[Il villaggio di Sonlèrt/Sonlerto in Valle Bavona. Immagine tratta da www.invallemaggia.ch.]Oggi è il 1° di agosto, Festa Nazionale per la Svizzera che è la mia “seconda patria” – e, per certi versi, la prima heimat – e quest’anno per tale ricorrenza vorrei proporre un omaggio alla Confederazione Elvetica diverso dal solito tanto quanto doveroso. È un omaggio rivolto alle meravigliose valli alpine del Cantone Ticino che nelle scorse settimane, al pari di altri territori nelle Alpi italiane, sono state sconvolte dal maltempo con innumerevoli danni e, purtroppo, alcune vittime. Le immagini che vedete lì sotto (tutte tratte da “Tio.ch“) sono del tutto eloquenti al riguardo.
È stata attivata una piattaforma con la quale si possono donare somme di denaro libere che verranno utilizzate per il supporto alle popolazioni delle vallate convolte – che tutt’oggi hanno località ancora isolate e raggiungibili solo a piedi o in elicottero: cliccate sulle immagini sottostanti per accedervi.
Diversamente, visti i territori coinvolti nei quali vive (e che sono animati da) uno dei Genius Loci alpini più potenti in assoluto, facendone “montagne” nel senso più idealmente compiuto del termine, il mio consiglio caloroso è quello di andarci, di visitare i villaggi che rapprendono la loro anima, di camminare sui loro bellissimi sentieri, mangiare e pernottare nelle capanne e nei rifugi, aiutare i piccoli esercizi commerciali che vivono di un turismo lento e dolce oltre che grazie alle comunità residenti. Credo sia un modo non solo per supportare economicamente, per quel poco che si può e si vuole fare, quelle valli ma anche per riportarvi vitalità, allegria, speranze, sensazioni positive, avendone in cambio alcune delle esperienze alpine e delle suggestioni più vivide e profonde che si possono cogliere sulle Alpi.
In fondo, qui come in altre situazioni simili, sono sempre le piccole azioni a costruire, una dopo l’altra, le più grandi cose; in tal caso, visto il fine così virtuoso, la somma che ne scaturisce è ancora più importante e di valore. Unus pro omnibus, omnes pro uno: «Uno per tutti, tutti per uno», proprio come recita il motto nazionale elvetico.
Grazie a chiunque vorrà seguire questi miei modesti consigli e… Viva le montagne ticinesi, viva la Svizzera!
(Questo post fa parte della serie “Cartoline dalle montagne“; le altre le trovate qui.)
[Foto di Janis Fasel su Unsplash.]Il Wetterhorn è senza dubbio una delle montagne più spettacolari della Svizzera e di tutte le Alpi. Possente, maestosa, imponente, domina con la sua triplice vetta – che raggiunge la quota massima di 3704 m – una delle vedute più famose e fotografate della Svizzera, quella della conca valliva di Grindelwald, sulla quale precipita dalle zone sommitali glaciali con un’impressionante parete verticale alta 1400 metri e una prominenza complessiva dal fondovalle di oltre 2000 metri.
Ha solo una “sfortuna”, il Wetterhorn: l’orogenesi di questa parte delle Alpi l’ha piazzata accanto a montagne ancora più elevate e, soprattutto, più celebrate dalle cronache e dal turismo mondiale. Innanzi tutto l’Eiger, poi il Monch e la Jungfrau – la celeberrima “triade” dell’Oberland bernese – e poi altri quattromila della zona come lo Shreckhorn, il Lauteraarhorn, il Finsteraarhorn… Così sovrastato da queste vette e messo in ombra dalla loro fama globale, il Wetterhorn risulta inesorabilmente meno famoso e citato. Eppure, la sua avvenenza alpestre non è da meno rispetto a quella dei rinomati monti vicini e la sua parete nord ovest non sfigura in imponenza rispetto alla celeberrima nord dell’Eiger, della quale è solo qualche dozzina di metri meno alta; d’altro canto il Wetterhorn vanta una lunga serie di opere pittoriche che lo ritraggono, come se prima dell’avvento del turismo commerciale, concentratosi sui monti vicini (innanzi tutto grazie alla rinomata Ferrovia della Jungfrau; ma anche il Wetterhorn era risalito da una funivia parecchio spettacolare: l’ho raccontata qui), i viaggiatori che giungevano in zona fossero ben più sensibili alla sua bellezza.
