Le foreste non pensano (come noi)

Sarebbe bello se lo facessero, ma no, le foreste non pensano. Certamente non lo fanno nell’unico modo che potrebbe toccarci, cioè somigliandoci, attenuando quel senso di solitudine cosmica in cui la metacognizione, che caratterizza la nostra specie, ha imprigionato Homo sapiens in un universo spaventosamente silenzioso. Possiamo allora esplorare il funzionamento del sistema nervoso dei vertebrati e perfino immaginare un bosco come se fosse un grande cervello verde, ma è un abisso pieno di metafore quello che ci separa da loro, dal loro atto di essere, dal loro essere, forse, consapevoli di esistere nel mondo. E non è un guasto dei tempi, o la perdita della magia, o il disincantamento della modernità, perché è sempre stato così, fin da quando in una grotta del Paleolitico superiore un essere umano ha dipinto un animale, sperando che fosse qualcos’altro, cominciando a raccontarlo come se avesse un’anima, come se fosse una persona, come una donna o un uomo o un bambino dentro una pelle di bestia. La nostra specie gioca al gioco dello specchio imperfetto da decine di migliaia di anni, e questo gioco ha prodotto racconti complessi come l’animismo, il totemismo, i mostri e gli dei, perché a stare da soli con quello che c’è già non siamo proprio capaci. Dobbiamo immaginare altro, dobbiamo immaginare l’altro, e allora facciamo pensare le foreste per rivivere la meraviglia, per farci compagnia.

Tratto da Matteo Meschiari, Le foreste non pensano, pubblicato su “Doppiozero” il 29 giugno 2021. È sempre interessante leggere Meschiari, sovente è affascinante, spesso è illuminante e quasi mai è una lettura scontata. Nell’articolo da cui traggo la citazione qui sopra disquisisce di libri di etno-antropologia ma, facendolo, offre un breve ma fenomenale identikit etnologico dell’uomo contemporaneo, quello che si crede padrone del mondo e dominatore su ogni cosa ma che in effetti, come ogni padrone e dominatore assoluto, si scopre terribilmente solo e tremendamente desideroso di poter ascoltare qualcuno che gli parla, ciò che unicamente può giustificare la sua pretesa di essere ascoltato quando vuole parlare. E non riesce, in tale intento, mai o quasi mai. Perché le foreste in verità non è che “non pensano”: certamente non lo fanno come i “Sapiens” e probabilmente non con i “Sapiens”, ecco.

Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo di Meschiari nella sua interezza su “Doppiozero”.

Uno sguardo necessario sulle Alpi

[Il villaggio di Guarda presso Scuol, Engadina, Svizzera. Foto di Nolan Di Meo da Unsplash.]

Uno sguardo responsabile sul paesaggio delle Alpi, al netto di ogni dimensione contemplativa, è oggi più che mai necessario e indispensabile. Uno sguardo di cui si avverte il bisogno, pena la perdita di valore delle Alpi come spazio di vivibilità sostenibile. Una riflessione, quindi, che sappia comprendere i nuovi scenari, non secondo gli sviluppi lineari dei paradigmi di un tempo, ma attraverso l’incedere tipicamente multidirezionale e dialettico della società contemporanea della conoscenza e della complessità. Una riflessione matura sui paesaggi alpini, in conclusione, che riesca a coniugare l’importanza della storia e della tradizione con quella del governo del territorio e dell’innovazione.

(Gianluca Cipollaro e Alessandro De Bertolini, prefazione a Annibale Salsa, I paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pag.XVI.)

Un futuro paradossalmente “agghiacciante”

[Foto di Mats Speicher da Unsplash.]

Negli ultimi due decenni, indica una ricerca internazionale coordinata dal politecnico di Zurigo (ETH), si sono sciolti a livello planetario 267 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno e l’accelerazione del fenomeno contribuisce per un quinto all’aumento del livello dei mari.
Nello studio diretto da Romain Hugonnet (ETH di Zurigo e Università di Tolosa) e pubblicato su “Nature”, è stato esaminato un enorme archivio di immagini satellitari con il quale è stata calcolata la perdita di massa di 217.175 ghiacciai tra il 2000 e il 2019: tra il 2000 e il 2004 l’erosione è stata di 227 gigatonnellate all’anno, tra il 2015 e il 2019 la cifra è salita a 298 gigatonnellate, che si sono tradotte in un innalzamento del livello del mare dal 6 al 19%.
Solo in pochissime zone i tassi di fusione dei ghiacciai (Islanda, Scandinavia e sulla costa orientale della Groenlandia) hanno rallentato, a causa di anomalie meteorologiche che si sono manifestate con precipitazioni intense e temperature più basse sull’Atlantico settentrionale.
Duecento milioni di persone potrebbero ritrovarsi a vivere sotto la linea dell’alta marea entro la fine del secolo, di contro più di un miliardo di persone rischia di soffrire per la scarsità d’acqua e l’insicurezza alimentare entro i prossimi tre decenni.
Attualmente il ritiro dei ghiacciai sta alleviando la carenza d’acqua in alcune regioni perché l’acqua di fusione alimenta grandi fiumi come il Gange, il Brahmaputra e l’Indo, afferma Hugonnet. Ma se le masse ghiacciate sull’Himalaya “continueranno a ridursi a un ritmo crescente, fra pochi decenni stati popolosi come l’India o il Bangladesh potrebbero affrontare carenze d’acqua o di cibo.

