Il gioco scorretto dell’uomo

[Immagine tratta dal web.]

Definizione dell’uomo: la creatura più prospera nella storia degli esseri viventi. In quanto specie, non ha nemici naturali: dissoda, costruisce, si espande. Dopo aver conquistato nuovi spazi, vi si affolla. Le sue città salgono verso il cielo. «Abitare il mondo da poeti» aveva scritto un poeta tedesco nel XIX secolo. Era un bel progetto, una speranza ingenua che non si era realizzata. Nelle sue torri, l’uomo del XXI secolo abita il mondo da coproprietario. Ha vinto la partita, pensa al suo avvenire, ha già messo gli occhi sul prossimo pianeta dove spedire gli esuberi. Presto gli «spazi infiniti» diventeranno la sua discarica. Qualche millennio prima, il Dio della Genesi (le cui parole erano state annotate prima che diventasse muto) era stato preciso: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta» (I, 28). Si poteva ragionevolmente pensare (senza offesa per il clero) che il programma era stato interamente svolto, che la Terra era stata «assoggettata» e che ormai era tempo di mettere a riposo la matrice uterina. Noi uomini eravamo otto miliardi. Restavano alcune migliaia di pantere. L’umanità non faceva un gioco corretto.

[Sylvain Tesson, La pantera delle nevi, Sellerio, 2020, traduzione di Roberta Ferrara, pagg.83-84; orig. La panthère des neiges, 2019.]

Il gioco scorretto che l’uomo pratica fin dall’inizio della sua civiltà, e in modo crescente negli ultimi secoli, si chiama antropocentrismo. È un gioco dove egli pensare di vincere senza alcun dubbio sconfiggendo chiunque altro costringa a giocare con lui, e questa sua convinzione è così forte, e altrettanto immotivata, da non fargli rendere conto che probabilmente egli verrà sconfitto prima di qualsiasi altro giocatore. Ovvero, forse, l’uomo ha già perso da tempo, cioè proprio da quando ha cominciato a credersi indubitabilmente vincitore. Già.

P.S.: a breve, qui sul blog, potrete leggere la personale “recensione” del libro di Tesson, dal quale è tratto l’omonimo film.

(Grazie a) “La Pantera delle nevi” a Lecco!

Voglio ringraziare di cuore tutti presenti alla proiezione di ieri sera a Lecco de La pantera delle nevi, il pluripremiato bellissimo docufilm – del quale vi ho parlato qui – distribuito in Italia da Wanted Cinema e uscito in contemporanea proprio ieri in numerose sale.

Certo il Nuovo Cinema Aquilone di Lecco è una sala relativamente piccola, ma considerando che la promozione dell’evento è iniziata solo lunedì scorso in tarda giornata e che la piazza di Lecco è certamente più esigente di altre in tema di montagne e avventura, in aggiunta alla serata infrasettimanale, il risultato è più che ottimo e – per quanto mi riguarda, avendo un po’ seguito la preparazione dell’evento – quasi sorprendente: pubblico non solo numeroso ma partecipe, bel dibattito post proiezione, interessanti chiacchierate intorno alle suggestioni che il film suscita… Insomma, una serata assolutamente ben riuscita!

Ringrazio dunque i responsabili del Nuovo Cinema Aquilone per la cordiale ospitalità, Wanted Cinema per una così affascinante proposta cinematografica, l’Officina Culturale Alpes per aver supportato l’uscita del film, il CAI per averla patrocinata nonché, ultimi ma non ultimi, la Presidente del CAI Lecco Adriana Baruffini e Fabio Landrini, curatore delle pagine della montagna de “La Provincia di Lecco”, che mi hanno affiancato nella presentazione della pellicola. Ovviamente invito chiunque non abbia visto La pantera delle nevi e voglia farlo – merita assolutamente, ve l’assicuro – a verificare luoghi e date di proiezione direttamente nel sito di Wanted Cinema.

Alla prossima!

“La pantera delle nevi” a Lecco, giovedì 20/10

Sarà per me un grande onore e un vero piacere presentare a Lecco, giovedì 20 ottobre prossimo al Nuovo Cinema Aquilone, insieme alla Presidente del CAI Lecco Adriana Baruffini e a Fabio Landrini, responsabile delle pagine della montagna de “La Provincia di Lecco”, il documentario La pantera delle nevi, nella tappa in città del calendario che, grazie a Wanted – società di distribuzione cinematografica di alta qualità – e con la collaborazione del Club Alpino Italiano, dal 20/10 proporrà la pellicola in giro per l’Italia.

