Del coronavirus e della chiesa

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Una cosa mi fa “piacere”, di questo periodo in corso altrimenti per molti triste e funesto (e uso il termine appositamente virgolettato per rimarcarne l’accezione meno banale possibile): constatare che la chiesa, intesa come gerarchia clericale, ne stia uscendo malissimo, palesando in maniera ancor più evidente che in passato la sua reale natura e la sostanziale trivialità della sua presenza nella (o forse dovrei dire sulla) società. Le recenti sguaiate uscite in merito alla celebrazione di riti religiosi nella cosiddetta “fase 2” e il conseguente “accordo”, oltre a rasentare il ridicolo teologico (dunque, per “incontrare Dio” bisogna necessariamente andare in chiesa indossando guanti e mascherina?), dimostrano come l’entità clericale sia totalmente dissociata (lo è da secoli, in verità) da quel «fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.» che nella Lettera agli Ebrei (11,1) viene indicata come definizione di “fede” e totalmente impegnata a fare bieco marketing religioso funzionale ai propri interessi politici e alle proprie mire di controllo ideologico oltranzista dei suoi “fedeli”, in barba a qualsiasi regola sociale – giusta o meno che sia, non è questo il punto – rispetto alla quale la chiesa si crede sempre superiore, intoccabile, ergo menefreghista. Anche se è del tutto evidente che il suo “dio” (minuscolo, sì) l’abbia abbandonata – e giustamente, nel caso, vista la sua secolare storia di indicibili misfatti così antitetica all’autentico valore del messaggio divino, per chi vi creda!

Dov’è la fede, quella vera, nelle cose messe in atto dalla chiesa? Dov’è l’esperienza cristiana e cattolica, la spiritualità, la pratica materiale della riflessione teologica? Nelle teatrali messinscene del pontefice nelle piazze vuote (ma ben affollate di giornalisti e cameraman, lì intorno a riprendere tutto quanto) che fanno tanto spot promozionale? Oppure, di contro, nell’oscurantismo medievale (e ipocrita) che ancora intesse la visione del mondo del clero e lede in ogni suo aspetto, nelle circostanze in essere, le libertà di pensiero e d’azione di chiunque scelga di non assoggettarsi ai dogmatismi imposti?

Ma, ribadisco, basta poco – e ancor più in una situazione come quella in corso – a rendere evidente la vuotezza assoluta dell’ideologia clericale e l’inconsistenza della “fortezza” nella quale le gerarchie ecclesiastiche si arroccano credendosi intoccabili. È una fortezza che sta già crollando addosso ai suoi occupanti, e manca poco a che lo sfascio sia definitivo. Per il bene della fede più autentica, ribadisco: allora forse Dio sì, tornerà ad essere il soggetto fondamentale della visione del credente e non l’oggetto, il bene di consumo, il brand del conformistico, artificiale, ipocrita fideismo impostogli.

Gli sfortunati

Bisogna ammettere che l’ItaGlia si dà un gran daffare per risultare sempre nelle “prime” posizioni delle classifiche sul benessere sociale e sul livello culturale diffuso. Solo che, per chissà quale cronico difetto visivo oppure percettivo, non so, ma quelle classifiche le considera regolarmente… al contrario, già.

Ecco dunque che nella graduatoria globale redatta dall’OCSE (OECD in inglese) sull’accettazione delle persone LGBT – mera accettazione, sia chiaro, non concessione di diritti civili e affini, che è un’altra questione – l’ItaGlia è l’unico paese insieme alla Grecia che negli ultimi 35 anni al riguardo è regredita peggiorando il proprio indice relativo (e comunque la Grecia resta a un livello più alto di quello itaGliano.) Persino l’Ungheria del bieco autocrate Orban è avanzata in graduatoria o l’ultracattolica Polonia, addirittura pure la Turchia teocratizzata da Erdogan di poco ma è migliorata.

Inoltre, come qualcuno fa notare, nei primi posti della graduatoria vi sono praticamente tutti i paesi a maggior tasso di benessere complessivo del mondo, rimarcando ciò come certi indicatori socio-culturali risultino ben più correlati a quelli economici e politici di quanto si possa pensare – nel bene e parimenti nel male, appunto.

Ecco.

