Camminare sulle parole #4

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Gli articoli precedenti sono qui, qui e qui.)

Ciò che Barry Lopez sostiene, in questo passaggio tratto da Una geografia profonda (è alle pagine 34-35) è una di quelle cose così chiare ed evidenti ovvero “ordinarie”, nella nostra relazione di esseri umani e creature viventi con il paesaggio, da finire per essere trascurate e ignorate, paradossalmente. Eppure è una cosa assolutamente fondamentale: il paesaggio esteriore che noi “vediamo”, cioè che concepiamo e definiamo come elemento culturale, si riflette sempre, inevitabilmente, dentro di noi, generandoci un relativo paesaggio interiore che, in pratica, racchiude forma, sostanza e senso della nostra presenza nel luogo dal quale si genera il paesaggio in questione. Conseguentemente, da un lato si genera e definisce ogni elaborazione di quel paesaggio, il suo valore culturale e antropologico, la sua identità, e dall’altro lato si genera la nostra identità in relazione ad esso: riconosciamo il luogo e riconosciamo noi stessi in esso, non sentendoci smarriti in quel luogo e tanto meno dentro di noi.

Posto ciò, e dato che anche la concezione e la determinazione del valore estetico (o quello presumibilmente tale) è uno degli elementi del processo appena descritto, per lo stesso principio non si può definire un paesaggio come “bello” oppure “brutto” senza prima considerare che il paesaggio siamo noi a crearlo, è frutto in buona parte della nostra relazione, esteriore e interiore, con ciò che abbiamo intorno, della nostra sensibilità più intima e del bagaglio culturale che ciascuno possiede: tutti elementi con i quali interpretiamo ciò che colgono i nostri sensi – e questo accade anche inconsciamente, sia chiaro.

Quindi, prima di stabilire il valore estetico del paesaggio, dovremmo prima interrogarci, ovvero metterci in dubbio, la capacità personale di “creazione” del paesaggio, e ciò lo possiamo fare solo quando siamo in grado, almeno minimamente, di comprendere cosa i nostri sensi colgono di ciò che c’è intorno a noi così come, ugualmente, quanto di ciò che abbiamo intorno influenza la nostra percezione e la nostra sensibilità al riguardo – un ambito che oggi viene praticato dalla cosiddetta psicogeografia, disciplina tanto sperimentale quanto di importanza potenzialmente concreta.

Tuttavia, è bene rimarcare che quanto afferma Lopez all’inizio della sua citazione, in relazione alla conoscenza geografica del paesaggio, è comunque qualcosa di importante per entrare in relazione con esso, anzi, è la competenza materiale basilare da affiancare alla cognizione immateriale ovvero un’ottima chiave per aprire le porte verso un rapporto più profondo e consapevole con il mondo che abbiamo intorno. In fondo, e per citare il precedente protagonista di questo cammino letterario, Davide Sapienza, «La mappa è il ricordo più antico che può essere scritto nel codice umano» cioè, sotto molti aspetti, la geografia esteriore, con tutti gli elementi che vi afferiscono, dà forma anche alla nostra geografia interiore, arricchendola del senso e del valore culturale di quei suoi elementi. Alla fine, ribadisco, conoscere il paesaggio in questo modo significa non solo sapersi non smarrire in esso ma, ancor più, saper non smarrirsi cioè ritrovarsi in se stessi, generando un’armonia tra paesaggi esteriori e interiori essenziale e profondamente vitale.

Camminare sulle parole #3

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. I primi due articoli sono qui e qui.)

Quando ho effettuato il “sopralluogo” lungo questo tratto del Sentiero Rusca in preparazione del cammino letterario, ricercando gli elementi fondamentali del paesaggio d’intorno, uno di essi si è imposto subito come potente più d’ogni altro e per questo ineluttabile: il rumore dell’acqua del Torrente Mallero, qui quasi sempre parecchio impetuoso. E ho pensato che una delle cose che fanno ritenere a molti “brutto” questo tratto del Sentiero Rusca è proprio l’essere una sorta di alzaia “imboscata” dell’argine in cemento del corso d’acqua; poi, ho pensato pure a una circostanza di qualche tempo fa, quando sentii alcune persone, in un altro luogo montano lungo un simile torrente, lamentarsi del “frastuono” dell’acqua che impediva loro di parlare senza alzare la voce, chiedendomi nuovamente, ora come allora, come si possa considerare fastidioso un suono tra i più vitali che la Natura offra all’orecchio umano. Quindi, dopo tutte queste meditazioni, m’è venuto in mente La strada era l’acqua, il libro di Davide Sapienza dal quale ho tratto la citazione impressa sul Sentiero Rusca (la si trova a pagina 70 del volume) e quel bellissimo parallelismo tra l’esistenza dell’uomo e il corso di un fiume, entrambi dotati di un proprio suono da ascoltare, comprendere e le cui pur (all’apparenza) inopinate armonie seguire per poterle “navigare” al meglio.