Presentato al Festival di Cannes nel 2021 e poi premiato come Miglior Documentario ai Premi César 2022 e Miglior Documentario di Esplorazione e Avventura al Trento Film Festival 2022, La pantera delle nevi è un documentario ambientato sullo sconfinato altopiano innevato del Tibet: un habitat del tutto selvaggio, squassato da frequenti tempeste nevose che determinano temperature di decine di gradi sotto zero, pressoché inospitale per l’uomo e governato dalle sue creature animali. Due esploratori partono alla volta di quel luogo misterioso: il fotografo naturalista Vincent Munier e l’autore Sylvain Tesson sono infatti alla ricerca della pantera delle nevi, uno dei più grandi e elusivi felini che la fauna terrestre abbia mai conosciuto. La pantera diventa essa stessa il simbolo di un viaggio alla scoperta di sé stessi, di un luogo incontaminato, lontano da spazio e tempo, disarmante e inesplorato. Un viaggio accompagnato dalla sublime musica di Warren Ellis e dall’inconfondibile voce di Nick Cave: un percorso umano e mistico composto da interrogativi, dubbi, nuovi traguardi e nuove consapevolezze, rappresentato da un’opera filmica ricca di bellezza e poesia la cui visione emozionerà e affascinerà chiunque.

Cliccando sull’immagine in testa al post potete visitare la pagina dedicata al film nel sito di Wanted Cinema, mentre qui trovate la scheda sul documentario nel sito mymovies.it.

Per quanto mi riguarda, cercherò di fare del mio meglio per presentarvi e introdurvi un’opera così visivamente potente, particolare e intrigante, anche grazie al supporto dell’omonimo libro, scritto da Tesson e pubblicato in Italia da Sellerio, nel quale lo scrittore e viaggiatore francese ha saputo trasporre in parole scritte le personali emozioni di un’avventura tanto spirituale quanto emblematica in uno degli ultimi luoghi del pianeta nel quale, forse, il termine “wilderness” ha ancora un senso così come, di conseguenza, anche la presenza dell’uomo recupera un significato profondo e necessario.

Dunque, ci vediamo giovedì 20 alle ore 21 al Nuovo Cinema Aquilone di Lecco – potete anche acquistare il biglietto on line (con riduzione ai soci CAI) qui. Vi invito caldamente a partecipare: La pantera delle nevi è un’esperienza cinematografica e artistica che vi resterà a lungo in mente, ne sono certo.

Un futuro senza inverno

[François-Auguste Biard, Il fiordo di Magdalena, 1840; immagine tratta da “Doppiozero.com”.]

Le eruzioni vulcaniche più violente hanno sempre esercitato un’influenza decisiva sulla vita del nostro pianeta e sui cambiamenti climatici. È il caso dell’eruzione del Monte Tambora nell’aprile 1815 in Indonesia, tale da mutare l’atmosfera dell’emisfero nord per quasi tre anni. Temperature basse, piogge, inondazioni, abbondanti nevicate: il fenomeno passa alla storia come l’Anno senza estate. […]
Se allora, nel 1815 – anno funesto ma culturalmente fecondo –, ricorreva l’Anno senza estate, oggi, come ha osservato acutamente la curatrice e filosofa della natura (così si definisce) Dehlia Hannah, «la nostra bussola è invertita: non abbiamo di fronte un anno senza estate, ma un futuro senza inverno» (Hopeless Utopia. Enchantment and contradiction in the first Antarctic Biennale, in “Frieze”, 188, June-August 2017).
Da un anno senza estate a un futuro senza inverno. Partiamo dal primo evento. Per i poeti romantici è chiaro di cosa il ghiaccio è l’immagine: la quiete, l’immobilità, la morte ma anche la purezza di spirito che è in qualche modo generatrice di vita. Minaccia di morte e promessa di rinascita si sfiorano, alla stessa stregua dell’ambiente ostile e del paesaggio sublime, assieme sito da conquistare e paradigma della wilderness. Una doppia natura che si riflette anche nel fatto che l’Antartico veniva considerato, a seconda delle occasioni, delle letterature e delle fasi storiche, come un paesaggio femminile (ad esempio nella letteratura gotica), o maschile se non virile.
Riguardo al secondo evento – quello di un futuro senza inverno – non sappiamo di cosa il ghiacciaio, o quello che ne resterà, sarà l’immagine. Quali Frankenstein produrrà questa situazione inedita nella brevissima (geologicamente parlando) storia dell’umanità? Di certo, ne sono convinto, bisognerà mobilitare un complesso eterogeneo di approcci che includa la scienza, glaciologia e paleoclimatologia in primis, ma anche la letteratura, la fantascienza, le arti visive, l’antropologia. Senza dimenticare generi ibridi come i diari di viaggio degli esploratori, che affidano alla parola scritta le loro scoperte e le loro disfatte, i loro stati d’animo e, in molti casi, le loro ultimissime volontà.