Be’, care persone LGBT, mi viene da considerare quanto siate sfortunate a nascere o a risiedere in ItaGlia, pur nell’anno 2020 che non mi pare sia includibile nel cosiddetto “Medioevo” – ma forse ciò vale solo cronologicamente e senza poi contare che il Medioevo fu per certi aspetti un periodo niente affatto così oscuro. D’altro canto, mi viene pure da dirvi che siete in buona e assai folta compagnia, perché ugualmente sfortunate, in forme diverse ma simili sostanze, sono tutte le persone dotato di raziocinio, senso civico, pensiero libero e onestà intellettuale, a nascere e risiedere in ItaGlia. Già.

Cliccate sul’immagine per aprirla in un formato più grande oppure qui per leggere un documento di approfondimento sulla ricerca dell’OCSE tratto dal sito web dell’organizzazione.

Cambiamento?

[Immagine tratta dal web.]
Una delle parole che più viene spesa, in questo periodo pandemico e emergenziale, è sicuramente “cambiamento”. Il coronavirus chi ha cambiato la vita, dovremo cambiare le nostre abitudini, c’è la necessità di un cambiamento dei nostri stili di vita, niente sarà come prima e tutto cambierà, eccetera.

Ok, tutto giusto, tutto comprensibile.

Ma cosa vogliamo intendere, poi, con la parola “cambiamento”?

Ci sto pensando di frequente, in questi giorni, leggendo appunto un po’ ovunque di questi inviti o di intenti sul cambiare, e mi pare che, a fronte di quanto sia invocata la parola con tutti i suoi derivati, molto meno ci si esprima concretamente sul cosa cambiare, come, quanto, perché.

A parte che già molti, in filosofia, hanno cercato di disquisire sulla questione fin dai tempi antichi, da Aristotele – che sosteneva (nella Fisica) che se c’è il tempo c’è il cambiamento e solo se c’è un cambiamento può esistere il tempo – in poi, e di recente è uscito questo interessante libro di Federico Sollazzo che offre uno sguardo moderno-contemporaneo sul tema. Ma qui, senza andar troppo sul filosoficamente difficile, vorrei mantenere la mia riflessione su un piano più pratico e quotidiano, in particolare riguardo cosa si possa considerare un “vero” cambiamento, nel presente e nel mondo in cui viviamo.

In primis, mi viene da dire che Aristotele aveva ragione, anche intendendo il “tempo” per come lo fa la fisica contemporanea cioè qualcosa di sostanzialmente inesistente, dacché espressione di moto nello spazio: ma pure il moto a ben vedere è cambiamento – di posizione, di velocità, a volte di forma, e così via. Aveva ragione nel senso che l’esistenza del mondo e della vita è cambiamento, e se così non fosse di vita al mondo ce ne sarebbe ben poca! Similmente l’evoluzione della vita – umana, nello specifico, anche come nell’espressione della sua “civiltà” – deve necessariamente comportare un continuo cambiamento, al punto da poter dire che la normalità, che sovente noi intendiamo con fissità e costanza delle cose, è in realtà il frutto di un continuo cambiamento che, per quanto sopra, non intendiamo (più) come tale: un processo fatto di ininterrotte minime variazioni che assimiliamo inconsciamente negli automatismi della quotidianità ed effettivamente ci cambiano e cambiano il mondo che abbiamo intorno ma, appunto, quasi sempre senza che ce ne rendiamo conto.

D’altro canto viviamo pure una quotidianità che, da queste italiche parti, ha reso fondamentale (anche immaterialmente) il gattopardiano principio del “tutto cambi affinché nulla cambi”, cioè quel modus vivendi e operandi artificioso e deviato – per fini sovente ben poco nobili, inutile rimarcarlo – che arrota il processo di cambiamento su se stesso vanificandone gli effetti e cortocircuitando la sua aristotelica “normalità”. Non è un caso, infatti, che la vitalità civica e culturale del paese sia a dir poco asfittica se non già alquanto comatosa – per non dire pure di peggio.

