L’invasione turistica dei monti, tra calamità e opportunità

[Invasione di turisti come in città al Sass Pordoi, 2900 m, nelle Dolomiti. Immagine tratta dalla pagina facebook del CNSAS – Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, qui.]
In queste settimane leggo frequentemente articoli e opinioni sull’invasione delle Alpi italiane da parte di turisti, gitanti e vacanzieri quale “inopinato” effetto collaterale del Covid, con osservazioni e riflessioni assolutamente condivisibili – questo è uno dei più recenti, dal sito di Mountain Wilderness; anche questo, da “Il Dolomiti” contiene testimonianze e osservazioni interessanti.

D’altro canto a me, da “operatore culturale” che lavora in (ovvero per la) montagna, per molti versi fa piacere vedere così tanta gente sui monti, seppur i problemi notevolissimi dovuti a tale afflusso risultino parecchio preoccupanti. Al di là dell’impatto ambientale, la cui considerazione lascio a chi ne abbia competenza e voce autorevole – e la citata MW è tra gli attori migliori in tal senso – ora qui voglio considerare la questione dal punto di vista culturale, riflettendo, più che sulla quantità, sulla qualità della presenza turistica. E mi viene di farlo in senso critico, anzi, autocritico, perché ho l’impressione che noi (io per primo) operatori culturali che lavoriamo in montagna, non abbiamo saputo prevedere questa pur insolita e forse temporanea evoluzione della frequentazione turistica popolare, ovvero l’abbiamo sottovalutata quando ha preso a manifestarsi e per questo abbiamo di conseguenza perso (o stiamo perdendo, tutt’ora) l’occasione per attivare una “riabilitazione” culturale dei territori alpini capace di distogliere almeno qualche visitatore (nuovo, magari) dai soliti meccanismi di fruizione meramente e bassamente turistici, dunque degradanti, delle montagne, quelli che sovente le trasformano in meri divertimentifici alpini come fossero bizzarri luna park che deturpano monti trasformati in periferie d’altura delle città, privati di qualsiasi valore culturale e di contro dotati di una “valenza estetica” (oltre che ludico-ricreativa e commerciale, come detto) totalmente inventata e decontestuale.

Insomma, rimarco in primis a me stesso: dovevamo (dovremmo) approfittare di quest’occasione per rimettere in evidenza a tutta questa folla l’importanza culturale autentica della montagna, che non è certo quella delle funivie, dei solarium (cose che, per carità, ci stanno anche ma con buon senso), degli slogan promozionali sovente stupidi e degli stilemi cittadini riprodotti in quota per non far sentire troppo “spaesati” i vacanzieri (i quali così finiscono per comportarsi sui monti come in città, come fossero nel parcheggio sotto casa o sulla metro, vittime e al contempo artefici del degrado alpino), e che non è nemmeno quella della montagna contrapposta e antitetica alla città o della presunta “wilderness” che in verità sulle Alpi non esiste da secoli, ma che è quella di un macro luogo dotato di identità e valenze uniche che vanno intese e comprese – almeno un poco, e con un minimo sforzo intellettuale – nel loro senso più autentico e importante, il quale presuppone una fruizione diversa e dedicata al fine di goderne al meglio i pregi e le bellezze. E se una predisposizione intellettuale, culturale e spirituale del genere non c’è (ovvero pare non esserci) in molti dei frequentatori della montagna nel corso di quest’estate, be’, va adeguatamente attivata e coltivata: chissà quanti ostaggi del suddetto bieco turismo di massa sarebbero invece pronti a osservare con occhi diversi e capire con mente più attenta il valore autentico delle montagne, diventandone dei rispettosi e consapevoli visitatori! Ribadisco: non perché la montagna sia “meglio” della città, semmai perché la montagna è altro rispetto alla città, ed andare a visitarla come se si visitasse una città – o, peggio, un centro commerciale, viste certe situazioni – è un po’ come assistere ad un concerto musicale di gran pregio con le cuffiette nelle orecchie che trasmettono tutt’altra musica, e ben più banale, solo perché si è abituati a farlo quotidianamente, a casa, per mero e disimpegnato intrattentimento. Essendo altro, la montagna, ha ugualmente bisogno d’altro per essere goduta appieno, e ciò vale in ogni senso: altri ritmi, altri tempi, altri modi per muoversi in e su di essa, altre modalità di relazionarsi con il territorio e il paesaggio, altre sensibilità, altre percezioni, altri moti d’animo, altre libertà di pensiero e d’azione. Ha bisogno di “altre” persone, mi verrebbe da dire, pur rimanendo, ciascuno, le stesse persone di sempre: la montagna sa attivarci anche questa dote, in effetti, ampliando e acuendo le nostre possibilità cognitive così da poterci sentire non più meri turisti o “clienti” dei monti ma parte essenziale dei monti stessi, viaggiatori delle terre alte nel senso più compiuto del termine, elementi armonici con l’ambiente montano capaci di dialogare fluentemente con i loro Genius Loci, ecco.

