Ragionando sulla neve artificiale

Riflessione personale a “voce alta”: scommettiamo che se i comprensori sciistici aprissero le piste e lavorassero solo in presenza di neve naturale eliminando totalmente quella artificiale, dunque pur con una stagione sciistica più breve ma al contempo diversificando e implementando la propria offerta turistica con attività invernali sostenibili, contestuali ai loro monti e consone ai tempi che corrono – dal punto di vista ambientale, economico, culturale – alla fine guadagnerebbero di più e farebbero molto più del bene alle montagne sulle quali lavorano, garantendosi per giunta delle possibilità di resilienza imprenditoriale più solide e meno soggette a troppe variabili ineludibili e dannose per i loro bilanci?

(Lì sopra, un articolo di Mario Tozzi su “La Stampa” del 16 gennaio 2023. Cliccateci sopra per ingrandirlo e leggerlo meglio; gli abbonati al quotidiano lo trovano qui.)

Ancora le pellicce, nel 2023?

Mi sono incidentalmente imbattuto, di recente su un canale televisivo locale (visto sulla TV di conoscenti, io non la guardo da anni), in un enfatico spot d’una pellicceria.
Un posto che vende pellicce, sì: volpe, visione, zibellino, lince, eccetera. Nel 2023, già.

A prescindere dall’estetica permeante lo spot, per la quale mi è sembrato una roba anni Ottanta finita chissà come sulla TV contemporanea (non che in generale sia tanto più progredita da allora, la tivù, anzi, ma tant’è), mi chiedo: ma ancora oggi, nel Duemilaventitrè, ben dentro il Terzo Millennio, c’è gente che ha il coraggio di indossare delle pellicce? Ancora ci sono persone che decidono liberamente di manifestare in pubblico la loro barbarie, la rozzezza, l’inciviltà che oggi inesorabilmente non può che contraddistinguere l’uso di quegli indumenti animali? Ma come fanno, per la miseria? Con che coraggio riescono a farlo?

Spiace dirlo, ma se mi dovessi trovare davanti una persona che ne indossasse una, non riuscirei proprio a non denotarle chiaramente il mio disgusto verso quella sua scelta. Non mi sentirei in pace con me stesso, altrimenti, nonostante sappia bene che tale mio atteggiamento possa risultare ipocrita e che di crudeltà dell’uomo verso gli animali se ne perpetrano di continuo in innumerevoli modi sui quali la gran parte della nostra “civiltà” tace funzionalmente. Ma il tentativo di ritrovare un equilibrio con il mondo e con l’ambiente nel quale viviamo è un percorso pur ostico che ormai non può più tralasciare nulla, cercando di cambiare ogni cosa che al riguardo non va una ad una e al contempo sviluppando una rinnovata, indispensabile armonia etica con la natura e con i suoi ecosistemi, dei quali dobbiamo capire in maniera finalmente compiuta di far parte – da animali quali siamo, “evoluti” ma sovente incapaci di dimostrarlo, creature senza dubbio dominanti ma proprio in quanto tali custodi doverosi e imprescindibili del mondo e di ogni sua manifestazione vitale, biotica e abiotica.

Eppoi, francamente: ma quanto sono brutte tutte quelle pellicce? Forse è proprio per questo che ancora qualcuno le indossa. L’abito fa il monaco, a volte. Ecco.

N.B.: cliccando qui potete visitare la pagina della LAV dedicata all’iniziativa con la quale si vuole vietare l’allevamento di animali per ricavarne pellicce e il commercio di prodotti di pelliccia (quindi anche l’import), nonché firmare la relativa ICE – Iniziativa dei Cittadini Europei avviata al riguardo, i cui sottoscrittori hanno quasi raggiunto gli 1,5 milioni. Tantissimi, ma ancora pochi: se non l’avete già fatto, firmate anche voi!