Dunque, cosa dobbiamo e possiamo intendere con “cambiamento”? Non poterci più abbracciare o dover far la coda distanziati di un metro fuori dal panettiere è un cambiamento? Per me no. Acquistare un paio di sneakers on line al posto di andare al negozio di scarpe è un cambiamento? No, nella sostanza non lo è. Il coronavirus insomma, ci ha cambiato la vita? Io credo di no, semmai ha variato la forma di certe azioni quotidiane ma non la sostanza, che resta sempre quella di prima. A volte nemmeno eventi ben più radicali provocano un autentico cambiamento – una guerra, oppure una catastrofe naturale, ad esempio – ma producono assestamenti più o meno profondi che generano le stesse cose di prima in forme diverse ma con identiche sostanze, ribadisco. Non sono “cambiamenti”: semplicemente, la meta resta quella di prima ma la si raggiunge da una via parallela (o differente ma non troppo, visto dove conduce) alla precedente.

Invece, se leggo dell’etimologia del termine cambiare – mi studio spesso l’origine delle parole perché in essa vi si trova facilmente il loro senso autentico, che resta sempre valido anche quando quelle parole abbiano assunto altri significati, a volte persino antitetici a quelli originari – scopro che avrebbe una possibile correlazione con il greco antico σκαμβός (skambós), “piegato, curvo”; leggo pure che in greco “kampè”, che proviene dalla stessa radice etimologica, significa giravolta. Cioè, il termine ha a che fare con un cambio piuttosto netto di direzione, addirittura un dietrofront o quasi. Da questo punto di vista, credo sia facile convenire che di cambiamenti autentici ve ne siano in atto molto pochi, in questi momenti, e ancor meno se ne vedano all’orizzonte, forse. Nel passato sì, ce ne sono stati parecchi di cambiamenti, dalla ruota in poi, ed è stato grazie a quelli se la civiltà umana è arrivata al punto evolutivo in cui è – be’, nel bene e nel male di ciò, ovvio. Anche il web è stato un bel cambiamento, ma che forse non ha (ancora?) generato tutta la portata dei suoi effetti potenziali e che d’altro canto per molti versi non ha realmente “deviato di netto” la nostra vita quotidiana, pur variando molte delle sue azioni quotidiane. Nemmeno la conquista della Luna è stata un cambiamento o, meglio, le è stato impedito di esserlo, ma di sicuro se un domani si potesse andare a vivere sulla Luna o su Marte adattando a tali mondi e alla loro diversità nei confronti della Terra le nostre vite allora sì, per chi lo affronterebbe sarebbe un gran cambiamento – ma solo banali esempi, questi, tra i miliardi che si potrebbero proporre al riguardo.

Quindi? Be’, ammetto che una risposta al mio quesito inziale non ce l’ho, almeno per il momento, ovvero ne avrei che tuttavia avrebbero valore per me ma forse non lo avrebbero per altri. E questa osservazione, però, non è una risposta ma potrebbe esserne l’anticamera… Mi viene infatti in mente una citazione di Tolstoj, «Tutti pensano a cambiare l’umanità, e nessuno pensa a cambiare sé stesso», che mi pare assolutamente interessante sul tema. Cioè: e se il più vero e “curvante” cambiamento non fosse da ricercare e conseguire – ovvero da attendere e aspettarsi – intorno a noi ma dentro di noi? E se fosse primariamente immateriale, per poter poi essere materiale e pratico? Quanti cambiamenti vengono invocati per il mondo, in effetti, ma al contempo si resiste nel cambiare i nostri relativi atteggiamenti! Altrimenti, per fare un esempio, la “rivoluzione” delle energie sostenibili l’avremmo attuata da qualche decennio mentre al momento siamo ancora alle belle parole e ai pochi veri e utili fatti. O per restare in ambiti più quotidiani e nostrani: quanto spesso si invoca una maggior moralità e un più alto senso civico, nella società italiana, ma poi per primi se possiamo fare i furbi lo facciamo autoassolvendoci all’istante perché «massì, che sarà mai, una volta ogni tanto!» – e così, rapidamente, quella volta ogni tanto diventa la norma: un cambiamento anche questo, in fondo, cioè una retromarcia verso lo schianto prossimo contro il muro dell’ipocrisia!

