Il necessario ritorno al bosco

Ogni tanto ritorno al bosco per raccontargli quel che nel frattempo la mia penna ha radicato nel regno della carta. Semplicemente torno al bosco per leggere quel che ho composto grazie a questo vasto quanto irragionevole magistero; consegno silenzi e parole, insceno un oratorio privato di ricompensa e ritorno costante alla fonte della mia ispirazione – la natura, l’albero, le acque che ruscellano, il canto degli uccelli, il fruscio delle ali e delle code e tutta quella fantasia senza fine che può farmi compagnia in questo giro di ore che chiamiamo vita. Chiunque provi un autentico sentimento di trasporto verso i boschi e la natura e gli alberi sa che questi sono anzitutto trasformatori universali, proiettano quel che noi abbiamo bisogno di costruire oltre i nostri limiti, le nostre angosce, le nostre paure.

Così scrive Tiziano Fratus nel suo bellissimo Sutra degli Alberi (leggetelo, è uno dei libri più affascinanti usciti di recente; trovate la mia “recensione” qui) e mi trovo profondamente in sintonia con queste sue impressioni scritte. Anch’io ogni tanto – ma quanto più di frequente possibile – ritorno al bosco per gli stessi motivi, perché sono ben conscio che molto di quello che faccio nella mia quotidianità ha preso forma, materiale e immateriale – durante i miei vagabondaggi silvestri, nel corso dei quali ho trovato innumerevoli ispirazioni, molte probabilmente inconsce ma che so essere state comunque raccolte dai miei sensi e lasciate sedimentare nel mio animo, fino a che il loro valore divenuto chiaro le ha fatte e le fa tornare in superficie nella mente, mostrandomele proficue per tante cose: per scrivere, per riflettere, per vivere le cose ordinarie della giornata e quelle straordinarie, per provare a comprendere ciò che mi circonda, per provare benessere, equilibrio, armonia. In effetti camminare nel bosco è una pratica di illuminazione: rende più chiara la vita, non necessariamente la fa più bella ma, io credo, probabilmente la rende più nitida, più cristallina e dunque più tollerabile, facendone un cammino maggiormente equilibrato e armonico rispetto allo spazio e al tempo percorsi.

Poi a volte capita che quella “illuminazione”, prima da me descritta come un’ideale da praticare, diventa una realtà da vivere, fugace tanto quanto intensa, fantastica eppure tangibile (che con risultato largamente manchevole ho provato a fissare nell’immagine in testa al post, còlta nei boschi sui monti sopra casa nell’attimo in cui la luce del Sole prossimo al tramonto penetrava le foschie a volte dense che avvolgevano il luogo, un pomeriggio recente). È l’energia che scaturisce dal bosco quale «trasformatore universale», come scrive Fratus, ed è il bagliore generato dalla proiezione del nostro «bisogno di costruire oltre i limiti, le angosce e le paure» che umanamente abbiamo, che forse non sapremo superare ma le quali possiamo meglio definire, comprendere, accettare anche grazie al bosco e al mondo naturale, ovvero alla più armoniosa relazione che sapremo intessere con essi e con la loro tangibile fantasia.

Oggi, su “SondrioToday”

Ringrazio di cuore la redazione di “SondrioToday per aver ripreso e pubblicato, oggi, le mie riflessioni in merito al progetto turistico del “Parco Tartasì” di Talamona (Valtellina, provincia di Sondrio), iniziativa certamente interessante e potenzialmente valida ma che al momento presenta alcune criticità culturali che rischiano di inficiarne il valore e gli obiettivi che i sostenitori del progetto si pongono.

Sono riflessioni che, al solito, non vogliono essere meramente polemiche ma capaci, mi auguro, di contribuire al necessario dibattito, il più possibile condiviso, in merito alla realizzazione di infrastrutture turistiche in ambienti pregiati e delicati come quelli montani, affinché nel tempo risultino iniziative veramente virtuose e pienamente proficue non solo per chi le voglia frequentare ma per l’intero territorio nel quale si vogliono realizzare.

Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo su “SondrioToday”.

La nuova frontiera del divertimento sulla neve! (Un’altra, già.)

Ladìis en Gentlemen (Siòre e Siòri), ecco a voi la nuova frontiera del divertimento sulla neve! Derapate nei boschi, salti sui pendii, serpentine sfrenate in ogni prateria innevata, e i più fighi di tutti riusciranno anche a impennare! Più nessun candido manto di neve resterà intonso: «easy to ride, easy to transport, easy to store, more Fun»! E tutto questo SOSTENIBILE! Già, perché la cosa è 100% elettrica! Come i taser della Polizia, esatto! Potrete rompere i cogl… ehm, divertirvi come matti su ogni montagna innevata sentendovi dei VERI ambientalisti con la coscienza a posto! E nel caso che impennando vi ribalterete e la cosa vi finirà in testa ammazzandovi, diranno di voi che sarete morti difendendo la Natura. Che volete di più?

Come dite? «Come può essere “sostenibile” una cosa del genere solo perché è elettrica?» Che domande! Lo è perché c’è scritto così!

Come dite ancora? «Non sarebbe meglio andarsene a piedi, sulle montagne, in armonia con l’ambiente e per godersi il paesaggio con calma?» Razza di trogloditi, ma certo che no! E ciò perché easy to ride, easy to transport, easy to store, more Fun! Mica pizza e fichi, eh!

Ah, che meraviglia la tecnologia contemporanea al servizio della salvaguardia della Natura, vero? Eh già, siamo proprio “Sapiens”, non c’è che dire!

A proposito dello “Ski Dome” di Cesana Torinese…

In fondo io potrei essere “favorevole” alla realizzazione dello Ski Dome di Cesana Torinese, sì.

Ehi, aspettate a fare quelle facce lì, mi spiego subito!

A parte il fatto che affermazioni come «Ci darebbe lavoro per 12 mesi all’anno», citata nell’articolo qui sopra raffigurato, sono le stesse che una ventina di anni fa si sentivano in zona in occasione della costruzione delle varie infrastrutture olimpiche, che poi sappiamo bene che fine abbiano fatto (infatti lo Ski Dome di Cesana verrebbe costruito dove ora giace fatiscente la pista di bob di “Torino 2006”), e guarda caso sono identiche a quelle che negli anni Settanta echeggiavano nelle varie località montane ove spuntavano impianti di risalita e condomini di seconde case come funghi… ma sarà solo una bizzarra coincidenza, no?

Dunque, dicevo: in linea di principio gli Ski Dome, se proprio si volesse realizzarli, andrebbero costruiti direttamente nelle città. Che senso ha riprodurre le condizioni classiche della montagna invernale in montagna? Tanto vale farlo direttamente nelle aree metropolitane (ce ne sono parecchie a ridossi di aree collinare e elevazioni varie che offrirebbero il minimo dislivello necessario) così pure da risparmiare risorse energetiche, economiche e ambientali nonché il viaggio ai loro fruitori, e i gas di scarico relativi, ai territori transitati. Per cui, posto ciò, allo Ski Dome di Cesana dovrei dire assolutamente di no.