Poi, in un gioco di continui rimandi mentali che l’osservazione e l’ascolto del Mallero mi sollecita(va), ho còlto un altro parallelismo qui presente, tra due flussi di simile rumore ma ben diversa vitalità: quello del torrente, dell’acqua fonte di vita che dai monti scende verso il fondovalle e la pianura, e quello della carrozzabile della Valmalenco, in un momento nel quale sulla stessa il traffico era particolarmente intenso, rumoroso (nel senso più disturbante del termine), puzzolente (stavano passando tre TIR uno dietro l’altro) e inquinante. Eppure il rumore di quei due “flussi” così diversi è molto simile, appunto: e quale diverso impatto, ambientale e culturale, sul paesaggio (sonoro e non) della valle! Il primo, quello del torrente, è un suono del tutto contestuale al paesaggio locale dacché ne è parte formante e integrante; il secondo, decontestuale seppur ormai tristemente “storicizzato” in quell’ambito paesaggistico, ne è diventato parte integrante senza esserne parte formante. È l’esemplificazione concreta di un paradosso tra i maggiori che un po’ ovunque il paesaggio alpino antropizzato manifesta: la presenza di elementi avulsi al contesto paesaggistico e ad esso imposti sovente con la forza e dietro motivazioni altrettanto spesso fallaci ma ormai ritenuta, quella presenza, ordinaria, normale anzi, “utile”. Ma è realmente utile e funzionale alla bellezza del paesaggio ciò che, se non in armonia con esso, finisce inevitabilmente per apportarvi danni poi ignorati per mere umane convenienze?

Sono allora tornato, dopo queste riflessioni, a osservare il Mallero, il moto delle sue acque, apparentemente sempre uguale ma in realtà sempre diverso, così fremente, dinamico, energico, e così costantemente in azione nei confronti del paesaggio sia materialmente (l’acqua che dà vita al territorio e col tempo lo trasforma) e immaterialmente (il suono dell’acqua che forma la nota fondamentale del paesaggio sonoro locale), mi sono lasciato incantare dall’osservazione dei mulinelli, delle cascatelle, delle numerose, piccole e meno piccole rapide, della miriade di correnti… come si può dire di questo tratto che sia “brutto” quando è vitalizzato da una così potente bellezza fluida? Una bellezza che supporta con vigore ciò che scrive Davide Sapienza perché ne diventa una rappresentazione visiva perfetta per chiunque cammini lungo questo tratto del Sentiero Rusca: «E ogni storia, ogni racconto, ogni cammino, anche se lo avrai ascoltato e ripetuto cento, mille volte, sarà sempre una scoperta.» Perché anche il paesaggio è sempre una scoperta, e forse lo è o lo può essere soprattutto dove si pensa o ci viene detto che non lo sia, che sia poco interessante, noioso, brutto. Basta guardarsi intorno e, qui, ascoltare, per capire che non è così.

Pioggia d’estate

[Foto di Filip Zrnzević da Unsplash.]
Se la pioggia, come condizione atmosferica, a me piace sempre, lo ribadisco – salvo quando sia troppo violenta, ovvio, ma non sarebbe più “pioggia”, semmai nubifragio o altro di affine -, mi delizia in particolar modo d’estate, ovvero nella stagione detta bella proprio anche perché carente più di ogni altra di “brutto tempo”.

Questa mattina, ad esempio (giorno 17 di giugno, ormai alle soglie dell’estate), l’aspetto del paesaggio bagnato dalla pioggia e avvolto da nubi basse che avvolgevano i fianchi dei monti sfilacciandosi sui crinali e, apparentemente, fin sulle chiome degli alberi, era quello d’una giornata di inizio novembre. Ed era bellissimo osservare questa strana condizione meteorologica “sovversiva”, alternativa, fuori posto e fuori contesto, quando il calendario avrebbe dovuto sancire cieli azzurri, Sole già sovrastante l’orizzonte e temperatura più che mite. Certo, so bene che si tratta di un’eccezione o poco meno, una cosa rara tra giornate e condizioni meteo che si uniformeranno sempre più al clima estivo e alle sue ordinarie peculiarità, quello che fa pensare rapidamente alle vacanze e sembrare certe immagini novembrine come provenienti da una lontananza quasi inconcepibile. Eppure, ribadisco, ritrovarsi fuori casa come fosse autunno ma metà giugno passato, col paesaggio in alto nascosto da nubi scure e compatte, i boschi intorno lucidi di pioggia e il sentore dei profumi del terreno bagnato come si sentono nelle mattine di ottobre prima che il Sole sorga, mi ha donato una deliziosa sensazione di “consapevole smarrimento”, di utopia climatica, evento possibile ma improbabile al punto da non poterti non sorprendere, almeno un poco, sollecitandoti il dubbio pur consapevolmente assurdo (ma al contempo divertente) che il calendario in casa sia stato spostato avanti di qualche mese, be’, è veramente piacevole.

