[Photo by Yann Allegre on Unsplash.]Nel mentre che tanti (come me, per quel poco che posso) si arrabattano tra infinite difficoltà e quasi nulli denari per proporre e realizzare progetti di fruizione turistico-culturale, sociale ed economica delle zone montane finalmente diversi, magari innovativi, certamente contestuali ai luoghi ed ecosostenibili, per l’ennesima volta “l’eccellente” Lombardia “stanzia” (trad.: butta) altri 2,8 milioni di Euro nel comparto degli impianti e delle piste da sci, un mondo per la gran parte ormai popolato da zombies (350 milioni di debiti per le sole stazioni sciistiche lombarde, come denota “Il Sole-24 Ore”) che possono camminare ancora solo grazie ai soldi pubblici, senza al contempo fare nulla di concreto per costruire un nuovo futuro per le montagne, che sovverta paradigmi ormai falliti da tempo e risulti ben più consono alla realtà climatica che ci aspetta. Soldi che la Lombardia stanzia (butta) pure per «l’approvvigionamento idrico per la realizzazione dell’innevamento programmato», cioè per uno dei veleni che sta uccidendo – anzi, che ha già ucciso, visti i debiti prima citati – l’industria dello sci su pista, oltre che sfruttando e deteriorando in maniera inaccettabile gli ecosistemi montani rovinandone il paesaggio, cioè il loro tesoro vero e fondamentale.
È come se un armatore, al fine di “salvare” (a suo dire) una nave piena di buchi nello scafo che per questo sta inesorabilmente affondando, spenda un sacco di soldi per fornire i suoi marinai di trapani. Una cosa totalmente insensata. Insensata.
Nel frattempo, ribadisco, a livello istituzionale non si muove un dito – concretamente, ovvero salvo le tante belle e inutili parole – per cambiare le cose ovvero il futuro di molti territori di montagna, come ad esempio avevo scritto qui, qualche tempo fa. D’altro canto, mi viene da supporre, molti di quei soldi buttati servono anche per salvaguardare interessi e tornaconti più o meno personali in quelle località, anche per questo condannate da un tale stato di fatto politico alla rovina certa.
Non penso proprio che le montagne lombarde e, in generale, le Alpi italiane, meritino di subire lo stesso immondo sfacelo presente nelle istituzioni politiche che si arrogano il diritto di imporre ai monti le loro scriteriate e dannose decisioni. La bellezza del paesaggio alpino è elemento quanto mai antitetico alla bruttezza di tale politica. Ne va del suo futuro, dei suoi territori, delle genti che li abitano, della loro cultura, della loro economia. E di quella bellezza che è patrimonio di tutti, da salvare perché, una volta ancora, è di quelle che può salvare il mondo. Nonostante le Olimpiadi del 2026, già.
Ecco, questa gran foto di Claudio Stefanoni (titolo: Aeroporto di Malpensa) – onirica e straniante, determinata eppure sfuggente, così sospesa in una dimensione spaziotemporale interrotta, talmente obiettiva da apparire surreale o forse, per meglio dire, capace di fissare l’attimo in cui reale e surreale si fondono facendosi indistinti – è forse quella che, tra molte altre viste in giro, tanto belle quanto ovvie, potrebbe meglio rappresentare i due mesi di lock down trascorsi e parimenti ben materializzare i timori e le ansie per un suo ritorno, in un eventuale malaugurato futuro prossimo.
Bene, allora dico: io, la questione del prestito richiesto da FCA (clic) la metterei su un piano diverso rispetto a quelli di cui si legge sui media, ovvero – mi permetto di dire, eh – la condizionerei alla risposta ad una domanda del genere:
è giusto elargire un prestito di tale entità a una casa automobilistica che, salvo un paio di modelli, produce autovetture francamente brutte?
Qualcuno potrà obiettare che, nell’ambito “italiano” di FCA (quello al quale afferirebbero l’«italian style, il “made in Italy», il «senso italiano per lo stile», eccetera), sono altri i marchi deputati a fare belle auto, ma a me non pare una giustificazione sostenibile. Sarebbe come dire che, in una squadra di calcio nella quale gli attaccanti sono molto forti, il portiere per questo può essere una schiappa. Ecco.
[Immagine tratta dal web. Certo, è cattiva, ma obiettiva. Anzi, “severa ma giusta”, ecco.]P.S.: e comunque, producesse FCA pure auto belle, l’avere ormai impressi nella propria storia modelli come la Duna, la Multipla e altri simili, non depone certo a favore di una risposta positiva alla suddetta domanda. Già.