[Il Wetterhorn giganteggia sopra le case di Grindelwald. Foto di W. Bulach, opera propria, CC BY-SA 4.0. Fonte commons.wikimedia.org.]Peraltro sul versante opposto di Grindelwald, quello della Haslital ove si trova la località di Meiringen (sì, quella che, si dice, ha dato il nome alla meringa), il Wetterhorn in passato era chiamato Hasle Jungfrau, essendo la vetta massima del paesaggio visibile da quella zona così come la Jungfrau vera e propria lo è per il versante dirimpetto, il che ne rimarcava non solo l’importanza morfologica ma anche il forte valore di marcatore referenziale del monte per la geografia locale.
Ma per me che sono un gran appassionato di montagne tanto quanto di toponomastica alpina, il fascino del Wetterhorn nasce anche da questo suo strano nome: il “Corno del tempo”, inteso proprio come tempo meteorologico. Infatti wetter in tedesco significa “tempo” – «Was ist für Wetter?», «Che tempo fa?» – e lo si può usare sia con accezione positiva che per “maltempo” così come per indicare le previsioni meteo. Fatto sta che non sono riuscito a trovare alcuna informazione sull’origine del toponimo Wetterhorn. Perché tale diretto riferimento alla meteorologia nel nome? Forse che la montagna con la sua mole riesce a influenzare le correnti atmosferiche e dunque le condizioni del tempo nella zona? O forse perché anche per il Wetterhorn (come accade per molte altre montagne) la presenza di particolari circostanze meteorologiche, ad esempio la presenza di nubi stazionanti sulla vetta (come nella “cartolina” qui sotto), è sintomo di imminente maltempo?
Non è dato sapersi – almeno per lo scrivente.
[Foto di Xperience, opera propria, pubblico dominio. Fonte commons.wikimedia.org.]Magari, qualcuno di voi che state leggendo questo mio articolo ne sa di più al riguardo: sarò ben felice di imparare da lui. Fatto sta che per il momento il “mistero” toponomastico del Wetterhorn resta. Ma anche stavolta è un mistero che in fondo accresce ancor di più il fascino del Wetterhorn e ne alimenta la grande valenza geografica e culturale per il territorio che domina e per chiunque abbia la fortuna di ritrovarselo, così scenograficamente maestoso e spettacolare, nello sguardo.
[Fonte dell’immagine: ETH-Bibliothek Zürich, Bildarchiv.]Uno degli aspetti che più di altri ha contribuito al successo del turismo montano, quando da metà Ottocento in poi prese a svilupparsi nelle forme che ancora oggi, ovviamente aggiornate, lo caratterizzano, è stata la cosiddetta panoramicizzazione del paesaggio, cioè la possibilità di godere delle spettacolari vedute dalle vette delle montagne raggiunte senza sforzo grazie ai nuovi mezzi di trasporto alpini che la tecnologia consentiva di realizzare: funicolari e funivie, principalmente. Si poteva vedere il mondo dall’alto come facevano gli alpinisti senza rischiare la pelle e non dovendo nemmeno indossare scomodi scarponi chiodati o pesanti giacche di lana grezza, in buona sostanza.
