[Immagine tratta da un video pubblicato sul canale Youtube de “Il Sole 24ORE“. Cliccateci sopra per vederlo.]Quello che sta accadendo tra Bielorussia e Polonia, con migliaia di migranti di mezzo, non è uno scontro tra quei due stati ovvero tra Russia e suoi alleati e Unione Europea. Non lo è principalmente, perché innanzi tutto è un ennesimo sfregio a qualsivoglia concetto di umanità che il diritto internazionale teoricamente salvaguarda in quanto elemento fondamentale per poter definire la razza umana – nel suo insieme: bielorussi, polacchi, europei, russi, noi tutti – una “civiltà”. Cosa per l’ennesima volta, appunto, appare del tutto immotivata. Che il regime bielorusso sia delinquenziale lo si sa da tempo, che l’attuale capo della Russia sia un personaggio a dir poco subdolo pure (e vogliamo dire qualcosa dell’attuale reggenza polacca?) ma ugualmente si sa ormai bene che l’Unione Europea non vuole gestire il fenomeno migratorio, in nessun senso, per proprie ampie e bieche meschinità, nonostante questa parte di mondo sia (dovrebbe essere) la più culturalmente e civilmente avanzata del pianeta. Il rifiuto politico europeo – di tanti singoli stati che nella somma ne fanno uno sostanzialmente complessivo – di comprendere innanzi tutto il fenomeno migratorio dal punto di vista sociologico e antropologico (la sto reclamando da anni, questa necessità) per poi adeguatamente gestirlo dal punto di vista politico, senza poi contare l’incapacità di non strumentalizzarlo in un senso o nell’altro, altra prova di grande mediocrità ideologica, ha creato e ancora genererà innumerevoli casi come quello in corso sul confine tra Polonia e Bielorussia, cioè, in altre parole, ha già cagionato e continuerà a provocare migliaia di morti. Di gente che viene privata di ogni diritto, in primis di quello all’umanità. Il che non significa affatto che debbano essere accolti tutti o debbano essere tutti respinti: si può fare qualsiasi cosa ma sempre – e come dovrebbe essere per ogni atto umano, tale proprio per questo – con il più adeguato buon senso. Cioè con la comprensione il più possibile ampia del fenomeno che consenta una altrettanto ampia possibilità di gestione, di contenimento, di salvaguardia del diritto internazionale, di sicurezza delle persone che migrano e di quelle che accolgono o che si trovano nei flussi di transito e, parimenti, che cancelli qualsiasi stupido e inumano ricorso a slogan propagandistici, a rivalse geopolitiche tanto demenziali quanto disumane, a xenofobie alimentate da ignoranze funzionalmente indotte e coltivate o a buonismi privi di qualsiasi logica civica e politica che propugnano un globalismo soffocante qualsiasi identità culturale e dunque il concetto stesso di “umanità” in relazione alla storia e alla geografia. E che eviti di trasformare degli esseri umani in cose senza valore alcuno da utilizzare come merci di scambio, pedine di un gioco geopolitico efferato, oggetti di cui si può fare qualsiasi cosa, anche eliminarli come fossero rifiuti da far sparire rapidamente.
Forse, affinché cambino realmente le cose al riguardo, servirebbe veramente che le posizioni si invertissero. E, nel mondo caotico e in balìa di innumerevoli macroproblemi di gravità planetaria (quello riguardante i cambiamenti climatici, per dirne uno) non è detto che un domani non accada sul serio e che sul filo spinato di quei confini o sui barconi fatiscenti in navigazione nel Mediterraneo o in mezzo ai deserti più inospitali ostaggi di spietati e impuniti trafficanti di esseri umani ci saranno gli altri. E sapete a chi mi stia riferendo. Ecco.
[Foto di Michele Comi.]ALT[R]O FESTIVAL 2021. Saliamo in Valmalenco, io e Loki – il mio segretario personale a forma di cane – per partecipare a “Il sentiero che non c’è”, l’escursione esperienziale (lo so, è una definizione brutta, ma rende l’idea) guidata da Michele Comi. Il cielo è ingombro di nubi grigie ma qui e là qualche squarcio d’azzurro c’è.
