Il bias cognitivo che intrappola il futuro di certe montagne

La tendenza ad assecondare le gratificazioni a breve termine, funzionale ai nostri antenati che vivevano in un ambiente incerto e con risorse limitate, si è oggi trasformata in una vera e propria trappola mentale. L’eccessiva focalizzazione sul presente – nota come present bias – mina alla base la capacità di affrontare in maniera efficace sfide che necessitano di una visione a lungo termine, portandoci a trascurare o sottovalutare sistematicamente le conseguenze future dei nostri comportamenti. […] L’attuale modello di sviluppo ci intrappola nel presente, ignorando i costi a lungo termine. Se non cambiamo il nostro rapporto con il pianeta, la crisi climatica diventerà il sintomo collettivo dello stesso squilibrio generato dalla dipendenza: una corsa senza freni verso il consumo immediato, a discapito di un benessere sostenibile. La crisi climatica è la nostra crisi di astinenza in un sistema economico drogato di crescita.

[Matteo MotterliniScongeliamo i cervelli, non i ghiacciai (Solferino, 2025, pagg.22-32.]

Non trovate che questi passaggi dell’imprescindibile libro di Motterlini – uno dei più importanti filosofi della scienza italiani – nei quali viene spiegata in poche e efficaci parole una distorsione cognitiva (bias, appunto) delle più diffuse, oggi, descrivano perfettamente anche la realtà delle località montane che ancora perseverano nella riproposizione costante di modelli turistici obsoleti (quelli ostinatamente fordisti dello sci, in primis, ma non solo) nonché destinati inevitabilmente ad una prossima fine in forza della loro insostenibilità, rifiutando ostinatamente qualsiasi riflessione, discussione, ripensamento verso il futuro, quasi fossero incapaci di elaborare e comprendere qualsiasi realtà che non sia quella del loro presente? Come se chi le governa fosse chiuso in una scatola dalle pareti fatte di specchi, che riflette costantemente ciò che si trova all’interno e non fa percepire nulla di ciò che sta al di fuori, così generando una crescente alienazione dalla realtà effettiva delle cose sottovalutando qualsiasi elemento esterno in quanto ritenuto non funzionale alla propria “realtà” artefatta e, ovviamente, agli interessi che vi sottostanno.

È veramente una trappola mentale, come afferma Motterlini, nella quale alcuni non ci finiscono per una colpa, ma per la quale diventa una colpa il fatto di non volerci sfuggire quando lo si potrebbe fare e sarebbe del tutto irrazionale non farlo, rifiutando di considerare le conseguenze di tale comportamento. Che però in molti casi coinvolgeranno tutti, non solo gli “intrappolati”.

La montagna, lo sci e l’Italia che cambia

Sul giornale “Italia che cambia”, con un bell’articolo pubblicato lo scorso 26 febbraio dal titolo “Oltre le piste da sci: Olimpiadi, crisi climatica e nuove prospettive per il turismo montano”, Elisa Cutuli ha analizzato in maniera esemplare l’attuale realtà turistica (e non solo) di fatto della montagna italiana da una prima prospettiva post-olimpica, contestuale alle considerazioni che si stanno cominciando a elaborare sui Giochi di Milano Cortina appena conclusi. Olimpiadi che se da un lato hanno generato un legittimo e ovvio entusiasmo, dall’altro hanno sollevato numerose criticità politiche, economiche, sociali, ambientali e per certi aspetti amplificato il nodo cruciale di questi grandi eventi e in generale del turismo montano di massa: la sostenibilità degli sport invernali in un’epoca segnata dagli effetti sempre più evidenti della crisi climatica.

Ringrazio molto Cutuli perché, tra le varie voci citate a sostegno delle argomentazioni proposte, ha ripreso e commentato un mio articolo di qualche settimana fa nel quale ho presentato e commentato l’esperienza post-sciistica di Teglio, località della Valtellina non lontana dalle sedi olimpiche che quest’anno per diverse ragioni non ha aperto gli impianti di risalita e sta registrando un’affluenza di visitatori come da tempo non capitava, smentendo i timori degli stessi operatori turistici locali i quali, con le piste chiuse, paventavano un disastro. Invece stanno registrando un gran successo, il quale alimenta alcune inevitabili riflessioni al riguardo: «L’alternativa alle piste da sci è avviare una vera transizione investendo in un turismo diversificato e distribuito lungo tutto l’anno – scrive Cutuli, «Se c’è neve si scia, se non c’è si cammina, si pedala, si arrampica o si vive il territorio valorizzando cultura e comunità locali. Significa creare posti di lavoro duraturi e costruire un turismo più inclusivo, a differenza di un’industria sciistica destinata a ridursi progressivamente, sempre più concentrata nelle mani di grandi gruppi e accessibile a un pubblico benestante.»