Sono brani tratti da Ghiacciai: un futuro senza inverno di Riccardo Venturi, docente di Teoria e storia dell’arte all’università Panthéon-Sorbonne di Parigi, articolo pubblicato su “Doppiozero.com” il 21 luglio 2022, nel quale Venturi disserta sul futuro climatico che ci attende da una prospettiva particolare, cioè quella storica delle esplorazioni delle terre artiche e della relazione antropologica tra uomini e ghiacci che anche grazie ad esse è nata e si è sviluppata fino alla nostra contemporaneità, nella quale i ghiacciai di molte zone del pianeta stanno svanendo con conseguenze ambientali e climatiche tanto quanto culturali.

Un testo molto interessante, da leggere: cliccate sull’immagine lì sopra per la versione completa su “Doppiozero.com”.

Selvatici per istituzione e per costituzione

[La camera picta di Casa Vaninetti a Sacco, in Val Gerola (Sondrio), con la celebre raffigurazione dell’Homo Salvadego. Immagine tratta da www.valtellina.it.]
A proposito di creature mitologiche di montagna e di Homo Salvadego, da alcuni considerato lo “Yeti” delle Alpi – tema del quale ho scritto qualche giorno fa in questo post – è interessante e affascinante notare che la sua presenza nelle credenze delle genti alpine dei secoli scorsi è stata talmente forte e ritenuta così certa da venire persino “istituzionalizzata”. Infatti la raffigurazione di un “uomo selvatico” è presente nello stemma della Lega delle Dieci Giurisdizioni, una delle “Tre Leghe Grigie” dalle quali si è originato l’attuale cantone svizzero dei Grigioni e che dal 1512 al 1797 dominarono anche la Valtellina, territorio nel quale non a caso si ritrovano alcune delle più emblematiche raffigurazioni della mitologica creatura, in primis quella del citato Homo Salvadego di Sacco in Val Gerola, laterale della Valtellina. Interessante anche rilevare che, ai tempi, i reggenti della Lega delle Dieci Giurisdizioni motivarono la presenza nel proprio stemma evidenziando che la figura dell’“uomo selvatico” rimanderebbe «agli albori del carattere nazionale retico, alla scaturigine dei sentimenti spirituali dell’era precristiana», dunque a una relazione più diretta e meno mediata con la montagna e con il suo Genius Loci, del quale peraltro l’uomo selvatico può ben rappresentare un’identificazione. D’altro canto il fatto che esso, nella stemma grigionese, regga un albero sradicato è un chiaro riferimento alla sua forza sovrumana ovvero “animalesca”, dote che evidenzia le similitudini con altre creature mitologiche montane come lo Yeti himalaiano, appunto, o il Bigfoot americano.

Oggi tali presenze un tempo così tanto considerate probabilmente strappano un sorriso: sì, non ci sono bizzarri uomini scimmieschi nei boschi e sui monti delle Alpi, tuttavia quello che essi rappresentavano, cioè – in poche parole – l’essenza primordiale dell’ambiente naturale e la sua cultura ancestrale, non dovrebbe scomparire, essere ignorato o dimenticato come è accaduto e accade ancora. La dualità tra Natura selvaggia e spazio umanizzato o antropizzato è fondamentale, l’equilibrio tra i due elementi è ciò che dà valore vicendevole a entrambi e rappresenta anche oggi – e domani pure – la base ineludibile per costruire una relazione con le montagne proficua per chiunque: per chi le abita, per chi le vive da visitatore e turista, per chiunque sia parte integrante del loro ecosistema e, ovviamente, per le montagne stesse. Dovremmo essere un po’ selvatici anche noi uomini iper-tecnologicizzati del ventunesimo secolo, insomma, e non dei “selvaggi” nel senso più negativo del termine, come sovente dimostriamo di essere con le azioni che contraddistinguono il nostro rapporto con i monti (d’altro canto gli uomini selvatici leggendari erano custodi di antiche e preziose sapienze che trasmettevano ai montanari che si dimostravano amichevoli con essi: ad esempio il metodo per ricavare burro e formaggio dal latte). In fondo, a questo proposito, mettono meno inquietudine la grossa clava del Salvadego di Sacco o l’albero sradicato di quello grigionese che, per dire, certe borse di pelle pregiata di civilissimi uomini contemporanei dalle quali fuoriescono progetti inopinatamente insensati e pericolosi per le montagne: anche perché se i primi sono probabilmente solo il frutto di antichi miti popolari e dunque elementi di fantasia ma con un nucleo di altrettanto antica e grande sapienza, i secondi sfortunatamente lo sono di moderne “politiche” deviate, quindi fin troppo reali nonché espressioni di sconcertante insensatezza. E non di rado devastanti, appunto.