Ecco. Anche quello dei ghiacciai che svaniscono anno dopo anno è un tema che ritengo assolutamente fondamentale tanto quanto, ancora oggi, osservato con uno sguardo sostanzialmente folcloristico, purtroppo. Per questo ci torno spesso e ugualmente ve lo propongo – sperando vivamente di non risultare troppo tedioso, ovvio. Ma la montagna che cambia perché non ha più ghiacciai finisce (finirà) per cambiare anche noi tutti, in relazione ad essa e non soltanto, come ho cercato di spiegare in questo post. I dati sopra proposti, tratti dalla ricerca che potete leggere nella sua interezza qui, nella loro matematica freddezza ma pure, e anche per questo, inquietante concretezza, servono a dare corpo a scenari prossimo-futuri che, tuttavia, si stanno già compiendo dacché si sono già avviati da tempo, e verso i quali non possiamo per nulla restare impotenti, sia a livello di comprensione che di azione – per quel che possiamo e potremo fare, noi piccoli umani.

P.S.: il testo della citazione è tratto da tvsvizzera.it, qui. L’elaborazione dell’immagine del Ghiacciaio del Morterasch è mia, e nella sua semplicità vuole a sua volta tentare di rendere chiara la questione della quale ho appena scritto.

Noi e i ghiacciai (che spariscono)

Credo che le immagini della località ritratta nelle fotografie qui sopra le avrete viste più volte, per quanto siano suggestive e per ciò riprodotte di frequente un po’ ovunque. Magari ci sarete pure stati, al Ghiacciaio del Rodano nel Canton Vallese, in Svizzera, in effetti uno dei luoghi più suggestivi della Confederazione e di tutto l’arco alpino. Io con voi, eppure ve le ripropongo perché l’aver ritrovato sul web l’immagine sopra, quella d’epoca – che è una vecchia fotografia datata tra il 1890 e il 1905 ricolorata – mi ha reso nuovamente evidente come il Ghiacciaio del Rodano, come pochi altri ghiacciai alpini, rappresenti una delle più drammatiche manifestazioni della deglaciazione delle Alpi dovuta ai cambiamenti climatici e al relativo riscaldamento globale, fenomeno ormai “storicizzato” dacché in corso da più di un secolo. L’immagine sotto, con la quale confronto la prima, è ovviamente recente, di qualche anno fa.

È una manifestazione drammatica non solo dal punto di vista ecologico e ambientale ma anche da quello del paesaggio e del suo valore antropologico e culturale – proprio in ciò il Ghiacciaio del Rodano risulta emblematico più di altri apparati glaciali in ritiro, in forza della sua visibilità, della vicinanza al fondovalle e della forte “presenza” referenziale e identitaria nel territorio dell’Obergoms, fondamentale nella percezione e nella considerazione del paesaggio locale. Ciò sia in un senso e nell’altro, ovvero quando c’era il ghiaccio e ora che non c’è più: è evidentissimo, qui, come il paesaggio sia totalmente cambiato, il suo elemento fondamentale e vivificante non c’è più, ora il versante è caratterizzato da forme e colori differenti, assumendo un aspetto meno luminoso (e non solo per la mancanza del riverbero glaciale) e più dimesso, più cupo e per certi versi quasi inquietante, per come la grande ferita rocciosa lasciata dalla sparizione della colata del ghiacciaio possa ricordare anche il residuo d’una grande frana e comunque qualcosa di distruttivo, non certo di ravvivante. Un’assenza che inevitabilmente modifica anche la relazione antropologica (sia inconscia che consapevole) di chiunque si trovi nel luogo, che percepirà sensazioni totalmente diverse da quelle che poteva percepire il viaggiatore di un secolo fa, il che finisce per influire anche sulla reciproca identificazione in loco – dell’uomo nel luogo e viceversa. Viene da pensare che nel ghiaccio dimorasse il Genius Loci del territorio in questione e quindi, con lo scioglimento del primo, anche il secondo stia drammaticamente svanendo.

Tutto questo, oltre al cambiamento meramente estetico che ha subito il territorio, elemento solo apparentemente primitivo e superficiale ma a sua volta basilare nella percezione e nella determinazione del paesaggio nello sguardo e nella mente della persona che vi interagisce.

Ecco perché il processo di deglaciazione delle nostre Alpi è ben più ampio, nella sua gravità e nelle relative ricadute, che se considerato dal solo punto di vista ambientale (qui c’è un bell’articolo di “SwissInfo.ch” che tratta proprio questo tema, con numerosi spin-off ad argomenti correlati). Non sparisce solo il ghiaccio ma un intero immaginario visivo e culturale, formatosi nel corso di secoli e che ora, in pochi decenni, si sta sgretolando nei suoi elementi formativi essenziali, proprio come accade ai ghiacciai. Se il loro ritiro continuerà, inesorabilmente tra qualche anno il nostro sguardo sulle Alpi sarà diverso rispetto a quello attuale e ancor più di quello del passato, e ciò senza dubbio (dacché è un processo antropologico congenito al nostro rapporto con il mondo che viviamo) cambierà anche la relazione che intessiamo e intesseremo con i territori alpini, il modus vivendi in essi, la considerazione che ne avremo, l’interazione che vi metteremo in atto e, ultima ma non ultima, la loro identità culturale, quella che identifica in primis le genti che vi abitano.

Vivremo sulle stesse montagne che abitiamo da secoli ma, per molti aspetti, vivremo altre montagne, diverse, mutate nelle forme e nelle sostanze. E chissà come le vivremo, senza più uno dei loro elementi fondanti e caratterizzanti. Chissà.

(Crediti delle immagini: la prima è disponibile presso la Divisione Stampe e Fotografie (Prints and Photographs Division) della Biblioteca del Congresso sotto l’ID digitale ppmsc.07877 in pubblico dominio, fonte qui; la seconda è presente in diverse pagine sul web, senza fonti certe.)