Ma, ribadisco, al momento di risposte certe non ne ho, ho solo riflessioni, osservazioni, elucubrazioni, arzigogoli, scempiaggini forse, e certamente (ma inevitabilmente) qui non posso che trattare la questione in modo essenziale e sbrigativo. Tuttavia, quello sul cosa cambiare, come, quanto, perché cambiare è un tema al quale dovremmo pensare meglio, io dico, che dovremmo meglio definire, determinare, sviscerare, e comprendere a fondo nelle sue accezioni teoriche e pratiche. E dovremmo farlo partendo necessariamente da noi stessi, dal porci le domande e cercarci le migliori risposte possibili nella visione consapevole del mondo che abbiamo ovvero che vorremmo avere e conseguire, sentendoci ben coinvolti in essa e giammai estranei cioè pronti al far spallucce, allo scaricabarile o alla fuga. Altrimenti, temo, il “cambiamento” resterà solo l’ennesima bella parola da usare nei nostri discorsi sui massimi sistemi prima di tornare a perdere tempo nelle bazzecole dei social o di fumarci un’altra sigaretta per poi buttarne il mozzicone in terra. Come sempre, già.

Un consiglio ai nonni

[Foto di Evangelion0189; fonte Wikipedia, qui.]
Dunque, in ItaGlia, diversi boss e malavitosi mafiosi sono stati scarcerati per il “pericolo di contagio da coronavirus” sussistente nei penitenziari, fossero essi affetti da patologie oppure no, salvaguardando loro la vita.

Che strano…

Sì, perché in pratica sono le stesse motivazioni per le quali centinaia di anziani sono stati lasciati morire nelle RSA, evitando di salvaguardare la loro vita.

Be’, a questo punto, cari nonni e pensionati che siete o che potreste divenire ospiti di una casa di riposo: datevi al crimine mafioso! Forse in carcere avrete meno agi che all’ospizio, ma almeno godrete di lunga vita e maggiori riguardi da parte delle istituzioni!

 

“La voce del popolo”

[Foto di Aubrey – Opera propria, CC BY-SA 1.0; fonte qui.]

L’Ur-Fascismo si basa su di un populismo qualitativo. In una democrazia i cittadini godono di diritti individuali, ma l’insieme dei cittadini è dotato di un impatto politico solo dal punto di vista quantitativo (si seguono le decisioni della maggioranza). Per l’ Ur-Fascismo gli individui in quanto individui non hanno diritti, e il “Popolo” è concepito come una qualità, un’ entità monolitica che esprime la volontà comune. Dal momento che nessuna quantità di esseri umani può possedere una volontà comune, il leader pretende di essere il loro interprete. Avendo perduto il loro potere di delega, i cittadini non agiscono, sono solo chiamati, pars pro toto, a giocare il ruolo del Popolo. Il Popolo è così solo una finzione teatrale. Per aver un buon esempio di populismo qualitativo, non abbiamo più bisogno di Piazza Venezia o dello Stadio di Norimberga. Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentato e accettato come la “Voce del Popolo”.

Ecco, poi, che faccio ricerche tra infiniti appunti per cercare alcune cose e me ne saltano fuori altre altrettanto utili. Soprattutto da riproporre e rileggere – anche periodicamente e comunque regolarmente: come gli articoli di Umberto Eco sull’Ur-Fascismo, usciti su “La Repubblica” nel 1995 (e i cui principi sono oggi raccolti in questo libro edito da La Nave di Teseo), quando la pervasività psicomentale della TV non era ancora così spinta (quantunque già lo fosse parecchio, ai tempi), quella di internet era allo stato embrionale, e le pulsioni neofasciste non erano certo sostenute da bassi populismi e sovranismi biecamente propagandati – almeno per gran parte – da una politica sempre più allo sbando come oggi sta accadendo, non soltanto in Italia, 25 anni dopo le parole di Eco. Il quale di nuovo dimostra la grande e lucidissima sagacia che ha sempre contraddistinto il suo pensiero e l’obiettiva, profonda visione della realtà che sapeva formulare come pochi altri, al punto da risultare non solo adattissima al presente (come si nota bene nella citazione) ma ancora molto “avanti”, e per questo pienamente illuminante.

Il brano lì sopra citato, in particolare, viene da questo articolo de “La Repubblica”; cliccate qui per leggerlo nella sua interezza. E leggetelo che è alquanto utile, appunto.