Tra le funivie, due sono quelle che si possono contendere il titolo di “prima funivia aerea del mondo”, essendo entrate in servizio nello stesso anno, il 1908. Una è la funivia del Colle, a Bolzano, che pur in modo primordiale assomigliava pienamente alle funivie di oggi; l’altra è invece un impianto ben più strano e sotto certi aspetti incredibile, se non assurdo, che quell’anno entrò in servizio presso Grindelwald, in Svizzera: il cosiddetto Ascensore del Wetterhorn (Wetterhorn-Aufzug).
[Fonte dell’immagine: Staatsarchiv des Kantons Bern.]Progettato dall’ingegnere tedesco Wilhelm Feldmann (lo vedete nell’immagine qui sopra), che dopo aver collaborato in patria alla progettazione di alcuni sistemi ferroviari innovativi, ad inizio Novecento venne a vivere in Svizzera e, nel mentre che poco distante si lavorava alla realizzazione della Ferrovia della Jungfrau, pensò a come poter raggiungere la vetta di un’altra imponente montagna della zona, il Wetterhorn (della quale scriverò presto). Essendo il versante di Grindelwald estremamente impervio e scosceso, Feldmann ideò un rivoluzionario, bizzarro incrocio tra una funivia e un ascensore, che in quattro tratti avrebbe dovuto raggiungere la vetta del monte a 3692 metri di quota.
[Fonte dell’immagine: ETH-Bibliothek Zürich, Bildarchiv.]Il primo tratto partiva dai pressi dell’Hotel Wetterhorn (che esiste ancora) e saliva alla stazione a monte di Enge, a 1677 metri di quota, un vero e proprio nido d’aquila piazzato sul ciglio di una paurosa parete verticale sotto la quale ai tempi si trovava la spettacolare seraccata frontale del Ghiacciaio Superiore di Grindelwald (Obere Grindelwaldgletscher), grande attrazione turistica per quei tempi. La linea raggiungeva un’incredibile pendenza media del 116%, impossibile da superare per qualsiasi funivia “ordinaria”anche contemporanea e per questo l’impianto assomigliava di più a un ascensore; per consentire ciò le funi passavano letteralmente “dentro” le cabine, protette da sedi apposite. Le immagini che vedete a corredo di questo articolo sono assolutamente significative al riguardo.
[Fonte dell’immagine: Swiss National Library.]Le cabine da 16 posti – 8 seduti e 8 in piedi – potevano trasportare fino a 110 persone all’ora sia in salita che in discesa superando in nove minuti un dislivello di 420 metri, e in un anno arrivavano a effettuare fino a 1800 viaggi diventando un must per i turisti che villeggiavano in zona, anche se per viaggiarci sopra non bisognava assolutamente soffrire di vertigini, poste le caratteristiche e il contesto dell’impianto (l’immagine qui sotto a destra mostra l’incredibile vista verso valle dalla stazione di arrivo e fa ben capire quanto fosse vertiginosa.)
In ogni caso rappresentava un geniale capolavoro ingegneristico e tecnologico – lo sarebbe tutt’oggi, a ben vedere – che di contro ebbe vita breve: lo scoppio della Prima Guerra Mondiale cancellò il turismo in zona e fermò l’impianto, mentre pochi anni dopo una frana danneggiò gravemente la stazione a valle. Peraltro il suo ideatore, l’ingegner Feldmann, morì nel 1905 a soli 52 anni per le conseguenze di un ictus: non solo non vide mai in servizio la sua geniale invenzione ma con tutta probabilità in sua assenza lo stesso progetto di continuare l’impianto fino alla vetta del Wetterhorn venne accantonato. Nel frattempo la Ferrovia della Jungfrau aveva cominciato la sua attività, dunque negli anni successivi i turisti avrebbero comunque trovato in zona una spettacolare attrazione ingegneristica da visitare e fruire per raggiungere le alte quote glaciali dell’Oberland bernese: un’opera che da molti venne definita l’“ottava meraviglia del mondo” e tutt’oggi affascina milioni di turisti – ma forse pure il geniale tanto quanto sfortunato Ascensore del Wetterhorn avrebbe potuto essere considerato in quel modo.