Si forma il gruppo, ci si conosce, si introduce la giornata, si parte. Però di lì a non molto comincia a piovere, anzi, tuoni frequenti annunciano un inequivocabile temporale, la pioggia aumenta d’intensità, nuvole basse e fitte annebbiano di frequente il paesaggio. Che si fa, quindi? Si torna indietro, che la giornata è ormai rovinata? Giammai, anzi: è proprio in questo modo che la giornata si fa oltre modo interessante e diviene via via compiuta!
La nostra società, e il modus vivendi che ci siamo costruiti nella contemporaneità ovvero la relativa (non) forma mentis, ci ha quasi del tutto disabituato alla gestione della difficoltà, dell’imprevisto, alla resilienza immediata di fronte all’intoppo, al cambio di rotta necessario tanto rapido quanto logico ovvero, più banalmente, a sopportare inconvenienti in verità di pochissimo conto che, invece, possono regalare momenti, circostanze, esperienze inattese e affascinanti. Piove, embè? Una volta che non si è degli sprovveduti e si hanno con sé gli “strumenti” atti a non infradiciarsi (non gli ombrelli, per carità: sono un ammennicolo troglodita!), c’è soltanto da prepararsi a vivere quell’esperienza in modo diverso da come si credeva e a farsi sorprendere da una tale variante più o meno improvvisa – e la pioggia nel bosco regala tante di quelle percezioni altrimenti ignorate (luminosità brillanti, cromatismi intensi, effluvi vivaci, rumori ammalianti… – che è facilissimo restarne stupiti, se si sa attivare in sé stessi la giusta sensibilità.
Non solo: in questo modo l’esperienza diventa ancora più “formativa”, aggiungendosi alle suggestioni sul fondo di essa un elemento (o diversi elementi) che costringono a acuire ancor più l’istinto, a aguzzare i sensi, a raccogliere intorno a sé ulteriori dettagli materiali e immateriali che aiutino da un lato a non subire le difficoltà impreviste e dall’altro – per motivi uguali e opposti – a vivere un momento di inopinata tanto quanto intensa relazione con il luogo nel quale ci si trova. Non a caso, tornando a quanto affermavo poco sopra, la perdita di resilienza nelle difficoltà è andata di pari passo con la perdita delle capacità di relazione con i luoghi nei quali viviamo o coi quali interagiamo. La causa di fondo credo sia la stessa: siamo diventati talmente viziati, talmente pretenziosi, negligenti (se non proprio menefreghisti) e così poco forti di intuito e di spirito che appena qualcosa mette a rischio la sfera protettiva nella quale ci richiudiamo continuamente perdiamo il controllo della situazione e di noi stessi, ci sentiamo smarriti anche se in mezzo a innumerevoli segnali di direzione (che non sappiamo più vedere), ci perdiamo in un bicchiere d’acqua piuttosto di berla per dissetarci e così abbeverati andare oltre l’ostacolo per continuare il cammino.
Sono temi che proprio Michele Comi, in veste di guida alpina e di facilitatore d’esperienze in montagna, propone molto spesso nelle sue attività, ovvero sono temi fondamentali per contribuire alla solida tessitura di quella relazione consapevole col mondo che ci circonda che dovrebbe essere una delle basi necessarie a farci stare in armonia con il mondo stesso e, di rimando, a fare del mondo un luogo armonioso e quanto più possibile privo di storture – almeno ove esso sia dominato da noi umani.
Insomma: siete in montagna e si mette a piovere? Andateci ben equipaggiati, imparate a riconoscere le reali situazioni di pericolo e non tornate indietro, anzi, godetevi la fascinosa particolarità del momento! Alla fine è acqua che cade dal cielo, mica acido solforico, che diamine! – e probabilmente, visto che siete sui monti, è anche meno inquinata di quella cittadina, già. Scansare le difficoltà (banali poi come uno scroscio di pioggia o altro di simile), e non voler acquisire le nozioni per superarle, non fa altro che ridurre la nostra “comfort zone” a un recinto talmente stretto che ci rende simili a tanti polli rinchiusi nelle gabbie degli allevamenti industriali: senza volontà, senza brillantezza intellettuale, con pochissime possibilità di vivere esperienze realmente belle e formanti che ci rendono la vita più interessante e stimolante. Delle emerite pappe molli, ecco.