[La Testa Grigia, tra Cervinia e Zermatt, sullo sfondo il Cervino/Matterhorn. Foto di Francofranco56, Opera propria, Pubblico dominio; fonte qui.]I cambiamenti climatici in corso, tra mille altri problemi e questioni di varia gravità, generano “effetti collaterali” curiosi e assai affascinanti per chi come me si occupa di paesaggi, sia dal punto di vista fisico-geografico che da quello umanistico, almeno in senso simbolico. Sulle Alpi, ad esempio, il forte ritiro dei ghiacciai comporta che i confini tra gli stati alpini si stanno spostando, spesso anche di decine e decine di metri, togliendo territorio nazionale all’un paese per “donarlo” all’altro e viceversa. Ne parla questo interessante articolo di Swissinfo.ch, prendendo spunto nello specifico da un macroscopico spostamento del confine che separa Italia e Svizzera, sui monti tra Cervinia e Zermatt, dovuto proprio alla sparizione quasi totale di un ghiacciaio, ma analoghi casi si stanno registrando anche nelle Alpi Orientali riguardo i confini tra Italia e Austria.
[Immagine tratta da swisstopo.ch, via swissinfo.ch.]Nell’articolo, ribadisco, trovate ben spiegata la questione (potete anche cliccare sull’immagine in testa al post per leggerlo) la quale possiede pure dei risvolti di geografia umana, sociologici e antropologici se non – se posso usare il termine in questo contesto – filosofici e comunque parecchio simbolici. Già, perché sembra che la Natura, adattandosi ai cambiamenti del clima dovuti per gran parte alle attività umane, voglia far capire agli stessi umani quanto il concetto di “confine”, che se possiede sensi e significati quasi mai sono quelli che la geopolitica gli conferisce, a partire dalla definizione stessa delle linee di confine sui monti, di matrice cartesiana, che usano gli spartiacque e ignorano totalmente come storicamente mai le montagne hanno fatto da confine alle genti che le abitavano ma sempre da collante, da cerniera, zona di transiti, commerci, incontri d’ogni sorta e assai meno raramente di scontri più o meno bellici – dicevo, sembra che la Natura voglia rendere evidente agli uomini come il loro concetto geopolitico di confine sia tanto aleatorio quanto vacuo e, per certi aspetti, non consono (o proprio antitetico) alla realtà delle cose, il che finisce per generare più problemi che vantaggi persino per lo stato che se ne fa baluardo in base a proprie ragioni ideologiche e politiche. Alla fine, i confini non esistono se non in forma di linee dal tratto più o meno grosso sulle mappe oppure nella testa delle persone: a volte con matrice positiva, quando essi siano di forma culturale (e identitaria ma in senso antropologico, non etnico e ideologico!), e per natura aperti allo scambio – esattamente ciò che erano un tempo le montagne, che connettevano genti di vallate diverse e spesso di culture diverse ma ponendole in dialogo e mai in contrasto, ripeto – in altri casi, fin troppo diffusi oggi, con accezioni del tutto negative, quando diventano strumenti di separazione tra individui per motivi del tutto stupidi e dannosi per entrambi – i separatori e i separati. Attenzione: non sto dicendo che i confini siano sempre e comunque il “male” e che debbano svanire in forza di chissà quale “globalizzazione” (che è l’altra faccia d’una tale corrosa medaglia), semmai sto osservando che i “confini” che la geopolitica e l’ideologia relativa spesso ci impongono, e per come ce li impongono, non sono certo interventi virtuosi e quasi mai hanno una logica pienamente condivisibile, essendo di frequente diventati – la storia ce lo insegna bene – motivi e cause di divergenze, scontri e guerre piuttosto che strumenti di salvaguardia di due nazioni dai territori adiacenti, dei quali non di rado hanno spezzato l’unitarietà socioculturale.
D’altro canto se lassù sui monti, in quei luoghi ove i cambiamenti climatici stanno modificando la morfologia del terreno, come altrove vi fossero stati dei muri – esempio massimamente concreto dell’esistenza di un confine e della sussistenza di una notevole, bieca sciocchezza umana, molto probabilmente sarebbero crollati. Sarebbe mancato loro il terreno di sotto, letteralmente, proprio come a certi confini, demarcazioni, limiti politici e ideologici, muri, cinte, fortificazioni e quant’altro di simile manca qualsiasi base logica e culturale. Probabilmente è per questo che le idee di chi li difende sembrano sempre così campate per aria. Già.
Non so se pure questa cosa sia una sorta di effetto collaterale del coronavirus, fatto sta che ultimamente sui social circolano più di prima – mi sembra – richieste di “amicizia” equivoche: alcune che quanto meno tentano di darsi un certo tono, in ciò che offrono, altre invece più dirette e esplicite. Però quella qui sotto, ricevuta di recente, è sicuramente parecchio, ehm… suggestiva:
«Senza paghetta» ha scritto! Ma che teeeenera! Vero?
Be’, anche no, ovvio, ma di certo lo pensano i reggenti dei social, ai quali è pressoché inutile segnalare pagine del genere, scaltramente allusive ma non troppo così da evitare censure, visto che rappresentano una bella fetta del loro guada… anzi, della loro paghetta. Già.