La scuola va in montagna: l’importanza di formare le nuove generazioni alla conoscenza delle terre alte

A volte chi si occupa come me (e meglio di me) di territori montani, a fronte di numerose iniziative, progetti e opere ad essi imposte e del tutto fuori luogo, spesso per mani degli enti pubblici locali che di quei luoghi dovrebbero rappresentare i primi e più competenti custodi, oppure constatando certi comportamenti piuttosto irresponsabili afferenti al turismo più massificato, viene preso da un certo sconforto e dalla sensazione – per così dire – di navigare controcorrente lungo un fiume dalle acque sempre più impetuose e devastanti.

È qualcosa di inevitabile e per certi versi comprensibile ma, mi viene da pensare, solo se si è portati a non vedere – proprio in forza dello sconforto momentaneo, appunto – tutta quella grossa parte di pubblico che frequenta i monti la quale invece dimostra di elaborare una crescente consapevolezza, e sempre più articolata, sulle realtà di fatto delle nostre montagne, su ciò che va bene e ciò che invece non va bene. Solo che è una moltitudine silente ovvero poco caciarona, forse anche per questo la si nota meno: ma la cosa bella è che in essa ci sono senza dubbio (e con i distinguo del caso, ovvio) le nuove generazioni.

È banale dirlo, ma altrettanto importante rimarcarlo, che il futuro del nostro mondo è in mano ai giovani, già molto più sensibili degli adulti su ciò che accade nella contemporaneità (basti pensare alle loro azioni riguardo la crisi climatica), più attenti, più riflessivi anche se il loro comportamento abituale a volte non rende evidente tutto ciò. Per questo a me piace moltissimo portare, quando posso e per quanto posso, il mio contributo a favore della loro sempre maggiore conoscenza e consapevolezza di cosa sono le montagne oggi e di cosa potranno essere domani: perché saranno la loro visione di esse, le loro idee e le azioni che ne scaturiranno, qualsiasi saranno, a determinare l’evoluzione delle nostre terre alte e della vita delle comunità che continueranno ad abitarle.

[Questa è la slide iniziale della presentazione che ho proposto agli studenti presenti al Rifugio. L’immagine AI della slide è di ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer.]
Tutto questo l’ho potuto fare – ultima ma non ultima volta (spero) di una serie già lunga di incontri simili sostenuti da me in passato – qualche giorno al Rifugio Forni, in alta Valfurva (lo vedete nell’immagine in testa al post), nel corso di “La Scuola va in Montagna”, iniziativa ideata, organizzata, curata dalla prestigiosa Fondazione Luigi Bombardieri della Sezione CAI valtellinese e dedicata – nella forma di un concorso che ha come premio il soggiorno “didattico” di qualche giorno in un rifugio alpino – agli alunni delle scuole secondarie superiori. Giovedì 18 settembre scorso ho così potuto disquisire di “Overtourism nei territori montani” ai ragazzi di due classi della provincia di Sondrio e della provincia di Parma, le vincitrici del concorso di quest’anno, e con me, nel corso del soggiorno al Rifugio Forni, si sono avvicendati altri prestigiosi relatori (ben più dello scrivente, ribadisco).

Tra le lezioni frontali in rifugio e le escursioni nel meraviglioso territorio circostante, uno dei più spettacolari e ricchi di storie delle Alpi lombarde, mi auguro vivamente che i ragazzi siano tornati a casa con nello zaino non solo i propri effetti personali utili al soggiorno ma anche, e soprattutto, molta più conoscenza, consapevolezza, ancora maggior sensibilità, attenzione, attaccamento e amore verso le montagne e il loro futuro. Quel futuro che, come ho detto, sono loro ad avere tra le mani: e chissà che, grazie alle iniziative come questa così importante che da anni organizza la Fondazione Bombardieri, quel futuro delle terre alte non possa essere molto più bello, più luminoso e dunque meno problematico del presente che noi adulti, incoscientemente, abbiamo determinato. Anzi, senza chissà: ne sono più che certo.