D’altro canto, come disse uno che la montagna (e non solo quella) l’ha vissuta veramente fino in fondo, Walter Bonatti:
No, mi dicevo, non può essere bello un mondo dove le paure e gli entusiasmi spaventano i più, tesi come sono al risparmio di sé e dei propri sentimenti.
[Loki, il mio segretario personale a forma di cane, conduce il gruppo nella fitta foresta alla ricerca del passaggio migliore per uscirne senza pericolo alcuno. 😄 Foto di Michele Comi.]
[Crediti dell’immagine: Wellcome Library, London. Wellcome Images, images@wellcome.ac.uk, http://wellcomeimages.org, CC BY 4.0; fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]Se dovessi citare una cosa – una mania, una devianza, un disturbo… si può definire in modi diversi ma tutti di simile accezione clinica e “filosofica” – della quale pare proprio che sia afflitta la nostra società contemporanea, tra le prime mi verrebbe da dire il gigantismo.
Già. Fateci caso. Succede un po’ ovunque, ormai.
Gli smartphone, sempre più grandi. Gli schermi televisivi, idem. I centri commerciali, le utilitarie tanto quanto i SUV, i followers sui social, le navi da crociera, le funivie per portare sempre più persone sulle vette dei monti – a suo modo è un’altra forma di “gigantismo”, il turismo di massa. E al proposito di montagne, guarda caso: le mega-panchine di cui ho scritto qualche giorno fa oppure i ponti tibetani, nuova giostra turistica alpina “alla moda”, sempre più alti, più lunghi, più sospesi e via di questo passo. D’altro canto siamo nell’era delle fake news e in fondo anche la pratica tanto diffusa di «spararle sempre più grosse», come si usa dire vernacolarmente, la si può considerare a sua volta un gigantismo – dell’ignoranza e della falsità. In effetti, poi, una tale devianza la si può comunicare in molti differenti modi, io lì sopra ho citato solo i primi che mi sono venuti in mente: basta guardarsi intorno e se ne trovano ovunque numerosi altri.
Ma fate caso pure a un’altra evidenza: dove si manifesta tutto questo gigantismo? Nelle cose sostanzialmente superflue, quasi che la grandezza della taglia sia inversamente proporzionale all’utilità effettiva dell’oggetto in questione. Per dire: non che se ora non abbiamo un televisore da 70 pollici non possiamo vedere la partita della nostra squadra del cuore, no? E ve li ricordate i cellulari degli anni Novanta, che misure avevano? Certo, non erano smart, ma per telefonare servivano comunque. Di contro è vero che se il SUV non è abbastanza grande, lussuoso e potente, non consente al suo proprietario di mettersi in mostra come probabilmente egli desidera. Il gigantismo della vanagloria, in pratica.
Ecco, forse sta proprio qui il nocciolo della questione: il gigantismo consumistico odierno è diretta conseguenza del nanismo culturale della società che lo manifesta. Dove questa viene a mancare di spessore morale, di identità, di coscienza critica, di sostanza nonché, last but non least, di buon senso, ecco che sopperisce con la forma, inevitabilmente sempre più maxi ovvero no limits (stesso principio), appunto. E sono forme che hanno rotto qualsiasi relazione con la loro funzione: una relazione basilare nella logica del fare umano che, ogni qual volta è venuta a decadere e mancare, ha lasciato spazio a danni e rovine. Oggi l’importante è apparire, non l’essere, la funzione (buona e utile) è cosa trascurabile e dunque, ovviamente, più si è giganti meglio si appare e ci si rende visibili. Finché si supera il punto di rottura e, come detto, tutto implode e crolla miseramente nonché inevitabilmente, così che avremo sempre più a che fare pure con un gigantismo delle macerie. Già.
C’è un modo di frequentare e fruire le montagne, ad esse imposto da un immaginario che con i territori di montagna nulla o quasi aveva ed ha a che fare, che è ormai giunto al capolinea, palesemente superficiale, decontestuale, fuori dal tempo e dalla realtà correnti e ancor meno proteso al futuro, anzi, al contrario avviluppato ad una visione dei monti obsoleta e rovinosa.
