Giandomenico Spreafico, “Gente di Montagna”

Presso il Circolo Fratelli Figini di Lecco è aperta da qualche giorno Gente di Montagna, la bella mostra fotografica di Giandomenico Spreafico allestita da Lumis Arte con la cura di Daniele Re e i testi a corredo dell’amica e collega di penna (per la guida DOL dei Tre Signori) Sara Invernizzi.

Le immagini esposte in mostra sono una suggestiva e affascinante fonte di informazioni sulla vita in alta montagna, ma sono anche l’occasione per il loro autore di dare forma alla sua poesia visiva. Coprendo l’arco temporale che va dai primi anni Settanta a tutti gli anni Ottanta del Novecento, raffigurano un periodo di passaggio alquanto emblematico nella vita delle montagne lombarde, in transizione da un passato che già si stava rapidamente evolvendo ma ancora conservava i segni di una tradizione secolare a un futuro, cioè la nostra contemporaneità, che stava per delinearsi ma non appariva ancora così liquido – per dirla alla Bauman – come si manifesta oggi.
La mostra conduce i visitatori in un viaggio lungo sentieri lontani e difficili da percorrere, ma anche attraverso la loro storia: dalla transumanza alla lavorazione del Bitto, dall’artigianato alla lavorazione del ferro, dall’abbandono delle baite alle atmosfere sognanti delle nebbie mattutine.

Le fotografie di Giandomenico Spreafico sono divise in otto serie tematiche: Transumanza e Pascoli presenta scene pastorali in cui domina la presenza di pecore e mucche, immagini che il fotografo dedica a Giovanni Segantini. Le serie Artigianato valdimagnino, Artigianato alpino realizzata in Valmalenco, Gente di montagna dedicata ai casari del bitto e Artigianato valsassinese, incentrata maggiormente sulla forgiatura del ferro, raccontano il lavoro tipico dell’alta montagna e la fatica fisica che necessita. Qui Spreafico fotografa anche le donne intente ai lavori domestici, come affilare le falci in Serietà nel lavoro, lavare i panni in Donne alla cascina, fare il pane in Gente di Premana e lavorare al tornio in Gente della Valle Imagna. Con le fotografie dedicate alla vita in montagna Spreafico orienta la sua poetica verso l’intimità del rapporto tra essere umano e ambiente.

Come già accennato, le fotografie di Spreafico sono accompagnate dal testo di Sara Invernizzi che racconta la vita dei casari in alpeggio, la faticosa tecnica dei produttori del formaggio, la modificazione dell’ambiente a favore dei pascoli e della vita delle comunità montane.

È una mostra bella, affascinante, poetica e assai espressiva, che merita certamente una visita. Tutte le informazioni utili per farlo le trovate sulla locandina qui sopra (cliccateci sopra per ingrandirla), altrimenti potete consultare il sito di Lumis Arte, qui.

La cognizione della bellezza

Ovunque la Natura, anche nei suoi angoli più “minimi” e all’apparenza trascurabili sa offrire barlumi di meraviglia, parvenze di incanto, piccole magie di luci, ombre, colori e vitalità varie che, quando vengono còlte, lasciano sorpresi, a volte stupiti, comunque strabiliati nel constatare quale patrimonio di bellezza abbiamo a disposizione, intorno a noi.

D’altro canto, il paesaggio naturale non è bello, non manifesta bellezza: siamo noi che gli conferiamo questa dote, formulandola in base alle sensibilità personali e al bagaglio culturale collettivo, essendo la bellezza un’ideale estetico che abbiamo concepito e reso identificabile con modalità condivise nel corso del tempo. Ma è anche vero che la bellezza bisogna saperla vedere, intercettare, cogliere e comprendere per come ho appena detto nonché, e forse in modo maggiore, per come sappiamo derivare da questa capacità di percezione un piacere tanto elementare quanto profondo, che forse nemmeno riusciamo a spiegare ma ci appaga come pochi altri, almeno tra quelli immateriali.