P.S.: per quanto avete letto ringrazio di cuore la Fondazione Bombardieri, con tutti i suoi referenti, per avermi concesso la preziosa opportunità che vi ho raccontato, e parimenti ringrazio Antonia Pozzi, docente e rappresentante dell’Ufficio Scolastico di Sondrio nel consiglio direttivo della Fondazione Bombardieri, che ha scattato e poi mi ha fornito le immagini fotografiche che vedete. Infine sono grato a Narciso Salvadori, del Rifugo Forni, per l’ottima accoglienza e per la bella chiacchierata che ho fatto con lui su vari temi della realtà montana contemporanea.

L’inevitabile fine dello sci, anche per chi non ci vuol credere

P.S. – Pre Scriptum: dissertare di sci e neve anche in piena estate? Certamente! Perché la crisi climatica e le dinamiche socio economiche che condizionano il turismo sciistico non fanno le ferie estive, e perché quanto accade sulle montagne ha bisogno di costante attenzione e visione lunga nel tempo: qualcosa che sovente manca, nella gestione del turismo invernale – e le conseguenze negative di ciò si vedono, purtroppo.

[Le piste di Nara, stazione sciistica in Valle di Blenio, Canton Ticino, senza neve nel febbraio 2023.]

Il cambiamento climatico sta trasformando la Svizzera e questo è particolarmente evidente nelle regioni turistiche. “L’aumento delle temperature è fatale per le attività turistiche sugli sci”, afferma Monika Bandi, direttrice del Centro di ricerca sul turismo dell’Università di Berna. “A ciò si aggiungono precipitazioni intense più frequenti in estate, inverni con meno pioggia e lo scioglimento del permafrost, che può rendere instabili i pendii”.
Il problema maggiore legato all’aumento delle temperature riguarda però le località di sport invernali. “Garantire 100 giorni all’anno con un manto nevoso di 30-50 cm sta diventando sempre più irrealistico”, afferma Bandi. Secondo una scheda informativa di Funivie Svizzere, l’isoterma di zero gradi salirà di altri 300 metri entro il 2050. In futuro, le precipitazioni cadranno più sotto forma di pioggia che di neve, soprattutto all’inizio e alla fine dell’inverno. La stagione sciistica sarà quindi più corta. I cannoni da neve non potranno compensare questa mancanza, poiché funzionano solo nei giorni con temperature inferiori a 0 °C.
Quanto saranno profonde le trasformazioni per le stazioni sciistiche svizzere è difficile da prevedere. “Oggi non sono più molti i bambini che imparano a sciare”, osserva Monika Bandi. Tra 10 o 20 anni, s’interroga la ricercatrice, ci sarà ancora il desiderio di spendere 80 o 100 franchi per una giornata sugli sci?
Anche l’associazione Funivie Svizzere prevede un calo della domanda nella sua strategia di adattamento. Già oggi, oltre 60 impianti di risalita sono all’abbandono e con l’aumento delle temperature il loro numero è destinato a crescere.

[Brani tratti dall’articolo Come il cambiamento climatico mette sotto pressione il turismo in Svizzera, pubblicato su “Swissinfo.ch” il 15 luglio 2025.]

C’è poco da commentare e molto da riflettere, a fronte di tali evidenze. In Svizzera da tempo lo stanno facendo, in Italia molto meno. Certo li posso capire, i gestori dei comprensori sciistici, messi ormai con le spalle al muro dalla crisi climatica, dalla situazione economica, dal cambio dei costumi e delle abitudini di chi frequenta le montagne in inverno.

[Immagine tratta da www.radiocittafujiko.it.]
Ma a fronte della comprensione delle loro difficoltà, quei gestori (e i loro sodali, soprattutto in politica) devono a loro volta comprendere che in molte località l’attività sciistica è ormai al capolinea (se non già oltre) e che la loro perseveranza nel continuare a mantenerla e a rifiutare la transizione a forme di frequentazione turistica invernale più consone ai tempi non è affatto una forma di resilienza ma un’imposizione di sofferenza alle montagne e alle loro comunità, tenute in ostaggio di quel loro business ormai esaurito e per ciò incapaci – ovvero privati degli strumenti al riguardo – di sviluppare ogni altra forma di economia ecosistemica locale. Realtà ancora più grave nel caso in cui i finanziamenti pubblici, invece di sostenere lo sviluppo socioeconomico locale, vengano impiegati per realizzare nuovi impianti e piste di discesa a quote dove ormai lo sci è ormai qualcosa di utopico.

