti a piccoli scenari di “imprese” umane, troppo umane.
Pochi giorni fa, abbiamo affrontato un’inedita ed entusiasmante esplorazione, al confine tra escursionismo ed alpinismo, tra arrampicata ed avventura.
Abbiamo collezionato una serie di incontri e sensazioni così singolari ed inattese che hanno via via rafforzato in noi l’idea che per riproporre questo viaggio occorre stabilire un’alleanza e un patto con i più fidati compagni di cordata: il Patto del non racconto!

Quanto sopra è un piccolo sunto di ciò che si può leggere nel sito vendul.org riguardo il Patto del non racconto, un modo nuovo anzi no, ancestrale e per ciò “diverso”, quasi sovversivo rispetto all’ordinarietà imperante, di esplorare il mondo in cui viviamo, qualsiasi esso sia – una montagna remota oppure un boschetto trascurato dietro casa – e ricavarne consapevolezza.

Perché scegliere di non raccontare, una volta ogni tanto, qualcosa di bello e interessante che si è vissuto? Perché le narrazioni che la società odierna ci impone tendono a superficializzare l’esperienza personale e a travasarne la memoria in ambiti virtuali che rapidamente la svaporano e cancellano. Si rischia così di perdere il senso profondo di ciò che si è fatto e il retaggio esperienziale – patrimonio prettamente personale – che ne può scaturire: come lo si fosse fatto in modo automatico, insensibile, spinti da impulsi esteriori che impongono l’apparenza e cancellano l’essenza. Invece, forse, narrare solamente a se stessi ciò che si è vissuto, forma fondamentale e ancestrale dacché naturale, appunto, di decantazione e maturazione dell’esperienza, può diventare il modo migliore per poi trasmetterlo ad altri: in altre forme, più evolute, approfondite, coinvolgenti, proprio perché scaturenti da una fonte totalmente meditata, consapevole, fatta propria, esclusiva e dunque di valore unico.

Il Patto del non racconto lo propone il Collettivo Vendül, un gruppo di professionisti, persone, amici, che condividono un pensiero comune: agevolare l’esperienza entro gli ambienti naturali come dimensione privilegiata per favorire processi educativi, formativi e di apprendimento. Le esplorazioni e le esperienze del Patto sono iniziate lo scorso anno con notevole successo e riprenderanno il prossimo ottobre: per chi volesse saperne di più, avere le necessarie informazioni riservate e per consultare la mappa: info@vendul.org.