Però

Pensandoci in questi giorni, mi sono detto che probabilmente sulle nostre montagne al di sotto di certe quote non si scierà più, e spesso agli sciatori su pista contemporanei (lo dico con tutto il rispetto del caso) non interessa tanto il luogo montano ove sciare e la varia cultura che lo caratterizza ma solo il servizio offerto in base allo skipass pagato. Certo sarebbe bello riconnettere tali sciatori ad una ben più consapevole e sostenibile frequentazione delle montagne, ma posso supporre che a molti di essi la cosa non interessi granché, chiedendo essi soprattutto di poter continuare a sciare. A tal riguardo, mi vengono in mente i grandi centri commerciali delle aree metropolitane, ai cui fruitori non interessa nulla del (non) luogo in sé ma solo di ciò che contiene e offre – negozi, marche, prodotti, intrattenimenti vari, eccetera. Se molte persone preferiscono passare il loro tempo libero in un enorme capannone pieno di negozi piuttosto che in montagna o in altro ambito naturale, non glielo si può certo impedire, anzi: si può concludere che il centro commerciale, addensando nei suoi spazi quelle persone evidentemente poco sensibili alla relazione con l’ambiente naturale, il paesaggio e con le loro valenze culturali, le tolgono di mezzo a quelli che invece tale relazione la vogliono coltivare. D’altronde si è visto bene cosa è accaduto nel corso dei lockdown per il Covid, negli ultimi anni, con i centri commerciali chiusi e molti dei loro fruitori riversatisi in massa sui monti, in località che non sono e non sarebbero mai in grado di sopportare tutta questa gente e morirebbero di overtourism in men che non si dica.

Ecco: lo Ski Dome sarebbe il centro commerciale della montagna, in fondo il principio che dà forma e sostanza ai due spazi è lo stesso. Lo Ski Dome toglierebbe di mezzo (mi scuso per la reiterata espressione rude, ma rende l’idea) coloro ai quali non interessa nulla della montagna, del suo ambiente, del suo paesaggio, della relazione con esso ma vorrebbero solo sciare come si faceva una volta e come oggi, stante la realtà climatica corrente, non si può più fare, liberando della loro presenza culturalmente sterile la montagna che in tal modo sarebbe ben più a disposizione di chi la voglia godere in modo consapevole e sostenibile senza più il disturbo, non solo acustico, provocato abitualmente dal turismo meccanizzato come quello sciistico. Chi vuole solo sciare, se ne sta chiuso dentro il suo “meraviglioso” Ski Dome, chi vuole vivere più compiutamente la montagna ha tutte le possibilità per farlo. Entrambi a loro modo contenti – certo, gli sciatori skidomati con parecchi soldi in meno in tasca, visto quanto dovrà costare la fruizione di un impianto tanto economicamente gravoso, ma se a loro va bene così, amen.

Tutto ciò, al netto della sostenibilità economica e ambientale dell’impianto, che ovviamente restano elementi imprescindibili in merito alla sua realizzazione – sempre che lo Ski Dome diventi “sostenibile” semplicemente scrivendo nel suo progetto esecutivo che è “sostenibile”, che pare sia il modus operandi al riguardo alla base di molte di queste opere!

Così, dunque, sarei “favorevole” allo Ski Dome di Cesana. Capito, ora?

Camminare con il corpo ma non con lo spirito

[Foto di Melanie da Pixabay.]

Sono allarmato quando capita che ho camminato un paio di chilometri nei boschi solo con il corpo, senza arrivarci anche con lo spirito.

[Henry David Thoreau, Camminare, Mondadori, Milano, 2009, a cura di Massimo Jevolella; orig. Walking, or the Wild, 1862. La mia “recensione” al libro la trovate qui.]

Quella che a suo modo afferma Thoreau è una verità fondamentale: stare in un luogo senza saper intessere una relazione spirituale con esso è come non starci, non esserci. E in fondo ciò denota pure la differenza basilare tra luoghi e non luoghi: questi secondi non richiedono alcuna relazione con chi li visita, non avendo un’identità con la quale relazionarsi, mentre i primi basano proprio su questa relazione la loro essenza, il loro essere “luogo” nel senso pieno e compiuto del termine. Il che rimarca un’ulteriore diversità tra i due ambiti: il non luogo privo di identità richiama inesorabilmente individui altrettanto che ne sono altrettanto privi, i quali invece del luogo non sanno cogliere il valore. E non se ne allarmeranno mai, purtroppo, a discapito del luogo stesso che in qualche modo dovrà essere salvaguardato da tale trascuratezza spirituale e culturale.