Primo di agosto, Festa Nazionale Svizzera: come tradizione la celebro a mio modo, stante la mia svizzeritudine (che per buona parte è finita anche in questo libro) ma quest’anno lo faccio in maniera ancora più originale con un racconto umoristico che da un lato prende un po’ in giro un certo “tipico” (ovvero così ritenuto) modus vivendi elvetico ma dall’altro vuole omaggiarlo con gran cordialità e affetto.
Dunque…: Einer für alle, alle für einen / Un pour tous, tous pour un / In per tuts, tuts per in / Uno per tutti, tutti per uno!Auguri, Svizzera!
Disciplina svizzera
Bisogna ammettere che pochi altri come gli svizzeri hanno senso civico e sanno essere estremamente rigorosi e disciplinati nel seguire le regole.
Mi hanno raccontato, per dire, di un inseguimento tra un ladro e la polizia, in una città svizzera. Il ladro, una volta colto sul fatto dai poliziotti, è fuggito dal luogo del reato con una macchina non rubata bensì regolarmente noleggiata presso una locale agenzia di rent-a-car. I poliziotti hanno subito preso a inseguirlo ma il primo li stava seminando, dal momento che avevano imboccato una strada con limite a 50 km/h mentre il ladro era su una corsia accanto ma con limite a 70 km/h (un autovelox in loco ne fisserà il passaggio a 69,8 km/h). Poco più avanti il ladro ha però trovato un semaforo rosso e i poliziotti gli si sono rifatti sotto, se non che è toccato ad essi di doversi fermare a un passaggio pedonale sul quale stava attraversando un’anziana donna. Dunque il ladro ha ripreso un buon vantaggio ma ha ricevuto una telefonata sul proprio cellulare che gli ha imposto di fermarsi per rispondere e non trasgredire la relativa norma del codice stradale: era solo una chiamata a fini commerciali (l’offerta non si è rivelata conveniente, alla fine), ma ciò ha permesso ai poliziotti di raggiungerlo.
Il ladro ha deciso così di abbandonare l’auto – non prima di aver trovato un parcheggio libero e pagare la sosta al parcometro – e continuare la fuga sui mezzi pubblici, con sempre alle calcagna i poliziotti che invece hanno goduto della fortuna di lasciare la propria vettura in uno spazio di sosta riservato alle forze dell’ordine. Purtroppo era orario di punta, e il ladro s’è dovuto mettere in coda per acquistare il biglietto alla cassa automatica: buon per lui che i poliziotti, arrivati qualche istante dopo, si sono ritrovati tra essi e il ladro numerosi altri viaggiatori in coda la cui presenza ha impedito loro di raggiungere e agguantare il fuggitivo, così come lo stesso è accaduto nel bus, sul quale tra la calca il ladro è salito davanti e i poliziotti dietro.
Messo tuttavia così alle strette, il ladro è sceso dal bus qualche fermata avanti e si è barricato in una casa lì vicino, non prima di prendere adeguati accordi con la signora occupante: lei lo avrebbe fatto entrare a patto che lui le desse una mano nei mestieri di casa. Ciò ha ritardato la trattativa successivamente avviatasi, in quanto il ladro non poteva troppo distrarsi nel dialogo con i poliziotti dovendo stirare alcune camicie di seta, notoriamente assai ostiche da trattare col ferro da stiro. Tra le cose richieste dal furfante: un maggior numero di cestini per la spazzatura nel suo quartiere, una nuova pentola per la fondue (la sua era ormai consumata) come dono per il compleanno e un buon preventivo per rifare l’impianto elettrico di casa, non più a norma. Altrimenti, avrebbe stracciato le fatture delle spese condominiali della signora sua ostaggio, impedendole il regolare pagamento.