È difficile cambiare, certamente, ma è altrettanto ineludibile: altrimenti non saranno solo gli impianti e le società che li gestiscono a fallire e chiudere ma l’intero territorio che li ospita. Un’eventualità che non è possibile accettare, in nessun modo.

Nelle Orobie cadono frane, gli ospedali chiudono, non c’è segnale telefonico, ma ci saranno tante nuove seggiovie!

[Le montagne dell’Alta Valle Brembana nella zona dei Laghi Gemelli, in comune di Branzi. Immagine tratta da https://primabergamo.it.]
Anche le valli montane bergamasche stanno sempre più diventando un caso emblematico in tema di gestione (o non gestione) politica dei territori montani.

Notizie recenti sulla stampa locale: le valli montane della Provincia di Bergamo, secondo l’Ispra, sono al 16° posto nella classifica nazionale per rischio frane (in una Lombardia che risulta la regione con il numero più alto di frane censite), ciò evidenziando la necessità di maggiori fondi pubblici per prevenire il dissesto idrogeologico e intervenire in caso di emergenze.

L’ASST locale chiede a gran voce aiuti alla politica per agevolare l’arrivo e la presenza di nuovi infermieri per gli ospedali di montagna, già in crisi di risorse da tempo come ben sappiamo, i quali altrimenti sono sempre più a rischio di chiusura.

In molte zone montane della provincia il segnale telefonico, per non parlare della connessione web, sono assenti, generando grossi problemi tanto ai residenti quanto a chi lassù vuole e vorrebbe lavorare in condizioni degne, per giunta in attività economiche che aiuterebbero i territori a mantenersi vivi. La scorsa settimana la questione «è stata sottoposta a Regione e deputati. Ma per ora, tutto resta fermo.»

Ecco, appunto: regione, deputati, enti pubblici… la politica.
Come risponde la politica a questi bisogni fondamentali per chi vive sulle montagne bergamasche?

Spendendo le risorse che dovrebbero essere impiegate per soddisfare i bisogni dei residenti per finanziare insensati progetti turistici come (un esempio tra i tanti) quello di Piazzatorre, in Valle Brembana: ben 15 milioni e rotti di Euro per un comprensorio sciistico posto sotto i 1800 metri di quota destinato per mille ragioni – climatiche, ambientali, economiche, socioculturali… – ad un inevitabile fallimento. Per non dire di Colere-Lizzola, dove le risorse pubbliche previste ammonterebbero (al momento) addirittura a 50 milioni di Euro.

Poste tali cifre, e viste le criticità sopra elencate (ma ve ne sarebbero altre di citare): va bene così?

È in questo modo che pensiamo di salvare le montagne dallo spopolamento, come ci viene continuamente ripetuto, e di rivitalizzarne le comunità e le economie locali? Costruendo impianti e piste dove non si scia più e lasciando franare strade, chiudere ospedali, e togliendo di fatto un servizio elementare come il telefono?

E quante altre situazioni simili possiamo constatare sulle montagne italiane, con la politica sensibilissima a certe iniziative molto d’immagine e invece poco o nulla nei riguardi dei bisogni concreti e delle necessità fondamentali delle comunità che in montagna vivono e vorrebbero continuare a farlo degnamente e non da cittadini di serie B o C?

Su certi sindaci dei comuni montani bergamaschi che stanno svendendo il futuro delle loro comunità

[immagine di instagram.com/marcosayan10/, che ringrazio molto per avermela inviata!]
So bene che fare il sindaco di un comune di montagna oggi, in Italia, sia quanto mai difficile: riscorse scarse, carenza di personale, criticità socioeconomiche crescenti e una realtà climatica e ambientale sempre più difficile da gestire. Tuttavia, questa situazione non può affatto giustificare l’assoggettamento di alcuni sindaci delle Valli Seriana e Scalve a un progetto tanto devastante come quello dell’ampliamento del comprensorio sciistico tra Colere-Lizzola, per il quale si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici, per un progetto che nasce già fallito, sia per la realtà climatica in divenire e sia per l’impossibilità oggettiva di mostrarsi concorrenziale nei confronti di tante altre località sciistiche ben più strutturate peraltro a fronte della situazione del mercato sciistico attuale. Senza contare la devastazione del territorio soggetto all’ampliamento e la distruzione delle sue peculiarità naturalistiche e ambientali, rare se non uniche sulle Orobie, dunque il conseguente inaccettabile degrado culturale del paesaggio locale.