In fondo è anche per tale motivo che il paesaggio naturale può ovunque e comunque donarci bellezza, nelle sue visioni più grandiose – i grandi panorami, le architetture montuose, i boschi più maestosi – come nei più trascurati recessi: tra le ombre del sottobosco, in mezzo alle pietre o a un ordinario prato, nelle foschie che sembrerebbero celare il paesaggio, eccetera. Per cogliere questi doni di meraviglia e incanto, serve solo una cosa altrettanto semplice ma assolutamente fondamentale: l’attenzione, a ciò che abbiamo intorno, a quanto può capitare, a mantenere sempre accesa la curiosità verso la scoperta e il cuore e l’animo aperti alla sorpresa. In fondo è quanto occorre anche per relazionarci con il paesaggio nel quale ci troviamo, per sentirci accolti in esso e per accogliere la sua bellezza in noi, facendoci stare bene e sentire felici in ogni suo angolo pur apparentemente “ordinario”, ribadisco. È una bellezza sublime e oltre modo preziosa, dunque, del cui valore abbiamo il diritto e il dovere di esserne massimamente consapevoli: anche perché è roba nostra, di tutti noi, e trascurarla o non averne cura la danneggia immediatamente ma poi danneggia in modo anche più grave e irreparabile tutti noi.

P.S.: per dire, l’immagine fotografica lì sopra, prodotta con il mio smartphone, non rende affatto giustizia alla percezione di bellezza che ho ritenuto di cogliere nell’angolo ritratto, sui monti sopra casa in un momento speciale nel quale la luce del Sole calante, le ombre conseguenti tra gli alberi il verde dell’erba fattosi luminescente, i chiaroscuri cromatici d’intorno e ogni altra cosa lì presente mi sono sembrati essere tutti insieme al massimo della loro bellezza possibile in quel preciso momento. Ma, appunto, sono attimi di magia che in quanto tali bisogna vivere nel loro subitaneo divenire, apici d’incanto che si possono raccontare pur suggestivamente ma non più riprodurre materialmente, sperando che il loro racconto quanto meno ne delinei, pur minimamente, la bellezza.

Qual è il futuro per le Dolomiti?

Geografie della crisi eco-climatica: futuri ambientali nelle Dolomiti è l’interessante e importante video-testimonianza di un dialogo a più voci sul tema indicato dal titolo – il quale, inutile dirlo, ha una valenza che va ben oltre il confine entro qui sorgono i Monti Pallidi – con il contributo di Roberta De Zanna (Cortina Bene Comune), Luigi Casanova (Mountain Wilderness), Anselmo Cagnati (Centro Valanghe Arabba), Diego De Battista (CEO Funivie Arabba), Cesare Lasen (Comitato scientifico Fondazione Dolomiti Unesco), Luigi Alverà (Cai Cortina), Michele Da Pozzo (Direttore Parco naturale Dolomiti d’Ampezzo). È stato realizzato per l’Università di Bologna da Andrea Zinzani e Danilo Ortelli, dalla cui pagina Youtube l’ho prelevato.

Documento breve ergo intenso tanto quanto emblematico, anche per questo da non perdere.

Analfabetismi funzional-montani: la neve artificiale e l’ANEF

[Foto di moerschy da Pixabay.]

Un appello al governo arriva però anche dalle Alpi che chiedono nel complesso dei temi per lo sviluppo dei territori montani, interventi per i bacini per l’innevamento artificiale, che risultano fondamentali per assicurare la continuità e lo sviluppo del turismo invernale nelle località interessate. Bacini che rivestono in generale quattro funzioni. Oltre all’innevamento delle piste da sci, infatti, sono importanti per il turismo estivo, quale valore aggiunto al paesaggio, per l’agricoltura e per la disponibilità di acqua negli interventi antincendio.

[Brano tratto da questo articolo di “Montagna.tv” del 12 gennaio 2023; in esso non c’è un’attribuzione diretta delle dichiarazioni citate ma è intuibile che vengano dai gestori dei comprensori sciistici alpini rappresentati nell’occasione da Valeria Ghezzi, presidente di ANEF – Associazione Nazionale Esercenti Funiviari, che li riunisce.]