Anche perché no, nessun errore, il calendario è sul mese corretto e a breve la bella stagione prenderà inesorabilmente a imperare con condizioni climatiche fin troppo estive e afose, magari oltre ogni limite, visto le inquietanti tendenze del clima attuali. Ecco perché, pure, questa pioggia estiva simil-novembrina mi piace così tanto. È come ritrovarsi in un ambiente molto rumoroso per poi poter godere, per qualche momento, di una stanza in cui vi sia molta più quiete, ecco. Un piacere leggero, lenitivo, effimero tanto quanto soave. Da godere pienamente finché è possibile, senza dubbio.

 

Un anno

Ormai è già un anno – trascorso da qualche giorno – che Loki sta collaborando con me in veste (dopo l’adeguato tirocinio) di segretario personale a forma di cane oltre che, certamente, di miglior amico. E non posso che confermare ciò che tanti amici e conoscenti mi dicevano, al riguardo: non esiste nessuno come un “animale” in grado di insegnare l’umanità a noi che “umani” ci definiamo su basi a volte ingiustificate. Come ad esempio quando ci permettiamo di chiamare gli animali bestie, con accezione inesorabilmente dispregiativa, ma principalmente per tentare (e credere) di autogiustificarci una bestialità talmente crudele che invece nessun animale, anche il più “feroce”, ha mai – e sarebbe mai – in grado di manifestare.

Ecco, be’, forse solo calzini e magliette e altre cose affini non la pensano così (se di pensare fossero in grado); d’altro canto devo riconoscere a Loki che, dopo averle masticate e mangiucchiate, le ripone con un certo ordine nella sua cuccia senza lasciarle in giro per casa, dunque dimostrando maggior virtù anche a tal riguardo rispetto a molti umani.

Alle 2 e 40

La scorsa notte alle 2 e 40 Loki, il mio segretario personale a forma di cane, ha pensato bene di salire da me in camera da letto e saltarci sopra, al letto, con un entusiasmo che definirei “adolescenziale” (per la cronaca: quasi 40 kg di cane sulle mie gambe, d’improvviso) per, suppongo, raccontarmi di qualche sua nuova strabiliante (lui avrà supposto, di sicuro) idea, che so, forse la trama di un nuovo romanzo talmente geniale da condurmi dritto al Nobel per la letteratura su un tappeto rosso lungo da qui a Stoccolma o qualcos’altro del genere, chissà.

Alle due e quaranta, già.

Se non fosse che, per l’ennesima volta, si è dimenticato che sì, il significato qualche sua espressione canina – abbai, mugugni, guaiti, eccetera – forse l’ho anche intuito e imparato ma tutto un discorso no, per nulla. Così, la sua strabiliante (secondo lui, immagino) idea non l’ho afferrata e, per giunta, non ho più chiuso occhio fino a mattina. Dacché l’ho pur convinto a smontare dal letto e a piazzarcisi in fondo, sul pavimento – il che ha fortunatamente permesso al sangue di tornare a circolare, nelle mie gambe – ma, come non di rado accade, s’è messo a russare con un tale fragoroso impegno che una segheria della British Columbia (per la cronaca: regione del Canada con grandi superfici forestali) a pieno regime farebbe meno rumore.

Insomma: non posso che ammirare in Loki la costante dedizione intellettuale al lavoro che compie per me, senza dubbio, ma preferisco cercare e trovare il modo, rapidamente, di fargli capire che gli straordinari notturni non sono stati compresi nel suo contratto, che (sempre per la cronaca) non ho affatto intenzione di modificare al riguardo.
Ecco.

N.B.: nell’immagine di repertorio in testa al post, Loki mentre cerca mendacemente di spacciarsi per un cane del tutto tranquillo e non per un teppista facinoroso e casinista.