[Uno dei versanti del Pizzo di Petto interessati dal progetto di ampliamento del comprensorio sciistico. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
D’altro canto, a me pare che nella “presa di posizione” (quanto autentica e non indotta, poi?) degli amministratori in questione si riveli bene l’incapacità della politica locale contemporanea da un lato di leggere e comprendere la realtà dei propri territori e delle comunità che li abitano, e dall’altro di saper elaborare una visione progettuale di lungo termine e dunque un progetto di sviluppo territoriale articolato che sostenga tutte le economie presenti in funzione del benessere delle comunità e delle loro esigenze quotidiane. Una incapacità molteplice che al solito si lega allo sguardo cortissimo della politica, che non va oltre il mandato elettorale e punta a iniziative che facciano immagine e producano utile propaganda, invece di porsi veramente al servizio delle proprie cittadinanze lavorando per il bene autentico dei territori. Ma è una realtà che ormai in Italia conosciamo bene, d’altronde.

Assolutamente emblematiche in tal senso sono le presunte “motivazioni” addotte dai sindaci a supporto del progetto sciistico: «Un’occasione da non perdere», dicono, utilizzando una delle consuete frasi fatte che saltano fuori in tali circostanze (è una delle varianti, l’altra è «l’ultimo treno da non perdere») e, ovviamente, infilandoci dentro “sostenibile”, termine ormai del tutto svuotato del proprio significato originario e diventato a sua volta strumento di propaganda oltre che di green washing.

È invece un’occasione da lasciar perdere, piuttosto, vista appunto la realtà climatica in divenire che già oggi rende difficile lo sci alle quote in questione, l’evoluzione nella fruizione turistica invernale delle montagne, che punta sempre meno allo sci su pista e molto di più ad altre attività, i costi spropositati che non si capisce perché debbano essere in gran parte scaricati sulla collettività – 50 milioni di Euro di soldi pubblici, ribadisco: perché noi tutti dovremmo pagare per un progetto destinato al fallimento? – che poi rappresentano risorse sottratte a uno sviluppo veramente vantaggioso per il territorio seriano e scalvino, al quale mancano e vengono continuamente tolti molti servizi di base, e per la totale assenza nel progetto di un piano di sviluppo organico del territorio locale, il quale invece verrebbe completamente assoggettato alla sola economia turistica così che, nel caso di crisi di questa, porrebbe inevitabilmente in crisi l’intero territorio con gravi danni alla comunità e alla necessità di favorirne la permanenza abitativa – la tanto sbandierata “lotta allo spopolamento”, altra frase fatta e iper-abusata, che si ritorcerebbe contro, in pratica.

[Sopra, una veduta delle attuali piste da sci di Colere e, qui, un’immagine satellitare delle stesse, che per giunta si sviluppano su terreni carsici estremamente vulnerabili. Il danno ambientale e paesaggistico è evidente ed è già stato accertato.]
Come possono, quei sindaci, sottomettersi a una visione così miope, consumistica e potenzialmente devastante dei loro territori? Come fanno a non capire che il futuro delle montagne come quelle bergamasche va in un’altra direzione ovvero –  repetita iuvantin uno sviluppo articolato, organico e di lungo periodo di tutte le economie locali a supporto innanzi tutto dei servizi di base e dei beni ecosistemici necessari alle comunità locali? Uno sviluppo nel quale ci sia anche il turismo, certo, ma non nei modi tanto impattanti quanto monoculturali come quello proposto dal comprensorio Colere-Lizzola (come d’altro canto ben delineato nel progetto sulla Valle di Scalve elaborato dal Centro Studi sul Territorio Lelio Pagani dell’Università di Bergamo: progetto ovviamente ignorato dalla politica locale)… perché non vogliono capire? Forse per insensibilità verso i loro territori, per incompetenze (ma non credo), per incapacità o mancanza di volontà nello sviluppare alternative più sensate e consone, per imposizione di soggetti terzi, per degrado politico? Mi piacerebbe molto saperlo.

