
Dacché cambiano le forme tra i due, certo, ma la sostanza alla fine è indubbiamente la stessa. Già.

Dacché cambiano le forme tra i due, certo, ma la sostanza alla fine è indubbiamente la stessa. Già.

Nel mentre che le altre discipline sportive, assai meno “drogate”, senza troppe discussioni hanno constatato la realtà di fatto e agito di conseguenza, senza troppe chiacchiere, annullando le proprie stagioni e arrivederci a quando si potrà di nuovo gareggiare senza problemi di sorta, il calcio invece no: esattamente come un tossico (pur vestito d’abiti firmati) in crisi d’astinenza, striscia a terra paonazzo invocando disperato la propria ennesima dose – e quelli intorno, quelli che al calcio e alla grottesca sceneggiata che è diventato un gioco altrimenti bellissimo e affascinante danno ancora credito, tutti a discutere credendo la questione d’importanza fondamentale per il paese. Nonostante tutti gli altri gravi problemi generati dalla situazione in corso, i contagi i morti le terapie intensive la crisi economica e tutto il resto, già.
Un paese d’altro canto fermo a millenni fa, al riguardo: nel panem et circenses di oggi, i secondi hanno solo cambiato attività scegliendone una assai meno nobile ma evidentemente più adatta – anzi adattata – al proprio pubblico di riferimento, ecco.
Sentivo discutere alcuni conoscenti, poco fa, intorno alla politica italiana, alla totale sfiducia che i suoi rappresentanti suscitano in modo sempre più crescente, alla necessità di eleggere “nuovi politici” quale soluzione ad una situazione del genere, e mi è tornata in mente un’affermazione di Gómez Dávila, intellettuale per certi versi (e per quanto mi riguarda) discutibile ma per altri sicuramente apprezzabile:
L’uomo non chiama soluzione la formula che risolve problemi, ma quella che li nasconde.
(Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, a cura di Franco Volpi, traduzione di Lucio Sessa, Adelphi, Milano, 2007.)

In questi giorni, in tv, mi ha colpito ********** che ripeteva la parola “scrittore” assumendosi il ruolo di chi ci spiega che cos’è uno scrittore, e mi ha colpito il modo di ********* di parlare del suo nuovo disco. La parola che mi è venuta in mente in entrambi i casi è: Prosopopea. Nel primo caso seria, solenne, quasi enfatica. Nel secondo, irriverente, autoironica, ma non meno boriosa. Prosopopea è pròsopon= persona e poieo=fare. In entrambi gli esempi, ciò che mi ha più attratto (negativamente, non lo nascondo) è la personificazione di un sé astratto attraverso un sé reale. La rappresentazione di se stessi, insomma. Chi si autorappresenta associa a un senso di inadeguatezza un narcisismo quasi patologico. E’ ancora in quella fase adolescenziale in cui deve illustrare se stesso. E lo fa con la tutela di un successo che ne perdona le arroganze. Lo dico in generale, perché scrittore e musicista citati (che, ammetto, non amo) sono solo due esempi.
Da un post di Grazia Verasani pubblicato sulla propria pagina facebook (nel 2016, ma resta inesorabilmente attualissimo), ripreso dall’amico Paolo Ferrucci sulla sua, con le cui osservazioni mi trovo mooooolto d’accordo anche perché mi fanno tornare in mente questa cosa qui, cioè che sarebbe quasi il caso di pubblicare i libri senza i nomi degli autori sulla copertina – una cosa alla quale il pensiero mi ritorna spesso per come mi sembri, non sempre ma spesso, alquanto sensata. Che poi può valere anche per i dischi, ovvio, ma per i libri soprattutto, io credo.
Ah, i nomi dei due personaggi citati da Grazia Verasani, lo scrittore e il musicista, li ho tolti per rispetto – diciamo così – in quanto soggetti di osservazioni non mie, ma ovviamente li trovate “in chiaro” nelle pagine facebook sopra linkate.
Sì, è successo veramente.
Sì, su un quotidiano italiano. Del Nord Est, per la cronaca, edizione di oggi, pagina 7.
Sì, per tale quotidiano, ovvero per chi lo produce, “4 metri quadrati” sono la superficie coperta da un quadrato di 4 metri per lato.
Sì, cioè no, la matematica, e la geometria che è sua disciplina filiale, in verità non sarebbe un’opinione, ma per quelli evidentemente sì, lo è.
Sì, certo, la superficie di un quadrato di 4 metri per lato è di 16 metri quadrati, non 4. Lo so persino io che non amavo affatto (eufemismo) la matematica, a scuola.
No, probabilmente i tizi del suddetto quotidiano non hanno mai frequentato le elementari ma sì, certamente per questo motivo faranno carriera nella redazione dello stesso e anche oltre, in quotidiani di ancora maggior “prestigio”, visto l’andazzo del settore.
E infine sì: la stampa italiana, in generale, ha proprio dei grossi problemi. E non solo di qualità dell’informazione, a quanto pare.
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