Abbiamo mancato l’occasione, al momento, ma possiamo recuperare, io credo. Possiamo cercare di ridare dignità culturale alla gran massa di visitatori che salgono sui monti salvandola dai “recinti” (le strade trafficate come in città, i parcheggi, le code alle funivie, le cabine delle funivie, i resort-non luoghi, l’immaginario finto e deviante, eccetera) nei quali la più bieca industria turistica la rinchiude al fine di ricavarci più tornaconti possibili infischiandosene del paesaggio montano, della sua cultura, della sua gente e del suo futuro. Dovrebbe diventare, questo “recupero culturale salvifico” dei monti, uno degli scopi fondamentali di noi che operiamo sulle e per le montagne, nei prossimi mesi, fosse solo per non lasciare che da questa “invasione turistica” post lock down ne possano derivare solo danni e degrado, da qualche stolto creduti come “scoperta” o “guadagno” ma in verità ennesime sofferenze inflitte ad un mondo, quello delle terre alte, già troppo soggiogato, offeso, maltrattato, torturato da numerosi elementi ad esso avversi ma sodali a certi meccanismi politico-economici di potere.

Riuscissimo, nello scopo suddetto, potremmo realmente contribuire alla costruzione di una bella fetta di buon futuro per le nostre montagne, a vantaggio non solo loro ma di tutti quanti.

 

Sul fascino “necessario” delle carte geografiche

[La mappa compilata nel 1496 dal medico Konrad Türst, la prima rappresentazione cartografica della Confederazione Svizzera creata per allestire oroscopi, oggi ospitata dalla Zentralbibliothek di Zurigo. Fonte qui.]
Un bell’articolo su “Swissinfo.ch” ripercorre pur succintamente la storia delle carte geografiche riguardanti il territorio della Svizzera, una storia che tuttavia è comune a quella di altri territori e palesa tutto il fascino che ancora oggi le mappe hanno, quali strumenti di rappresentazione del mondo ricchissimi di valore non solo storico ma anche culturale, antropologico, sociologico, artistico. Da sempre sostengo – e l’ho fatto anche in appositi incontri pubblici – che, posta tale importanza, noi tutti dovremmo avere una ben maggior interesse, abitudine e passione nella lettura delle carte geografiche, che sono come libri fatti di una sola pagina ma con innumerevoli narrazioni scritte, sovrapposte eppure perfettamente leggibili, con un minimo di dimestichezza. Narrazioni che ci fanno conoscere il mondo e magari trovare la giusta direzione per muoversi in esso, ma ancor più che possono farci conoscere noi stessi e indicarci la giusta via verso il futuro della nostra storia che, costantemente seppure soprattutto inconsciamente, continuiamo a scrivere nei territori del mondo che viviamo, abitiamo, attraversiamo, e che nei suoi paesaggi compendia le forme che noi gli conferiamo. In fondo i paesaggi sono il riflesso delle genti che ne abitano i relativi territori, dunque le mappe che li rappresentano sono un po’ come uno specchio nel quale ci possiamo osservare e, appunto, comprendere.

Il mondo della cartografia è poi comunque sempre affascinante e ricco di circostanze curiose, a loro volta assai “didattiche” riguardo la storia della relazione tra le genti e i territori abitati. Ad esempio l’articolo di “Swissinfo.ch” cita una vecchia e inopinata ovvero bizzarra connessione tra cartografia e astrologia:

La prima vera e propria carta della Confederazione svizzera fu disegnata da Conrad Türst nel 1496. Hans-Peter Höhener ritiene che sia stata la sua professione a spingerlo verso la cartografia. “Türst era medico e a quel tempo si occupava ancora molto di astrologia, di studi sulle stelle. Per questo ha dovuto fare localizzazioni più precise, in base alla latitudine e alla longitudine, per creare oroscopi per le persone, da cui dedurre le possibilità di trattamento”. La prima carta della Svizzera è quindi il prodotto di un credente dell’oroscopo.

Be’, erano altri tempi, certamente, e mi viene da supporre che se invece fossero gli astrologi di oggi a dover compilare mappe geografiche, queste rappresenterebbero lo strumento migliore per perdersi nei territori, non certo per trovare la giusta direzione!

Potete leggere l’interessante articolo di “Swissinfo.ch” nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post.

Ruchin su “GognaBlog”

Ringrazio di cuore il leggendario Alessandro Gogna che, nel suo “GognaBlog” – uno dei quotidiani digitali d’informazione sulla montagna più influenti, senza dubbio – segnala e riprende l’articolo che sull’ultimo numero del magazine “Uomini e Sport” (nr.32, maggio 2020) ho dedicato alla figura alpinistica e umana di Ercole “Ruchin” Esposito.

GognaBlog” aveva già trattato in passato la figura di Ercole Esposito, in occasione del settantesimo anniversario dalla scomparsa (vedi qui) ma, come chiosa in questo nuovo articolo, «ritiene che nel caso di Ruchin non sia mai abbastanza…». Be’ non posso che concordare, anche per come mi sia concessa l’occasione di rimarcare la necessaria conoscenza di un personaggio così peculiare e a suo modo unico come Esposito, raccomandando la lettura dell’articolo – che, ricordo, trovate in originale sull’ultimo “Uomini e Sport” presso tutti i punti vendita della catena di negozi Sport Specialist della quale è l’house magazine.

Potete leggere l’articolo su “GognaBlog” (e, se già non lo conoscete, tutti gli altri suoi contenuti) cliccando sull’immagine in testa al post. Buona lettura!