[La Val Conchetta sul versante di Colere del Pizzo di Petto, dove si vorrebbero installare alcuni dei nuovi impianti di risalita con le relative piste da sci.]
La montagna è un territorio meraviglioso e delicato, ricco di criticità ma pure di infinite potenzialità e la cui complessità ha bisogno di soluzioni e iniziative articolate e elaborate, non di risposte troppo facili e per nulla ponderate funzionali solo ai tornaconti di alcuni ma sempre inevitabilmente dannose per i territori. “L’occasione da non perdere” di Colere-Lizzola rischia di far perdere qualsiasi speranza di futuro alle montagne locali e alle comunità che le abitano. Sarebbe il caso di evitarlo, un pericolo del genere.

P.S.: qui trovate tutti gli articoli che nel tempo ho dedicato alla questione “Colere-Lizzola”.

Un po’ come devastare un bene di gran pregio mettendoci dentro una discoteca o una sala slot

[Veduta dei monti dell’alta Valle Seriana, sopra Lizzola, con al centro il Pizzo Coca. la maggiore vetta delle Orobie. Immagine di Giorgio Guerini Rocco tratta da www.outdooractive.com.]
Immaginatevi una bellissima villa, un capolavoro architettonico di gran pregio, tutelato dai vincoli delle Belle Arti, per di più ricca di opere d’arte altrettanto notevoli in grado di meravigliare chiunque… un gran posto, insomma, che abbisogna di cure per rimanere tale e conservare la sua mirabile bellezza così che possa essere ammirata da tutti.

Ecco, ora immaginatevi che i soggetti ai quali è stata demandata la cura della villa decidano di non curarsene affatto e non solo ciò, ma pure di trasformarla in un ordinario disco pub, spostando o abbattendone i muri per ricavarci una pista da ballo con luci laser e musica ad altissimo volume, sale slot, maxischermi per le partite di calcio e quant’altro di funzionale al divertimento più facile e dozzinale.

Sarebbe una situazione accettabile, secondo voi?

Bene, quanto sopra è più o meno ciò che sta succedendo sulle montagne tra Colere e Lizzola, luoghi in altura di grande bellezza e notevolissimi pregi paesaggistici e naturalistici in grado di meravigliare chiunque (appunto), dunque tutelati da varie normative ambientali, che qualche soggetto in loco vorrebbe invece trasformare in un dozzinale luna park turistico ignorando totalmente la bellezza di quelle montagne, le loro valenze e i tanti pregi che posseggono e di contro impattando pesantemente sul territorio e l’ambiente locali senza curarsi delle conseguenze. Per di più, spendendo una somma spropositata di denaro pubblico (almeno 50 milioni di Euro, destinati inesorabilmente ad aumentare): soldi dei contribuenti sperperati per danneggiare il luogo a mero e unico vantaggio di chi ne gestisce le sorti turistiche, senza alcun beneficio per la comunità locale.

MA SIAMO PAZZI?

È questa la sorte, questo il futuro che certi soggetti vogliono imporre alle nostre montagne e alle comunità che le abitano? La distruzione di un paesaggio montano così mirabile, della sua realtà socioeconomica e parimenti dell’identità culturale delle sue comunità?

Solo un paese che abbia completamente smarrito la relazione e la comprensione del proprio territorio, nonché la cognizione della realtà che lo caratterizza e della quotidianità di chi lo vive, potrebbe permettere cose del genere. Ma, quando ciò accade, solo la società civile può impedirlo. E deve farlo, per il bene di quelle montagne, che sono patrimonio di tutti, e del paese stesso.

Per saperne di più su questa assurda vicenda, potete leggere i vari articoli che vi ho dedicato oppure visitare il sito web del Collettivo TerreAlt(r)e, che si sta opponendo al progetto in questione.