Cutuli riporta anche le considerazioni – assolutamente autorevoli – di Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente e presidente di CIPRA Italia, la quale ricorda che «Lo sviluppo dello sci – spesso accompagnato da importanti operazioni edilizie e speculative – ha generato ricchezza diffusa e creato molti posti di lavoro, ma allo stesso tempo ne ha distrutti altri, affermandosi come una vera e propria monocultura. Un’industria fondata quasi esclusivamente sullo sci ha finito per semplificare il tessuto economico delle vallate. Oggi in molte località gran parte dell’economia ruota attorno a un unico settore, si lavora nella ristorazione o si gestisce un impianto. Col tempo però è diventato evidente che questo modello diffuso non poteva reggere, né dal punto di vista economico né alla luce delle trasformazioni climatiche in corso». In effetti, aggiunge Cutuli, molte attività agricole si sono drasticamente ridotte, almeno in alcune aree, e con esse si sono affievolite tradizioni e culture locali, progressivamente soppiantate dall’industria turistica. Questo modello ha favorito alcune località, rendendole ricche e attrattive, mentre altre sono rimaste ai margini, se non del tutto abbandonate, e ne è derivata una forte disparità tra territori.

Posta tale realtà di fatto, quali sono le prospettive per il futuro? Quali alternative possono tutelare le economie montane salvaguardando al tempo stesso l’ambiente e rispettando gli impegni di contrasto alla crisi climatica? A questi interrogativi – segnala l’articolo – sarà dedicato l’incontro “Nevediversa. La montagna e il clima che cambia”, in programma il 14 marzo alle 11.30 all’interno della manifestazione “Fa’ la cosa giusta!” a Fiera Milano Rho.

Interverranno Luca Mercalli, climatologo e divulgatore scientifico, la citata Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente e presidente di CIPRA Italia, Sebastiano Venneri, responsabile Turismo di Legambiente e il sottoscritto. Un appuntamento (segnatevelo!) sul quale a breve vi darò maggiori dettagli e che, ne sono certo, garantirà ottimi e interessanti approfondimenti sui temi qui considerati, fondamentali per il futuro delle nostre montagne e per l’intera Italia – un paese in gran parte proteso nel mare ma fatto quasi tutto di montagne, è bene non dimenticarlo!

Soldi pubblici, ricavi privati

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Ma poi, parliamoci chiaro: lo stato – ministeri, regioni, province, eccetera – finanzia gli impianti sciistici (o le infrastrutture turistiche in genere – siano logiche o meno, non è questo il punto ora) cioè elargisce denaro pubblico a soggetti privati che fanno lucro e, dunque che da quei soldi pubblici – milioni e milioni di Euro, non bruscolini – ricavano guadagni propri (che significa anche coprire propri debiti, in molti casi). È normale tutto ciò?

In pratica: io, gestore di comprensorio sciistico, costruisco una nuova seggiovia, me la faccio pagare dallo stato, dunque da noi tutti, poi l’impianto (che è mio) lo usano gli sciatori con uno skipass che comprano da me, non dallo stato, e che dunque fa guadagnare me, non lo stato. E se a fine stagione ho generato debiti perché ha nevicato poco o fatto caldo oppure non sono stato così bravo a gestire la mia attività, chi mi paga almeno in parte quei miei debiti? Di nuovo lo stato, ma ovvio!

Alzino la mano gli imprenditori locali che, per acquistare un bene funzionale alla propria attività e dunque ai propri utili, o viceversa per coprire debiti generati, si sono visti elargire dalla politica così, d’emblée, denaro pubblico! [1] Tutt’al più essi possono fruire di crediti fiscali o garanzie sui mutui, non altro.

«Ma c’è l’indotto!» dicono gli enti pubblici. Embé? Perché, tutte le altre attività economiche non fanno indotto? «La lotta allo spopolamento!» rilanciano. Ma dove, che quasi ovunque vi siano comprensori sciistici i paesi perdono abitanti?! «Lo sviluppo dei territori!» Ah, quindi le altre attività in loco non fanno nulla e i loro lavoratori passano il tempo a guardare per aria?