Ecosistemi ed egosistemi

Francesco Azzalini mi porta a vedere un cippo veneziano nascosto in un bosco vicino, datato 1600, che delimitava un pascolo interno della foresta. Strada facendo mi fa notare i giovani e sottili faggi alti pochi centimetri che iniziano ad affacciarsi tra l’erba, ai margini del bosco. “Crescono senza essere stati brucati dai cervi o dai caprioli, ottimo segno; tutto merito dei lupi”, dice con evidente soddisfazione. Cosi il discorso si sposta dal mondo vegetale a quello animale. “Nella foresta ci sono molti cervi, ben più di quanti l’ambiente ne possa sostenere nel giusto equilibrio”, mi spiega il mio accompagnatore cimbro. “Con il loro riprodursi, insieme ai cinghiali e ai caprioli, hanno fatto fuori tutto il sottobosco. Fino a qualche tempo fa non c’era più traccia di erbe, cespugli, bacche e nemmeno di giovani alberi. Però dove ci sono prede arrivano inevitabilmente i predatori naturali, e cosi ecco qualche orso e soprattutto i lupi tornare ad aggirarsi nei boschi. Questo ha indotto i cervi e gli altri ungulati a uscire e a vivere allo scoperto, tra i prati e le radure, perché cosi possono vedere meglio chi sta loro alle calcagna e darsi alla fuga. Ciò ha fatto in modo che il vario sottobosco iniziasse a crescere di nuovo rigoglioso, ricreando l’ambiente perfetto per i piccoli roditori, i rettili, le martore e le faine, e gli uccelli d’ogni tipo, compreso il gallo cedrone, pur se al momento rimane una rarità”.

[Franco FaggianiLe meraviglie delle Alpi, Rizzoli/Mondadori, 2022, pagg.186-187. La fotografia in testa al post è mia.]

«Ecosistema (/e·co·si·stè·ma/, sostantivo maschile): l’insieme degli organismi viventi (fattori biotici) e della materia non vivente (fattori abiotici) che interagiscono in un determinato ambiente costituendo un sistema autosufficiente e in equilibrio dinamico». Ecco, questa è una definizione lessicale di “ecosistema” che si può trovare su un buon vocabolario; Faggiani, nel suo libro (la cui mia recensione potete leggere cliccando sulla copertina qui accanto), dà invece una definizione esperienziale che si può ricavare da un luogo biologicamente sano. Sia l’una o l’altra che si voglia considerare, pare che la civiltà umana abbia trascurato se non dimenticato entrambe ciò nonostante dell’ecosistema anche l’uomo farebbe parte e, per questo, dovrebbe contribuire a preservare quell’equilibrio dinamico citato. Invece no, troppo spesso non va così e nemmeno ci si rende più conto che la rottura dell’equilibro ecosistemico naturale non danneggia solo due specie eventualmente concorrenti e quelle afferenti – l’uomo e il lupo, ad esempio – ma viene danneggiato l’intero ambiente naturale che, come la definizione lessicale indica, si fonda su un sistema di relazioni biotiche e abiotiche dal quale tutti possono trarre vantaggio ovvero possono subire danni. Ma quando invece i vantaggi vanno solo a pochi, pure questi pochi (i quali, chissà perché, hanno sempre fattezze umane) in verità subiscono dei danni: solo che, credendo di stare dalla parte dei “vincenti”, purtroppo non sono in grado di rendersene conto, appunto.

Meno seggiovie, più biblioteche!

Colgo l’ottimo pretesto delle immagini – pubblicate da Antonio De Rossi sulla propria pagina Facebook – della mirabile Biblioteca di Campo Tures/Sand in Taufers, principale comune della Val di Tures (o Valle Aurina) al cospetto delle maggiori vette delle Alpi Aurine (provincia di Bolzano), per porre una delle domande più spontanee che mi ritrovo a fare ogni qualvolta legga di certi progetti di “sviluppo” delle montagne di matrice quasi esclusivamente turistica: ma perché, invece di spendere decine di milioni di soldi pubblici in opere e infrastrutture che sovente appaiono illogiche, fuori contesto spaziale e temporale, francamente inutili per i luoghi ai quali vengono imposte, palesemente destinate ad un quasi certo fallimento – il caso dei tanti impianti sciistici progettati e realizzati a quote che, nella realtà climatica attuale, non garantiscono più una stagione turistica invernale economicamente e ambientalmente sostenibile è quello più classico – non si investe molto, moltissimo di più in infrastrutture culturali e di autentico servizio sociale a favore delle comunità dei territori montani? Perché seggiovie, funivie, impianti per la neve artificiale anche dove risultano insensati e non biblioteche, centri culturali e di sviluppo delle arti, istituzioni di sostegno e sviluppo della cultura dei luoghi e della loro economia sociale, oltre che della locale socialità (come la suddetta biblioteca, dotata di ampie sezioni dedicate ai bambini e spazi per il coworking)? Perché si punta sempre e solo sulle stesse cose monoculturali, sugli stessi progetti che per la cui banalità invero non si possono nemmeno definire tali, sulle stesse opere palesemente prive di ragionamento, di relazione con il territorio, di criteri ecologici e economici? Perché non si è in grado di concepire, in così tante amministrazioni pubbliche, che la cultura è LO sviluppo per eccellenza dei territori abitati e soprattutto di quelli nei quali la relazione tra luoghi, abitanti e paesaggio è così emblematica come sulle montagne? Come non si può non comprendere che è la cultura diffusa, condivisa e contestuale al territorio che ne regge le sorti sociali, economiche, identitarie, che lo nutre insomma, ben prima che qualsiasi infrastrutturazione forzatamente turistica* che invece il territorio sovente lo consuma?

