Ogni luogo, anche il più degradato, ha il proprio “Genio”

«Nullus locus sine genio» (Nessun luogo è senza un Genio). Fin dal IV secolo d.C. Servio Mario Onorato, grammatico romano celebre soprattutto per il suo “Commentario” alle opere di Virgilio, sancì l’unicità di ogni territorio vissuto dall’uomo e in quanto tale definibile come “luogo” – locus, lo spazio che si occupa stabilmente, cioè dove si vive. Ovviamente Servio, di cultura pagana, identificò nel Genius Loci lo spirito soprannaturale del luogo, oggetto di culto da parte dei suoi abitanti. Tuttavia anche l’accezione che lo ha “rivitalizzato” nella contemporaneità grazie a Christian Norberg-Schulz, tra i maggiori teorici dell’architettura del Novecento, per la quale «si può dire che i significati radunati dal luogo costituiscono il suo ‘Genius Loci’», in qualche modo rimanda allo “spirito” che ogni luogo possiede, alla sua “anima” che lo identifica in rapporto ad altri e non solo in forza degli elementi geografici che caratterizzano il territorio dando forma al suo paesaggio ma anche, e per certi versi soprattutto, grazie agli elementi immateriali derivanti dall’elaborazione e dalla comprensione di quei significati radunati nel luogo. Un processo fondamentalmente culturale, dunque, che si può concepire come differente ma non discordante da quello originario di matrice spirituale, essendo entrambi immateriali.

Ma se il metodo di elaborazione e comprensione dei significati referenziali e identitari di un luogo è culturale, dunque soprattutto razionale, è altrettanto vero che la relazione che lega gli abitanti ad esso si compone inevitabilmente anche di elementi che non derivano dal raziocinio intellettuale e scaturiscono dalla parte emozionale, psichica e interiore: per certi aspetti anzi è proprio questa che genera il legame principale e dà senso all’identità del luogo, che lo fa riconoscere rispetto agli altri, e che fa riconoscere in esso i suoi abitanti. E se non esiste un luogo che non abbia un proprio “Genio”, come affermò Servio, dunque se non esiste un territorio che non determini una propria identità peculiare e che si definisca nell’alterità con gli altri territori, vero è che ci sono luoghi il cui Genius è più identificabile, più percepibile, più “visibile”: una periferia metropolitana fatta di casermoni e grandi stabili commerciali ha un Genius Loci ben più sfuggente di quello che “abita” un piccolo e ben conservato borgo collinare, per essere chiari. Eppure, anche nella periferia più degradata ce n’è uno, ma se ne resta nascosto per il timore di essere sopraffatto dall’omologazione territoriale definitiva o, forse più, per la paura di non essere più riconosciuto da nessuno, in primis dagli abitanti di quel luogo.

(Tratto da Psicogeografie pontidesi. Esplorando l’identità culturale del territorio di Pontida nella relazione interiore tra i Pontidesi e il suo Genius Loci, il mio saggio nel volume OLTRE IL GIURAMENTO. Racconti per visitare Pontida, uno dei (dicono 😄😉) libri più belli mai pubblicati, del quale scrivo qui.)

Le conseguenze internazionali della fusione dei ghiacciai delle Alpi

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La Svizzera si dimostra sempre più attenta e sensibile a ciò che sta accadendo alle proprie montagne dal punto di vista climatico – di sicuro molto più di quanto al riguardo si dimostra l’Italia.

Un bell’articolo pubblicato su “Swissinfo.ch”, ad esempio, analizza le conseguenze internazionali della fusione dei ghiacciai delle Alpi svizzere, che sono molteplici, di varia gravità e, appunto, interessano un territorio che va ben oltre i confini elvetici. Per inciso, in base all’andamento climatico attuale, la gran parte dei ghiacciai svizzeri potrebbe sparire entro la fine di questo secolo.

Sono conseguenze che vanno da quelle, ovvie, sul turismo e sull’immaginario alpino sul quale si dovrà basare nel prossimo futuro l’industria turistica (quasi mezzo miliardo di presenze all’anno!), alla trasformazione calamitosa del paesaggio (frane, alluvioni, fenomeni estremi, eccetera), alla diminuzione della portata dei grandi fiumi europei e dunque della disponibilità di acqua in molti paesi, con effetti diretti sulla navigazione, l’agricoltura, gli ecosistemi, le risorse di acqua potabile e la produzione di energia (persino sul raffreddamento delle centrali nucleari), all’aumento del livello dei mari.

Per giunta sulle Alpi il “picco idrico”, cioè il momento in cui il deflusso dell’acqua di fusione raggiunge il suo livello massimo, è già stato raggiunto o lo sarà nei prossimi anni: ciò significa che i molti casi i ghiacciai si sono fusi a tal punto che già ora rilasciano meno acqua o lo faranno presto:

[Le quantità di acque di fusione rilasciate dai ghiacciai svizzeri in relazione ai possibili auimenti della temperatura media nella regione alpina. Fonte: www.swissinfo.ch.]
Al netto di qualsiasi considerazione al riguardo, è senza alcun dubbio una situazione oggettiva della quale chiunque dovrebbe avere piena consapevolezza e saper formulare un’adeguata capacità di riflessione.

