Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi

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Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una.

Questo è il fulminante incipit – uno dei più celebri in assoluto della narrativa giornalistica italiana – di Miracolo all’italiana di Giorgio Bocca. Era il 1962, il boom economico stava ormai esplodendo in tutto il suo fragore capitalistico, per la gioia di tutti.

Ecco: quando nei discorsi più o meno pubblici (ma regolarmente assenti sui media, sia chiaro) si dibatte sul perché l’Italia, culturalmente (e quindi anche socialmente, ché i due ambiti sono sempre strettamente legati), sia messa tanto male, spesso lo si fa considerando un arco temporale piuttosto limitato, come se tale decadenza socioculturale fosse cosa degli ultimi 20 o 25 anni, non di più.

Be’, se è vero che soprattutto negli ultimi tempi la rovina si è fatta del tutto palese in quasi ogni ambito del paese – a partire da quello politico, ça va sans dire –, è altrettanto vero che una tale rovina viene da più lontano, da un processo di degrado culturale di lunga data e ormai cronico che i poteri attuali hanno semmai non generato ma sostenuto e sfruttato scaltramente per imporsi, ben sapendo che, riguardo la società civile, meno cultura diffusa significa minor consapevolezza civica, maggiore dissonanza cognitiva e più facilità di controllo (politico ma non solo).

Bene, già quasi sessant’anni fa Giorgio Bocca – giornalista tra i più lucidi e sagaci, d’altro canto – aveva fissato in quel suo libro ciò che stava accadendo: da una parte il capitalismo di matrice americana rapidamente mutante verso il più sfrenato consumismo funzionale alle mire delle élite politiche, dall’altra la cultura messa da parte perché ritenuta antitetica a quella catena che sembrava produrre benessere per tutti ma in verità stava scavando via il terreno da sotto le fondamenta della società civile, minandone sempre più la stabilità.

Poi è venuto il Sessantotto, gli “anni di piombo” e quelli da bere (a Milano e non solo), la fine della “Prima Repubblica”, eccetera. Di librerie in Italia ce ne sono sempre troppo poche e, soprattutto, troppo poca e tutt’oggi assai disprezzata da chi comanda l’Italia è la cultura. In qualche modo è come se il paese fosse rimasto a quegli anni Sessanta, come se ancora si illudesse di essere in pieno “boom economico” – quando in realtà è fermo ad anni ancora precedenti, almeno preunitari a mio modo di vedere se non, per certi aspetti, medievali. Il “boom” ovvero l’esplosione c’è stata, sì, ma ha lasciato molte macerie e poche cose ancora in piedi.

Forse, ci fossero stati qualche milionario in meno e qualche libreria in più, le cose sarebbero potute andare meglio. Forse.

Assembramenti

Domenica scorsa io e Loki, il mio segretario personale a forma di cane, siamo tornati a camminare per boschi che non attraversavamo da quando è iniziato il lock down per il coronavirus. E abbiamo notato – be’, forse più io che lui che è normalmente più interessato ad altri argomenti, suppongo – che c’era un gran assembramento, appena a fianco dei sentieri percorsi: di alberi, non di umani. E c’è venuto da constatare – ma sempre più a me che a lui, penso – che la situazione era inversa a quella che gli umani hanno dovuto subire negli ultimi due mesi: sui monti, dove agli umani era vietato andare sempre in forza delle restrizioni per il coronavirus, gli alberi sono potuti (si fa per dire) restare ben assembrati; nelle città, dove agli umani era consentito stare ma con tutti gli accorgimenti di sicurezza del caso, peraltro spesso non troppo rispettati (e non sempre per colpa di chi li avrebbe dovuti rispettare ma non poteva farlo), agli alberi è spesso proibito creare assembramenti, preferendo ad essi asfalto e cemento (entro i quali poi, quando prendono la forma di megacentri commerciali con relativi superparcheggi, gli umani si assembrano in modi francamente folli).

Mi auguro che ora, con l’allentamento delle restrizioni, siano riviste anche queste bizzarre limitazioni: che gli umani possano tornare ad “assembrarsi” nei boschi (cosa peraltro alquanto improbabile, vista la vastità delle foreste a disposizione) e che agli alberi sia consentito di assembrarsi nelle città e nelle zone urbanizzate molto più che in passato. Sarebbe un’opportunità preziosa e di cui giovarsene parecchio, io credo – e se ne gioverebbe anche Loki, il mio segretario personale a forma di cane, quando in città abbia certi bisogni fisiologici da espletare senza doverli gioco forza fare sui selciati delle pubbliche vie. Ecco.

 

Mascherine (come a Carnevale)

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Ma, io penso, se si verrà (giustamente) costretti tutti quanti a indossare maschere – respiratorie, protettive ovvero “mascherine” ma tant’è, quelle sono – per lungo tempo, in Italia, pur in aggiunta al fatto che la situazione pandemica in corso abbia imposto l’annullamento di molti eventi legati al Carnevale in programma tra fine febbraio e inizio marzo coi relativi e divertenti mascheramenti, insomma, penso che tutto questo non giustifichi affatto la trasformazione della suddetta situazione emergenziale e, più in generale, dell’intero paese in una carnevalata. Ancor più di quanto già non fosse prima, intendo dire, e solo perché dovremo tutti portare una mascher(in)a, ecco.

Perché, in tutta sincerità, mi pare che alcune figure pubbliche italiche, politiche e istituzionali, con l’ausilio immancabile dei media, stiano perseguendo tale fine – lo facevano già prima, lo fanno con insuperabile impegno ora. E ci stiano riuscendo benissimo a conseguirlo, quel fine. Già.

(Uhm… Forse che vogliano recuperare in tal modo gli eventi carnevaleschi saltati a febbraio e marzo, nonché la bizzarra ilarità di essi? Mah!)