Ecco.

A dire il vero, io una risposta unitaria ce l’avrei a queste domande, ma è meglio che non la dica per non essere tacciato da qualche anima pia di essere un “sovversivo”, un “ribelle contro il sistema” o altro del genere. D’altro canto sono convinto che quella risposta ce l’abbiano anche molti di voi, ormai ben comprovata dalla più semplice analisi della realtà oltre che da una gran quantità di fatti, numerosi dei quali purtroppo assai deleteri per le montagne. Vero?

*: sia chiaro, il turismo in sé non è il colpevole, niente affatto (così come non lo è lo sci), ma è la modalità di gestione della frequentazione turistica delle montagne, e quanto di ciò è conseguenza, che fanno diventare il turismo non più una risorsa ma, in certi casi, un’autentica piaga. Che forse farà guadagnare qualcuno, in loco, ma sicuramente fa perdere tutti gli altri.

(La foto panoramica di Campo Tures/Sand in Taufers in testa al post è di Julian Nyča, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.)

San Simone e “il treno da non perdere”

Sono giorni e settimane decisive. San Simone è fondamentale per il rilancio dell’alta Valle Brembana. Questo è probabilmente l’ultimo treno disponibile per poter rivedere riaperta la stazione. Occorre non perderlo.

[Fonte: qui.]

San Simone si trova in Alta Val Brembana, sulle Prealpi Bergamasche, a 1670 m. di quota. È una ex stazione sciistica, chiusa dal 2017 per fallimento della società di gestione del comprensorio sciistico (Brembo Ski, che gestiva anche il comprensorio di Foppolo-Carona, fallita con notevoli strascichi giudiziari).

A San Simone si vorrebbero ripristinare e rinnovare alcuni degli impianti sciistici, con solite opere annesse (si veda il dettaglio nell’articolo cliccando sull’immagine), in un’area sciistica che come quota massima giunge a 2057 m, dunque appena oltre il limite climatico dei 2000 m ormai unanimemente considerato quello al di sotto del quale lo svolgimento di una stagione sciistica non è più garantita – nonostante la zona un tempo fosse particolarmente nevosa rispetto ad altre, ma è altrettanto inutile denotare che i cambiamenti climatici in corso stanno incidendo radicalmente anche sulle storicità del clima locale. Per fare ciò si vorrebbero spendere 2 milioni di Euro di soldi pubblici a fondo perduto (più altri 2 da privati ma al momento non pervenuti, si veda l’articolo come sopra); di contro nel progetto proposto non vi è traccia di altri interventi di turismo sostenibile e non sciistico.

Il progetto presenta numerose criticità: ambientali, climatiche, economiche, monoculturali (preponderanza ingiustificabile del turismo sciistico), assenza di valutazioni climatiche attualizzate e di conseguenti garanzie di sostenibilità di un’intera stagione sciistica e di gestione in attivo, assenza di progettualità strutturata e sviluppata sul medio-lungo periodo, assenza di valutazioni e formulazioni di proposte di fruizione turistica del luogo alternative e consone alla sua realtà, assenza di processi atti alla valorizzazione ambientale e culturale del luogo sviluppabili lungo l’intero arco dell’anno e non dipendenti dal solo comparto turistico.

Chiosa finale: tale progetto sarà pure «l’ultimo treno da non perdere» (altra versione della solita frase fatta spesso utilizzata dai sostenitori di tali progetti per tentare di giustificarli) ma, sfortunatamente per i suoi sostenitori, a San Simone la “ferrovia” del turismo del futuro in questo modo non ci passa proprio! Invece non sarebbe molto meglio pensare ad altre opportunità da “non perdere”, magari più attente al luogo e alle sue potenzialità effettive attuali e future, evitando che a perdere sia l’intero territorio e tutta la sua comunità residente?

P.S.: amici che sono stati a San Simone lo scorso 15 gennaio per praticare scialpinismo mi ha riferito di parcheggi stracolmi di auto e tanta gente in loco, nonostante il meteo non favorevole, come mai accadeva quando gli impianti sciistici erano aperti – una situazione parecchio frequente in tante altre località ex sciistiche, peraltro. Dunque? Di che stiamo parlando? O, meglio: di che stanno parlando quelli della citazione in testa al posto?