Ecco perché un evento come ALT[R]O Festival, dopo soltanto tre edizioni – la prossima è imminente, si terrà il 25 e 26 settembre tra Sondrio e la Valmalenco – sta già diventando un appuntamento emblematico e illuminante, generando attorno a sé un interesse notevole e un consenso crescente di pubblico. Perché ALT[R]O Festival offre finalmente e concretamente una diversa visione della frequentazione montana attraverso narrazioni rinnovate e innovative che riportano alla luce l’autentica e ancestrale bellezza dei monti e il loro valore assoluto, così necessario a poter vivere con la montagna un’esperienza veramente piena e ancor più nuovamente consapevole: qualcosa che quelle strategie di frequentazione turistica prima citate da tempo non offrono più, anzi imponendo visioni distorte e degradanti delle terre alte e della loro cultura. Ma non solo o, per meglio dire, non per unico suo merito ALT[R]O Festival sta avendo un successo così crescente: a fronte delle sue affascinanti e coinvolgenti proposte, il festival riesce proprio a intercettare l’altrettanto crescente sensibilità e interesse delle persone verso una frequentazione della montagna non più condizionata in modalità turistiche massificate e banalizzanti, non più mediata da artifici, finzioni, slogan e convenzioni da “non luogo” e finalmente cosciente, ribadisco, di tutto ciò che la montagna può offrire quando finalmente liberata da tutto ciò che gli viene imposto – che è infinitamente di più rispetto a ciò che il “turismo” convenzionale ormai propone.
Ormai, gli unici a non capire quanto sia cambiata la frequentazione dei monti e come continuerà a evolvere in tale senso negli anni futuri sono certi amministratori locali ben poco attenti al bene dei propri territori e, ad essi sodali, alcuni imprenditori unicamente sensibili ai propri tornaconti personali: diventeranno sempre più come quei vecchi soldati giapponesi che, rimasti isolati su alcune isole del Pacifico, erano convinti che la Seconda Guerra Mondiale non si fosse ancora conclusa! Per tutti gli altri amanti delle montagne, ALT[R]O Festival sta conducendo una piccola/grande “rivoluzione”, gentile tanto quanto determinata alla quale è e sarà bellissimo partecipare. Michele Comi ne tratteggia il senso e la sostanza nel bell’articolo uscito su “L’Ordine” domenica 19 settembre e sopra riprodotto (cliccate sull’immagine per ingrandirla e rendere il testo più leggibile) mentre per essere parte della rivoluzione di ALT[R]O Festival, cliccate qui per visitare il sito web e conoscere ogni dettaglio utile al riguardo.
Gli abiti delle donne afghane sono bellissimi. Sono, non “erano”, sì: nelle loro fogge, nei colori, negli intrecci cromatici e con l’abbinamento della gioielleria tradizionale, compendiano millenni di storia di un paese-ponte tra Occidente e Oriente, terra di passaggi, transiti, commerci, scambi economici e culturali e per ciò conteso fin troppe volte nel corso del tempo, e parimenti rappresentano bene, quegli abiti delle donne afghane, il loro carattere, lo spirito e la fierezza d’un popolo che s’è dovuto necessariamente fare forte e resiliente per salvaguardare la propria identità.
Dunque è bello leggere della campagna sul web identificata dall’hashtag #DoNotTouchMyClothes – io l’ho trovata assai diffusa su Twitter, dal quale ho tratto anche tutte le immagini qui pubblicate – in difesa degli abiti delle donne afghane ovvero della loro bellezza, della dignità, del valore, dei diritti e della libertà contro chi vorrebbe ridurle a meri oggetti coperti da un ignobile drappo nero in base a motivazioni ignoranti, folli e barbare ovvero inaccettabili da ogni punto di vista. E’ una lotta che deve – deve, non “può” – diventare propria di tutta la parte civile e avanzata del mondo: perché le donne afghane oggi sono la più bella e preziosa manifestazione di “libertà” che il nostro mondo, e non solo l’Afghanistan, può constatare e della quale deve essere profondamente orgoglioso.