Tra le urla di disperazione della donna per tale spaventosa minaccia, la trattativa si è fatta assai più ostica e, non pervenendo ad alcun buon risultato, il ladro ha deciso di fuggire da una porta sul retro, appena dopo aver apparecchiato la tavola per il pranzo e messo a bollire l’acqua per la zuppa. I poliziotti, resisi conto della nuova modalità di fuga, hanno ripreso l’inseguimento con il massimo impegno ma, per riuscire finalmente ad acciuffare il ladro, hanno dovuto escogitare un astutissimo stratagemma: recuperata la propria vettura, si sono finti due italiani che avevano appena parcheggiato l’auto in seconda fila. Circostanza che ha fatto sentire il ladro in dovere di fermarsi per riprendere e rimproverare i due, i quali con guizzo fulmineo lo hanno bloccato e arrestato.
Processato per direttissima, il ladro non è stato ritenuto colpevole né di furto (non aveva ancora avuto modo di rubare nulla, per il rapido intervento dei gendarmi) né per effrazione (si era finto un venditore di elettrodomestici con gli occupanti del palazzo in cui era penetrato) ma per non aver ritirato la ricevuta fiscale relativa al regolare pagamento del noleggio dell’auto utilizzata per la fuga. Ha preso dodici anni di carcere.
Tuttavia, ai due poliziotti autori del pur brillante e rocambolesco arresto del pericoloso fuggitivo non è andata meglio: sono stati radiati dal servizio. Per aver parcheggiato la propria vettura in seconda fila, già.
Forti gli svizzeri, eh! Non c’è che dire.
Seldwyla, secondo l’antica parlata, indica una località solatia e deliziosa, che si trova da qualche parte in Svizzera. Essa è ancora circondata da alte mura e torri, come lo era trecento anni fa, ed è rimasta sempre lo stesso nido; l’originale e profondo intendimento di questo insieme è stato consolidato dalla circostanza, che gli stessi fondatori della città, si erano posti a una buona mezz’ora da un fiume navigabile, con il chiaro segno, che non se ne sarebbe fatto nulla. Ma essa è sistemata bene, nel mezzo di verdi monti, troppo esposti a mezzogiorno, cosicché il sole la può investire appieno, ma neppure un alito di vento la sfiora. Così vi cresce attorno alle antiche mura un buon vitigno, mentre più in alto sui monti si estendono zone boscose, che costituiscono il patrimonio della città; perciò è questo stesso un emblematico e curioso destino, che la comunità sia ricca ma la cittadinanza povera e precisamente che nessuna persona di Seldwyla abbia qualcosa e nessuno sappia, di che cosa essi da secoli vivano.
[Gottfried Keller in un disegno di Karl Stauffer-Bern del 1887.]
Quella descritta da Keller, scrittore “nazionale” svizzero per eccellenza ovvero uno dei più significativi in senso assoluto della letteratura elvetica (ma pressoché sconosciuto al grande pubblico italiano), è una località immaginaria, Seldwyla, che tuttavia compendia in modo letterariamente efficace i principali caratteri della Confederazione e delle sue genti: il paesaggio montano e boscoso (patrimonio della città così come della Svizzera reale, innegabilmente) e la cura agricola delle terre (i vitigni) ma pure la difesa di esse (le alte mura e le torri), la concretezza degli abitanti (il fondare la città a mezz’ora da un fiume navigabile) così come una certa condizione sociale, e socioeconomica, che per certi versi è emblematica anche per la contemporaneità elvetica. Come si può leggere su Wikipedia nella voce dedicata alla novella da cui è tratto il testo qui citato, “Persone di poche parole, gli abitanti di Seldwyla, ridono raramente e non perdono tempo ad immaginare storielle divertenti ed altre amenità. Essi non vogliono saperne di politica, che, secondo loro, conduce spesso a guerre, che loro, essendo da poco arricchiti, temono più del diavolo.”
Ecco: svizzeri, appunto. Oggi che è il 1° di agosto, la Festa Nazionale Svizzera, anche di più. Auguri!