A questo punto si prendano tutti quei soldi (centinaia di milioni di Euro, nel complesso) e, invece che darli a un singolo imprenditore per (spesso) un solo intervento, li si elargiscano in modi proporzionali e ben ponderati – non ad mentula canis come avviene con il turismo di massa – a tutti i soggetti economici e imprenditoriali del territorio che si vuole sviluppare e sostenere, che non si vuole far spopolare, nel quale si vuole generare un reale e diffuso indotto economico.

Questa è una politica logica e coerente per i territori montani e le aree interne, non ciò che avviene ora. E, ribadisco: è normale che avvenga?

[1] Lo so bene che a volte è accaduto, ma per grandi realtà industriali alla cui attività veniva riconosciuto un “interesse nazionale”, ma è una pratica che, lo sapete, è stata variamente criticata e sovente non ha portato a nulla di buono, tanto per quelle realtà industriali quanto per l’interesse nazionale. E comunque non mi pare proprio sia il caso, questo, dei comprensori sciistici/turistici, entità industriali e economiche medio-piccole nella gran parte dei casi.

Quelli che vogliono continuare a sciare dove non è più logico farlo e quelli che no

«La neve artificiale è ormai indispensabile sulle piste da sci e anche alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 viene utilizzata. Qualche purista potrebbe storcere il naso, ma con il cambiamento climatico dobbiamo abituarci ad avere un ‘aiutino’ se si vogliono praticare gli sport invernali.»

Questo è l’incipit di un recente articolo del quotidiano on line “Torinoggi.it” (quello lì sopra) e trovo manifesti bene il “pensiero” alla base di certo turismo contemporaneo, non solo sciistico-invernale. Siccome c’è il cambiamento climatico che sta cambiando la montagna ma si vuole continuare a praticare gli sport invernali, bisogna accettare l’aiutino della neve artificiale. Logico. Oppure no? Forse che viceversa, a pensarci bene, la vera logica sta nel fatto che siccome in molte località montane il cambiamento climatico non consente più di sciare come una volta, non ha senso continuare a volerlo fare?

Sì ma «l’economia», «l’indotto», i «posti di lavoro», «lo spopolamento delle montagne» eccetera? Confutazione logica, all’apparenza. Oppure no? Forse che, invece, sia proprio l’economia dello sci, quando venga imposta in modalità monoculturale, a bloccare tutte le altre attività turistiche che non siano legare alla neve artificiale con le loro economie e dunque lo sviluppo generale dei territori?

Ecco un caso recente di una località che seguo da tempo, Teglio, in Valtellina:

Da anni si cerca di rilanciare il piccolo comprensorio sciistico locale, ma le condizioni meteo-climatiche e ambientali del luogo non lo consentono. Tre anni fa sono stati persino acquistati numerosi nuovi cannoni sparaneve, rimasti sostanzialmente inutilizzati (con conseguente gran spreco di soldi, inutile dirlo). Ma ecco che, magia delle magie, si spengono gli impianti di risalita e il posto si riempie di gente come mai negli ultimi anni!

Quindi, la domanda sorge spontanea: è più logico di pretendere di voler sciare anche quando le condizioni per farlo non ci sono più e dunque costringendosi a utilizzare mezzi artificiali (e a sostenere le ingesti spese conseguenti) oppure è più logico godersi la neve naturale, quando c’è, facendo tutto quello che si può fare senza dover dipendere da alcun “aiutino”?

[Gli inutilizzati cannoni di Teglio e un’immagine degli sbancamenti di qualche estate fa lungo le piste per la realizzazione del nuovo impianto di innevamento artificiale.]
E quindi vogliamo vedere che, se in molte località montane – non dico ovunque, ma in molti posti sicuramente – finalmente si sostenessero, finanziariamente e politicamente, le attività invernali non sciistiche al pari di quelle sciistiche si potrebbe generare più economia, più indotto, salvaguardare i posti di lavoro e contrastare veramente lo spopolamento di quei territori di montagna?

Ecco. Dunque per cosa è realmente il caso di storcere il naso?

[L’efficace slogan che compare sulla home page del sito web dell’Alpe Teglio. Cliccateci sopra per visitarlo.]
P.S.: a Teglio spero lo abbiano definitivamente capito che è il caso di spegnere per sempre i propri impianti di risalita (e vendere quei cannoni sparaneve inutilizzati, la cui visione è parecchio irritante), per portare avanti con impegno il percorso di ridefinizione dell’offerta turistica locale in chiave post-sciistica avviato lo scorso anno. Ne ho scritto qui.