Sebbene l’innevamento artificiale rimanga la strategia di adattamento dominante, i nostri risultati confermano studi precedenti che indicavano che non sembra essere cruciale nel sostenere i flussi turistici. Inoltre, i costi di innevamento artificiale aumenteranno in modo non lineare all’aumentare delle temperature e, se le temperature aumentano oltre una certa soglia, l’innevamento semplicemente non sarà praticabile, soprattutto alle quote più basse, le più colpite dal cambiamento climatico. Come sottolineato dall’OCSE (2007), anche se la neve artificiale può ridurre le perdite finanziarie dovute a casi occasionali di inverni carenti di neve, non può proteggere dalle tendenze sistemiche a lungo termine verso inverni più miti.

[Da Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers). Climate change and winter tourism: evidence from Italy, quaderno nr.743 del dicembre 2022 di Banca d’Italia, a cura di Gioia Maria Mariani e Diego Scalise.]

Dunque, l’innevamento artificiale delle piste da sci è veramente così “fondamentale” per le località interessate, come costantemente gli impiantisti vorrebbero far credere?

Se già il più ordinario buon senso farebbe rispondere con certezza di no, c’è il sostegno al riguardo di innumerevoli documenti autorevoli, tra i quali quello di Banca d’Italia è uno dei più recenti ma non sarà certo l’ultimo.

Inoltre, per la cronaca: sostenere che un bacino di raccolta dell’acqua per l’innevamento delle piste da sci sia «un valore aggiunto al paesaggio» è una gigantesca panzana, dato che tali bacini, palesemente artificiali e dunque ben diversi da un lago naturale armonico al territorio, non sono nemmeno balneabili per ovvie ragioni di sicurezza. Che siano importanti per l’agricoltura fa ridere, perché voglio vedere che una riserva d’acqua destinata forzatamente a fare tornaconti innevando piste da sci possa essere magnanimamente destinata dai gestori dei comprensori sciistici a irrigare i campi della pianura. Che possano servire per spegnere gli incendi boschivi è tutto da vedere: personalmente non mi è mai capitato di vedere un elicottero dell’antincendio pescare acqua da tali bacini. Ecco.

Ogni giudizio, anche piuttosto esplicito, verso chi sostenga quelle insensatezze contenute nella prima citazione viene inevitabilmente da sé.

Clima, cibo e natura del futuro, in Valtellina

Si sente dire e si legge spesso di enogastronomia come valore culturale e identitario per i nostri territori, in particolar modo per quelli dotato di una secolare e peculiare tradizione di pietanze storicamente e antropologicamente referenziali: ottima cosa, salvo che non di rado il tutto si risolve in una banalizzazione commerciale – pur a volte in buona fede, certamente – legata al mangiare e bere certe cose perché turisticamente attraenti, che dimentica completamente o quasi l’aspetto culturale dietro il cibo e la relazione che lo lega al territorio nel quale viene prodotto e mangiato. Sia chiaro: sempre meglio gustarsi una polenta (a patto che sia autentica) in una confusa e ordinaria sagra paesana che del cibo industriale in un fast food, ma certamente un maggior approfondimento riguardo la cultura enogastronomica locale, sia dal punto di vista storico che da quello contemporaneo, non farebbe male alla salvaguardia di quei cibi così peculiari – tanto più se sono pure gustosi, ovviamente!

Insomma, è questa una piccola riflessione personale per presentarvi l’evento valtellinese di domani a Montagna in Valtellina, la cui locandina vedete lì sopra, che sicuramente va nel senso da me accennato e nel quale si disquisirà di cultura gastronomica in modi affatto superficiali e finalmente approfonditi. Perché è assolutamente vero che per certi territori peculiari, quelli montani ad esempio, mangiare i cibi locali significa per molti versi nutrirsi di quelle montagne, il che è un modo ulteriore per alimentarsi – materialmente e immaterialmente – della loro cultura e della bellezza del loro paesaggio. Qualcosa che non può che farci del gran bene, dunque.

Se siete in zona e potete, partecipate. Sono certo che si rivelerà una serata estremamente interessante.