Per fare ciò, come detto, l’articolo di “Swissinfo.ch” è certamente molto utile e dunque vi invito a leggerlo, cliccando qui o sull’immagine in testa al post.

(Nelle immagini in testa al post vedete il Ghiacciaio del Rodano, nel Canton Vallese, in una fotografia del 1900 e in una del 2008.)

Centodiciottomilioniquattrocentoventiquattromila Euro

Dunque, il costo complessivo della nuova pista olimpica di bob di Cortina ad oggi è di 118.424.000 Euro.

Ecco, segnatevi questa cifra e salvatevi, o ricordatevi, l’immagine lì sopra, scattata da Giovanni Ludovico Montagnani il 23 marzo scorso.

Peraltro ad avvio lavori, poco più di un anno fa,  avevano detto che la pista sarebbe costata 81,61 milioni di Euro. Siamo a più del 45% di aumento, e non è ancora finita.

Bene, ribadisco: appuntiamoci e ricordiamoci tutto quanto. Ne riparleremo tra qualche anno: secondo me sarà l’ennesima vergogna italiana. Secondo voi come finirà?

Anno 1903, con la giacca e l’abito lungo in vetta all’Eiger

[Fonte: Daniel Anker: “Jungfrau”, in Dizionario storico della Svizzera (DSS), versione del 06.01.2025 (traduzione dal tedesco). Online: https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/008786/2025-01-06/, consultato il 26.03.2025.
Il manifesto turistico che vedete qui sopra fu realizzato nel 1898 dal pittore austriaco Anton Reckziegel e pubblicato dall’atelier di arti grafiche Hubacher & Biedermann di Berna in occasione dell’inaugurazione del tratto della celebre Ferrovia della Jungfrau / Jungfrau Bahn che porta dalla Kleine Scheidegg alla stazione di Eigergletscher, ai bordi del ghiacciaio dell’Eiger.

Il manifesto mostra (cliccateci sopra per ingrandirlo) quello che sarebbe dovuto essere il percorso completo progettato per la ferrovia, che dallo Jungfraujoch, dove giunse nel 1912, doveva giungere fino in vetta alla Jungfrau. Non solo: la mappa sottostante, del 1903, mostra che il progetto prevedeva anche una funivia che dalla stazione Eismeer giungeva in vetta all’Eiger nonché un’altra fermata prima del Jungfraujoch, quella di Mönch. Negli anni successivi a queste ipotesi progettuali varie difficoltà tecniche e finanziare, oltre ad alcuni gravi incidenti nei cantieri e alla morte dell’industriale zurighese Adolf Guyer-Zeller, committente e finanziatore principale dell’opera, indussero a rinunciare agli sviluppi citati e diedero alla Ferrovia della Jungfrau la forma attuale.

[Fonte: Schweizerisches Bundesarchiv – Scan aus Daniel Anker: Eiger – Die vertikale Arena, 2008 (S.39), pubblico dominio su https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5714664.]
Considerando che, grazie alla Ferrovia, nel 2024 sono arrivati ai quasi 3500 metri di quota del Jungfraujoch più di un milione di visitatori, tanto da fare del luogo il più elevato caso di overtourism d’Europa, vi immaginate cosa sarebbe potuto accadere alla zona se effettivamente si fossero raggiunte pure le vette dell’Eiger e della Jungfrau? Gente in bermuda e infradito che oggi si scatterebbe selfies in cima all’Orco – l’Eiger, appunto – una delle montagne più iconiche e temibili delle Alpi!

D’altronde erano tempi, quelli, nei quali il progresso tecnologico galoppante, in un mondo che nemmeno lontanamente poteva immaginare crisi climatiche di sorta o altre criticità, faceva pensare che tutto fosse possibile, anche giungere in cima a montagne di oltre 4000 metri comodamente seduti nei vagoni di un treno – pure il Cervino fu sottoposto a un progetto del genere, ne scrissi al riguardo qui. Nei decenni successivi e fino a oggi il progresso, in senso generale, ha preso altre strade (a volte migliori, altre volte no) e consentito l’elaborazione di sensibilità diverse rispetto al mondo che viviamo e alle montagne nello specifico, per fortuna.

Eppure c’è ancora qualcuno che piazzerebbe (e piazza) funivie ovunque pur di lucrare sui paesaggi montani e senza curarsi della realtà in divenire. Si tratta di iniziative obsolete già bocciate dalla storia: ma, evidentemente, quelli che le pensano hanno un’idea di montagna e di paesaggio rimasta ferma a un secolo e mezzo fa, già.